Vivi!

Edizioni Socrates pubblica un libro che dice molto non solo riguardo la trascorsa guerra civile nel Burundi, ma su tutti i conflitti fratricidi che insanguinano il mondo

Nyamuragi non parla, non per una limitazione fisica, ma semplicemente perché non vuole parlare. Il suo mutismo è un atto di rivolta, un rassegnarsi all’inutilità del linguaggio. In un mondo dominato dalla violenza, solo i fatti contano.

È questa l’invenzione che Roland Rugero, giovanissimo scrittore del Burundi, mette in scena nel suo romanzo breve dal titolo Vivi!Un’idea in verità non insolita nella storia della letteratura (l’ha usata Pirandello nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, l’ha sfruttata più di recente l’autrice ucraina Marija Matios nel suo libro Darusja la dolcesolo per indicare due esempi), declinata però in questo caso con una sensibilità del tutto peculiare. Merito della casa editrice Socrates aver posto l’attenzione su questo coraggioso e poliedrico autore attivo anche come regista, infaticabile animatore della scena culturale del Burundi, tradotto in Italia per la prima volta.

Il crollo di un intero Paese si identifica nella perdita di valore della parola. Da anni ormai la parola è messa in dubbio, non si può più accettare quanto viene detto”, scrive in maniera significativa Rugero. L’epoca della fiducia è ormai trascorsa, mentre la menzogna ha preso il sopravvento. La condizione edenica è definitivamente perduta, e con essa i valori di un linguaggio comune. Gli uomini non giurano più … : dunque non si può più dare loro fiducia”. Infrangendo gli antichi patti, l’uomo è precipitato in una condizione di miseria assoluta. Il sospetto si è insinuato nelle menti, eclissando per sempre la sacralità delle cose.

maxresdefault-jpgla parola è esplosa in innumerevoli frammenti, l’unità si è irrimediabilmente sbriciolata”, l’uomo ha perduto i suoi punti di riferimento. Descrivendo la progressiva erosione di una tradizione millenaria, costruita su valori atavici improvvisamente messi in discussione, Rugero mostra una grande consapevolezza della tradizione letteraria occidentale (si pensi al Paradise lost di Milton). Non a caso, proprio nelle prime righe, si identifica la guerra civile con una sorta di punizione divina. Eppure il suo è un libro totalmente africano, che di questo immenso e misterioso continente evoca con grande suggestione le atmosfere.

La narrazione ha un carattere rapsodico, e mescola il tempo presente con quello della fiaba e della cultura orale. Anche lo stile è estremamente originale, in grado di coniugare il lirismo più puro con la cruda realtà dei fatti. Le diverse figure appaiono come maschere rituali intagliate nel legno, vive e metaforicamente pregne di significato.  La natura osserva tutto; sin dall’inizio i cieli stessi avvampano per la vergogna, il paesaggio intero sembra palpitare in una simbiosi totale con i destini degli uomini.

Il simbolismo delle limitazioni fisiche trova poi un’ulteriore incarnazione nel personaggio della vecchia cieca da un occhio. Eppure, paradossalmente, l’handicap permette una visione più lenta e dunque più chiara delle cose. Il Burundi è un Paese cieco e muto, per il quale l’autore auspica un nuovo futuro. Per questo dedica alcune pagine illuminanti alla parola ejoche in kirundi significa domani e ieri, due tempi diversi ma indissolubilmente legati.

Considerando che il futuro attinge al passato, sarà arduo costruire un mondo nuovo dopo le violenze inenarrabili della guerra civile, che ha contrapposto le etnie tutsi e hutu dal 1993 al 2005. Una massima applicabile a tante altre guerre che oggi stanno dilaniando interi Paesi, e pensiamo alla Siria quanto all’Ucraina, seminando odio laddove un tempo c’era pacifica convivenza.

Proprio un atto di violenza, un presunto tentativo di stupro del quale viene accusato il protagonista, domina la narrazione. Con efficace intuizione letteraria, l’autore lo accosta a un episodio di insostenibile crudeltà avvenuto durante la guerra.  Ancora una volta il tempo di ieri e quello dell’oggi si uniscono. Ciò che resta è il rimpianto per un’esistenza sciupata nell’incessante agitazione, per una vita che, come pensa la vecchia guercia, “è come l’acqua che scorre sulla terra e che non si può recuperare”.

 

Riccardo Cenci - 16 dicembre 2016

Eurocomunicazione.com

 

Nel Burundi: Vivi! di Roland Rugero

Settanta pagine per gridare al mondo che è finita l’epoca della lamentela post-coloniale e che è giunto il momento di affermare che gli abitanti del Burundi, piagato da una guerra civile durata quasi vent’anni, devono assumersi le loro responsabilità su quanto accaduto. E non è un caso che questo j’accuse arrivi da un ragazzo (allora) meno che trentenne e pervaso da un’ansia del fare – a ogni livello – che commuove: oltre che romanziere, Roland Rugero è cineasta, ideatore del primo premio narrativo del paese africano, fondatore di un mensile e persino di Samandari, un caffè letterario!

