Rassegna stampa

Storia di una vocazione tiepida, narrata in prima persona, da Brigid Keen, perpetua nell’abitazione di Padre Mann. L’ambiente è quello freddo e provinciale dell’Irlanda del Nord, con lo sfondo delle divisioni fra praticanti cattolici e protestanti.
Brigid Keen è cresciuta in un orfanatrofio, educata dalle suore: ne porterà per quasi tutta la sua vita i condizionamenti sessuofobici e sarà innamorata platonicamente di Padre Mann.
La cifra stilistica del racconto è quella tipica riferita alla piccola borghesia anglosassone, riconducibile alle atmosfere descritte nella letteratura di Emily Bronte e di Maria Edge-Worth, condita di ipocrito perbenismo, pettegolezzi provinciali, tentazioni sessuali inappagate. Il periodo della narrazione si sviluppa prevalentemente fra gli anni 50 e 60. I preti fumano accanitamente e bevono whiskey e non sempre indossano il “clergy-man” d’ordinanza.
Le signore della media borghesia trascorrono il loro tempo in pettegolezzi e ricevimenti a base di tè e biscottini come in ogni normale casa irlandese.
L’apparenza di ipocrita normalità borghese ed ecclesiale è percorsa da sotterranee vene di tensione riconducibili a falso perbenismo e abitudini bigotte.
L’atmosfera è quasi sempre ovattata e priva di episodi di vera tensione emotiva, raggiunta solo al momento della visita di Brigid al padre carcerato a causa di un omicidio da lui commesso, e poi quando Padre Mann si ammalerà di Alzheimer. A seguito di ciò, il Vescovo libererà Brigid Keen dal suo incarico di perpetua.
Brigid Keen partirà dal paese dove ha trascorso trent’anni della sua vita, in cerca di nuove prospettive. Si tratta di un romanzo d’ambiente dove le notazioni psicologiche e la descrizione dell’ambiente sono importanti quanto lo svilupparsi delle situazioni, molto caratterizzate dalla società ecclesiale irlandese improntata ad un cattolicesimo bigotto, ma alla vigilia di un’evoluzione rappresentata dal Concilio Vaticano II.

Giuseppe Alessandro -

ASSOCIAZIONE CULTURALE SAVONESE "ZACEM" - giugno 2016

http://zacem-online.org/varie/recensioni.html

Nel Burundi: Vivi! di Roland Rugero

Settanta pagine per gridare al mondo che è finita l’epoca della lamentela post-coloniale e che è giunto il momento di affermare che gli abitanti del Burundi, piagato da una guerra civile durata quasi vent’anni, devono assumersi le loro responsabilità su quanto accaduto. E non è un caso che questo j’accuse arrivi da un ragazzo (allora) meno che trentenne e pervaso da un’ansia del fare – a ogni livello – che commuove: oltre che romanziere, Roland Rugero è cineasta, ideatore del primo premio narrativo del paese africano, fondatore di un mensile e persino di Samandari, un caffè letterario!

Attraverso due personaggi lucidi e scolpiti nel marmo letterario, Rugero – con toni narrativi che spaziano su registri differenti – racconta non tanto la genesi dei massacri fra i popoli ma la colpevole mancata resistenza, l’assenza di ribellione a una situazione che si rendeva tragica giorno dopo giorno. Lo fa attraverso la voce di una anziana semicieca, unica a non aderire ai sospetti e al linciaggio di un giovane muto accusato di essere uno stupratore. La vecchia non vede da un occhio e il giovane non parla: eppure, i veri “non vedenti” sono gli abitanti del villaggio, incapaci di cercare uno sguardo di verità o, più semplicemente, di non collaborare a ciò che accade. E nessuna voce, dunque, si alza, in una metafora chiarissima ed altrettanto significativa.

Con Vivi! si penetra nella realtà del Burundi, la si vive in pieno, si è accompagnati con un linguaggio che è un misto di onirico e realistico in un viaggio nelle profondità di un Continente che – forse – è meno distante di quanto immaginiamo e di quanto quotidianamente ci accade.

