Tasmania Blues

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Tasmania Blues, un libricino che mette al centro della narrazione una vita solitaria ed apatica di una donna fragile.
 
Trama:
Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.
 
 
Recensione:
Il cielo limpido e azzurro che sembra affacciarsi sul mare baciato dal sole, lo stesso mare che la protagonista di Tasmania Blues ripudia di giorno e nel quale si immerge nella notte, come per purificarsi l'anima in privato. Incurante e senza timore verso l'oscurità che le si apre sotto i piedi, la giovane donna vive la sua vita esattamente così: con miopia.
Diventata moglie e madre per caso, "incastrata" da un destino contro cui non ha avuto la forza ed il coraggio di ribellarsi, si adatta con velocità ed apatia alla sua gravidanza indesiderata e al matrimonio con un uomo che forse neanche ama; e forse neanche lui ama lei così indifferente e poco presente nella quotidianità della moglie. Intanto c'è proprio la quotidianità da portare avanti, con lo spettro della depressione post partum che le immobilizza sempre l'emotività, tranne il martedì e il giovedì. Due giorni a settimana che hanno del sacro perché toccano il desiderio di fuga della protagonista dalle sue responsabilità di madre. Due giorni nei quali lei può lasciare la figlia alla suocera per vedersi con i due migliori amici, destinatari dell'amore nella stessa misura del marito. E il tutto le dà un senso di liberazione, come quando guarda quei cieli azzurri disturbata dall'ossessione della sua vicina per la cura del prato.
 
Dopo che il sole spuntò dall'invisibile fessura tra mare e cielo, l'acqua si tinse momentaneamente di rosso, come ricoperta di una chiazza di sostanza post-parto.
 
In Tamania Blues leggiamo di una protagonista confusa emotivamente, piena di cinismo e di spallucce verso le piccole cose della vita che formano quelle grandi ed essenziali. E non ci sono sensi di colpa per questa donna così sola e depressa in uno stato dalla bellezza devastante ma anch'esso isolato. Il tutto scorre lento, come il tempo che per la protagonista che si dilata, mentre realmente il tutto scorre senza freni, con sensualità e noia. Una calma piatta di una donna fragile che sfocia in un epilogo inatteso ed imprevedibile, senza però discostarsi dalla mente malata e dalla personalità confusa della protagonista
Tasmania Blues è un libro dalle poche pagine che pone al centro dell'attenzione il peso esistenziale di una donna bisognosa di aiuto, con un linguaggio elaborato contro un'apparenza semplice, che si sposano alla perfezione con la lentezza della narrazione lasciando quel senso di sospeso e di non concluso: da assaporare quando si desidera una lettura particolare le cui poche pagine sono un peso rilevante capace di turbare il lettore.
 
Vi era un messaggio in tutto questo, non oggi non era il giorno per coglierlo.

Siham

11/01/2017

http://unoscaffaledilibri.blogspot.it/2017/01/recensione-tasmania-blues-di-helen.html

Sapete dov’è la Tasmania? No, non confondetevi con la Tanzania. La Tasmania è uno Stato dell’Australia, di preciso un’isola che prende il nome da  Abel Tasman, il navigatore olandese che la scoprì nel 1642.
E sapete cos’è il Blues? Questa è più facile: è un tipo di musica caratterizzata da una struttura ripetitiva di dodici battute e dall'uso delle blue note (un intervallo di quinta diminuita) nella melodia.
“Tasmania Blues”, invece, è un bellissimo libro di Helen Hodgman edito da Socrates Edizioni.
Mi sono bastate due cose per innamorarmene, la copertina e, in terza pagina, queste righe:

"Non accadde. I giorni passarono e cominciai a dubitare che potesse succedere realmente. Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.”
E non per niente, queste righe sono riportate anche nella quarta di copertina.

Protagonista è una giovane donna, moglie di James il cui merito consiste nell’essere stato “ il primo uomo che mi spiegò in modo comprensibile il sistema elettorale americano”. Forse non era una dote sufficiente visto che poco dopo dice: “Quando scoprii di essere incinta e lui mi portò a conoscere sua madre, era come se avessi vinto alla lotteria senza sapere di avere il biglietto: non sai se ridere o se piangere”.
Ha un’unica vicina ossessionata per la manutenzione del prato, che ha soprannominato Nostra Signora del Giardinaggio Australiano. Ci sono le donne con i figli e i borsoni colorati che affollano la spiaggia ma lei, al mare preferisce andarci di notte. E poi ci sono i cieli blu ("Blue Skies" è il titolo originale) e le piogge scarse. La sua settimana sarebbe piatta come un sasso ben levigato se non ci fossero due giorni particolari, “Il martedì e il giovedì. In quei giorni potevo decollare e dimenticare la strada, la spiaggia e le tre del pomeriggio”. Infatti, è in questi giorni che lascia la figlia Angelica dalla suocera e va a trovare i suoi amici. Al martedì va da Jonathan, proprietario di un bar ristorante e suo ex datore di lavoro. Al giovedì va a trovare Ben, un artista stravagante e con qualche complicazione con le droghe, sposato con Gloria, la migliore e unica amica della nostra protagonista.