Attraverso due personaggi lucidi e scolpiti nel marmo letterario, Rugero – con toni narrativi che spaziano su registri differenti – racconta non tanto la genesi dei massacri fra i popoli ma la colpevole mancata resistenza, l’assenza di ribellione a una situazione che si rendeva tragica giorno dopo giorno. Lo fa attraverso la voce di una anziana semicieca, unica a non aderire ai sospetti e al linciaggio di un giovane muto accusato di essere uno stupratore. La vecchia non vede da un occhio e il giovane non parla: eppure, i veri “non vedenti” sono gli abitanti del villaggio, incapaci di cercare uno sguardo di verità o, più semplicemente, di non collaborare a ciò che accade. E nessuna voce, dunque, si alza, in una metafora chiarissima ed altrettanto significativa.

Con Vivi! si penetra nella realtà del Burundi, la si vive in pieno, si è accompagnati con un linguaggio che è un misto di onirico e realistico in un viaggio nelle profondità di un Continente che – forse – è meno distante di quanto immaginiamo e di quanto quotidianamente ci accade.

Alfonso d'Agostino - 14 maggio 2016

http://capitolo23.com/2016/05/14/burundi-vivi-roland-rugero/

“Vivi!” di Roland Rugero è un romanzo che racconta una storia o, meglio, più storie di un paese, il Burundi, afflitto dalla violenza, indebolito dalle guerre intestine, ma che nasconde la forza e la voglia di vivere di personaggi, come i protagonisti, che meritano di essere raccontati. É una finestra su un mondo forse per noi lontano che però permette di riflettere sull’importanza della vita che ci accomuna tutti, ma che spesso viene sottovalutata. Ciò che l’autore narra lascia un sapore amaro in bocca, una sorta di consapevolezza che tutta la rabbia, la solitudine e la disperazione descritte non siano così distanti dalla nostra società, anche se essa si presenta tecnologicamente e giuridicamente più avanzata da quella del Burundi, che ancora è propenso alla pena di morte e alla giustizia sommaria. I personaggi principali sono un ragazzo, muto per scelta da sempre, abituato a non comunicare con gli altri se non per i bisogni primari, goloso e amante dell’esistenza che passa ammirando il susseguirsi dei momenti senza interrogarsi su ciò che potrebbe essere o potrebbe essere stato, e una Guercia, ovvero una donna anziana cieca da un occhio, che riesce a prendere in esame le situazioni con saggezza e scrupolosità. Ad unirli è un episodio di grande dolore, vissuto in prima persona da Nyamuragi, il muto, che viene erroneamente giudicato uno stupratore e che, catturato dalla folla inferocita, combatterà una lotta disperata tra la vita e la morte, osservato dalla Guercia che, in un angolo, rifletterà sugli avvenimenti. Il presente e il passato, sono fusi dal linguaggio locale in un’unica parola “eyo” e vengono lasciati in disparte in onore del presente che deve essere vissuto in ogni istante, che perde
importanza appena passato e che non ha ancora importanza nel futuro. La vita è breve e non ha la garanzia di poter essere vissuta interamente, per quanto innocenti si possa essere, si può cadere nelle mani di un destino crudele, ingiusto nei confronti di un passato altrettanto aspro e doloroso. L’urlo disperato e silenzioso del protagonista, l’inno alla vita che si può ricavare dalla storia, si soffermano sul concetto di diversità tra gli uomini che non è quasi mai apprezzato dal gruppo, ma che non deve essere sottovalutato perché spesso le apparenze nascondono grandi capacità, come il muto, i cui silenzi valgono più di mille parole, o la Guercia, capace di vedere con chiarezza la realtà di ogni situazione in un paese agli sgoccioli. Gli argomenti sono numerosi e difficili da concatenare, ma Rugero risolve con perizia i vari collegamenti, unendo tutto sotto il concetto della forza devastante e meravigliosa della vita umana con un susseguirsi di parole che stimolano altrettante immagini, catapultando il lettore in una terra calda, coltivata, amata e curata da tutti coloro che la abitano, consci del suo ruolo predominante e capaci di sfruttarla al meglio. É un romanzo accattivante e provocatorio, nato da una mente brillante, spesso difficile da interpretare in ogni sua sfumatura perché intrinseco di una cultura che non ci appartiene, ma di grande valore e spessore morale che riconosce la sovranità della vita sull’uomo, il dovere di rispettarla e averne fiducia anche nelle situazioni in cui si interviene con brutalità, poiché anche la “pena di vivere”, in alcuni casi, può essere la più grande condann..

Asia Cerruti - giugno 2016