Il romanzo è uscito nel 1976 ma risulta ancora attuale. Descrive il peso esistenziale di una vita solitaria, ai confini del mondo, nella quale il marito è quasi assente per problemi di lavoro. Si avverte la confusione emotiva di una maternità forse non voluta (“Consegnai Angelica e presi il bus per la città” dice ad un certo punto, come se si trattasse di un pacco”) e poi la semplicità con la quale la protagonista riesce ad amare i suoi tre uomini, anzi, quattro se contempliamo anche l’autista di autobus. E con la stessa semplicità riesce a vivere tutto questo senza sensi di colpa:
“Tirai il tappo della vasca con rimpianto, e rimasi a guardare la fragrante acqua tinta di verde che turbinava, assieme a tutti i miei peccati, giù nel buco dello scarico. In senso antiorario, naturalmente”.

Un romanzo dove tutto sembra scorrere lento, come se le lancette fossero sempre ferme sulle tre, e invece succedono un sacco di cose, fino all’epilogo finale nel quale si scopre che lei, la madre ormai depressa, la moglie infedele, riesce a sopravvivere a tutto perché dentro di sé ha due ingredienti ben miscelati: ironia e cinismo.
Centotre pagine che si consumano in un paio di serate, una lettura che mi ha sorpreso e mi invita a scoprire di più su Helen Hodgman. Nata in Scozia nel 1945 e trasferitasi in Tasmania con la famiglia all’età di tredici anni. Nel 1975 scrive il suo primo romanzo, “Tasmania Blues” (“Blue Skies”), pubblicato da case editrici inglesi e australiane (Penguin, Virago Press, The Text Publishing) e in tedesco da Knauss. Due anni dopo scrive un altro romanzo di successo, “Jack & Jill”, vincitore del premio Somerset Maugham Award nel 1979. In seguito pubblica altri romanzi, “Broken Words” (1988) che vince il Christina Stead Prize nel 1989, “Passing Remarks” (1996), “Waiting For Matindi” (1998), “The Bad Policeman” (2001).
Ora vive a Sidney, dove i cieli credo che siano sempre blu.

Paolo Perlini

21/11/2016

http://www.crunched.it/leggere/34-libri/355-tasmania-blues-helen-hodgman.html

Esce finalmente in italiano dalla casa editrice Socrates di Roma tradotto da Valentina Rossini Tasmania blues la prima opera scrittrice australiana Helen Hodgman, ma nata in Scozia e trasferitasi appena adolescente alla fine degli anni cinquanta con la famiglia in Tasmania, la grande isola separata dal continente australiano dallo stretto di Bass.

Il romanzo racconta in prima persona la vita quotidiana di una ragazza molto giovane che si ritrova a dover affrontare una maternità avvenuta troppo presto e un ruolo  familiare nel quale non riesce a riconoscersi. Immagini nitide accompagnano le difficoltà della protagonista che si sente estranea a tutto ciò che le capita intorno, non riesce a partecipare alla vita che le si muove davanti agli occhi, ma può soltanto osservarla. L’incipit sembra contenere in sé il nocciolo della vicenda sin dalla prima frase: “Ho osservato tutto fin dall’inizio”. La ragazza abita con il marito e la figlia neonata nell’ultimo bungalow costruito  accanto alla spiaggia e spostando le tapparelle spia la costruzione di un nuovo bungalow, l’arrivo della vicina di casa, il suo ostinarsi a trasformare in prato un quadrato di aguzzi fili d’erba.

Il distacco con cui viene osservato il mondo circostante, l’incapacità di prendervi parte, di farsi assorbire dalle sensazioni e dalle emozioni, è filtrato attraverso un punto di vista che pur osservando con grande attenzione i dettagli e riuscendo a far vedere al lettore particolari ingranditi che altrimenti non verrebbero nemmeno notati, non riesce a dare colore alle emozioni. L’immagine di una tartaruga marina che si è arenata sulla spiaggia dopo aver deposto dolorosamente le uova sembra racchiudere in sé la condizione psicologica in cui si trova  la protagonista, incapace di immergersi nell’esistenza, di condividere esperienze, di farsi catturare dalla vita, e meno che mai di accettare la maternità. L’istinto materno pare essersi arenato in una dimensione quotidiana dove domina il vuoto significativamente segnato da un orologio a muro fermo sulle tre del pomeriggio. Appena ritornata a casa subito dopo il parto la giovane protagonista non può far altro che spostare la tapparella per mettersi a osservare la vicina.

Anche il paesaggio, la spiaggia accanto alla quale la ragazza vive e che per la sua bellezza assurda potrebbe stare sulla copertina di una brochure turistica, non si lasciano catturare, ma respingono e fanno male. Tutto è filtrato attraverso un’immaturità emotiva che impedisce di vivere, nonostante il desiderio cerchi di rincorrere la vita, di esaurirsi nell’eccesso che non conosce freni né regole morali. La quotidianità è infatti scandita dagli incontri con due amanti che la protagonista va a trovare immancabilmente il martedì e il giovedì affidando la bambina alla madre del marito proprio scappando dalla situazione che si lascia alle spalle. Il vuoto emozionale cui il corpo si ribella cercando di partecipare alla vita, buttandosi a corpo morto nella vita, non riesce però a essere colmato. Proprio in questo spazio prendono forma i fantasmi degli antichi abitanti, gli aborigeni tasmaniani perseguitati e sterminati dai conquistatori bianchi, rivelando l’ombra scura che si accompagna alla abbagliante luminosità dell’isola.
Libro duro, bello, che si legge con emozione e meraviglia per le forti immagini e per la scomoda verità con cui fa costantemente confrontare e che ha conservato, nonostante sia stato scritto negli anni settanta, una forza vitale che non si è minimamente esaurita.

Rossana Dedola

09/11/2016

http://cartescoperterecensionietesti.blogspot.it/2016/11/helen-hodgman-tasmania-blues.html

"Tasmania Blues", la donna fragile di Helen Hodgman persa nella bellezza mozzafiato dell'Australia

Una percezione del tempo quanto mai dilatata, un’anaffettività latente verso la figlia neonata e la tendenza a voler rendersi seduttiva nei confronti di chiunque: pur essendo moglie e madre la protagonista di Tasmania Blues (Edizioni Socrates, collana Paesi, Parole; traduzione di Valentina Rossini), ha un atteggiamento distorto rispetto alla realtà che la circonda.

La scrittrice scozzese-australiana Helen Hodgman descrive una donna fragile, insensibile alla bellezza della terra in cui vive – la Tasmania, la grande isola australiana dalla natura incontaminata e pervasa dal profumo di eucalipto – perché colpita dalla depressione post partum. La piccola è nata da un’avventura occasionale che l’ha costretta a sposarsi con un ragazzo che conosce appena e ad assumersi responsabilità dalle quali prova in ogni modo a fuggire. Come accade tutti i martedì e i giovedì, giorni della settimana che, cascasse il mondo, riserva ai due uomini – un ristoratore gay e il marito di una sua amica. Lascia la bimba dalla suocera e corre da loro forse cercando così di riappropriarsi di quella vita, scandita da trasgressioni e mancanza di regole, che ha dovuto abbandonare troppo presto. Sullo sfondo, insieme ad allucinazioni e incubi ricorrenti, la figura di un marito altrettanto indifferente, dedito alle sue avventure e al suo lavoro più che a tranquillizzare al moglie.

 “(…) Erano giorni infiniti, - si legge - l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.

Le altre donne, appartenenti a questa riserva naturale per femmine, riuscivano a inventarsi sempre qualcosa per riempire il loro tempo in modo decorativo e rasserenante, perlopiù assecondando i suggerimenti dalle riviste femminili – quei placebo prescritti per addolcire il tempo e tenere metà della popolazione quieta e al contempo attiva. Ma simili modelli richiedevano spirito, un bisogno impellente di colmare le giornate in modo socialmente accettabile. Io non possedevo nulla di tutto questo”.

Lo stile della Hodgman, è molto ricercato, spesso in contrasto con l’apatia della donna. La terminologia e la costruzione delle frasi in Tasmania Blues sono a volte complesse ma sempre in grado di riflettere un contesto malinconico e distopico fino all’epilogo inaspettato ma perfettamente in linea con la psiche della protagonista.

Rossella Montemurro - 31 ottobre 2016

http://www.ilmiotg.it/