Alfonso d'Agostino - 14 maggio 2016

http://capitolo23.com/2016/05/14/burundi-vivi-roland-rugero/

“Vivi!” di Roland Rugero è un romanzo che racconta una storia o, meglio, più storie di un paese, il Burundi, afflitto dalla violenza, indebolito dalle guerre intestine, ma che nasconde la forza e la voglia di vivere di personaggi, come i protagonisti, che meritano di essere raccontati. É una finestra su un mondo forse per noi lontano che però permette di riflettere sull’importanza della vita che ci accomuna tutti, ma che spesso viene sottovalutata. Ciò che l’autore narra lascia un sapore amaro in bocca, una sorta di consapevolezza che tutta la rabbia, la solitudine e la disperazione descritte non siano così distanti dalla nostra società, anche se essa si presenta tecnologicamente e giuridicamente più avanzata da quella del Burundi, che ancora è propenso alla pena di morte e alla giustizia sommaria. I personaggi principali sono un ragazzo, muto per scelta da sempre, abituato a non comunicare con gli altri se non per i bisogni primari, goloso e amante dell’esistenza che passa ammirando il susseguirsi dei momenti senza interrogarsi su ciò che potrebbe essere o potrebbe essere stato, e una Guercia, ovvero una donna anziana cieca da un occhio, che riesce a prendere in esame le situazioni con saggezza e scrupolosità. Ad unirli è un episodio di grande dolore, vissuto in prima persona da Nyamuragi, il muto, che viene erroneamente giudicato uno stupratore e che, catturato dalla folla inferocita, combatterà una lotta disperata tra la vita e la morte, osservato dalla Guercia che, in un angolo, rifletterà sugli avvenimenti. Il presente e il passato, sono fusi dal linguaggio locale in un’unica parola “eyo” e vengono lasciati in disparte in onore del presente che deve essere vissuto in ogni istante, che perde
importanza appena passato e che non ha ancora importanza nel futuro. La vita è breve e non ha la garanzia di poter essere vissuta interamente, per quanto innocenti si possa essere, si può cadere nelle mani di un destino crudele, ingiusto nei confronti di un passato altrettanto aspro e doloroso. L’urlo disperato e silenzioso del protagonista, l’inno alla vita che si può ricavare dalla storia, si soffermano sul concetto di diversità tra gli uomini che non è quasi mai apprezzato dal gruppo, ma che non deve essere sottovalutato perché spesso le apparenze nascondono grandi capacità, come il muto, i cui silenzi valgono più di mille parole, o la Guercia, capace di vedere con chiarezza la realtà di ogni situazione in un paese agli sgoccioli. Gli argomenti sono numerosi e difficili da concatenare, ma Rugero risolve con perizia i vari collegamenti, unendo tutto sotto il concetto della forza devastante e meravigliosa della vita umana con un susseguirsi di parole che stimolano altrettante immagini, catapultando il lettore in una terra calda, coltivata, amata e curata da tutti coloro che la abitano, consci del suo ruolo predominante e capaci di sfruttarla al meglio. É un romanzo accattivante e provocatorio, nato da una mente brillante, spesso difficile da interpretare in ogni sua sfumatura perché intrinseco di una cultura che non ci appartiene, ma di grande valore e spessore morale che riconosce la sovranità della vita sull’uomo, il dovere di rispettarla e averne fiducia anche nelle situazioni in cui si interviene con brutalità, poiché anche la “pena di vivere”, in alcuni casi, può essere la più grande condann..

Asia Cerruti - giugno 2016

I cigni selvatici

Esce per la casa editrice Socrates una nuova edizione di una nota fiaba di Hans Christian Andersen risalente al 1838, “I cigni selvatici”, un testo scritto e illustrato da Maria Giovanna Lanfranchi. Il libro ricco di meravigliose immagini racconta la storia della principessa Elisa e dei suoi undici amati fratelli che a causa di una stregoneria messa in atto dalla loro matrigna, vengono trasformati in cigni.

I fratelli volando si mettono in viaggio allontanandosi dal castello dove rimane Elisa sotto le grinfie della strega che prova in tutti i modi a ferirla e umiliarla, ma lei essendo così pura di cuore non sortisce l'effetto di nessun incantesimo. La matrigna non soddisfatta la riveste di stracci così la ragazza resa ormai irriconoscibile perfino dal padre, viene cacciata via dal palazzo.

Sola e senza dimora, la povera fanciulla vaga nel bosco dove incontra una vecchina che le svela dove si trovano i suoi fratelli e scopre che di notte loro tornano umani. Sarà sempre l’anziana donna a consigliarle di tessere e cucire delle vesti usando le ortiche perché una volta indossate dai fratelli svanirà il maleficio. Dopo varie peripezie, l'incontro con un principe, i dubbi del consigliere del re sulla sua vera identità e una serie di difficoltà, la principessa Elisa riuscirà a salvare eroicamente i fratelli riuscendo nell’ardua impresa.

Nella storia ricca di messaggi e richiami interessantissimi come la metamorfosi del corpo, si individuano nobili sentimenti che animano la piccola Elisa in grado di salvare con estremo coraggio i suoi amati fratelli. Con costanza e caparbietà notevole, la fanciulla tesse senza tregua le camicie recuperando di nascosto durante la notte, le ortiche che si trovavano nel cimitero.

Fiabe come questa ci regalano un senso di libertà e di vittoria che offre speranza e sogni infiniti ai piccoli lettori. La storia de "I cigni selvatici" si rivela in grado di creare l’incanto, suscitare stupore e meraviglia. Abbiamo bisogno di letture senza tempo dove la fantasia prende la forma di un paio d’ali e il folto bosco non rappresenta una trappola, ma un luogo dove ritrovare verità e rimedi che hanno una buona dose di magia, quanto basta per volare alto con l’immaginazione.

Paola Bisconti - 13 maggio 2016

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2016/05/13/i-cigni-selvatici/24230/

I cigni selvatici

C’era una volta, in un reame lontano, una principessa di nome Elisa. Era la sola figlia femmina del re, ma aveva ben undici fratelli. Come sempre accade nelle favore, un giorno il re si risposò, e la matrigna non voleva bene ai bambini, anzi, trasformò gli undici fratelli in cigni selvatici, perché volassero via dal reame. Poiché Elisa era immune da ogni incantesimo, la matrigna la coprì di stracci, cosicché neanche il padre la riconobbe, e riuscì ad allontanarla dal castello. Elisa vagò per il bosco, sola e impaurita, fino a incontrare una vecchina che le raccontò della radura dove si incontravano undici cigni selvatici, ognuno con una corona in testa. Elisa trovò i cigni e, al calar del sole, questi si trasformarono nei suoi fratelli. L’incantesimo della matrigna, infatti, aveva effetto solo di giorno…

Ovviamente, andando avanti con la storia, si incontrerà un bel principe, una fata e un reame vicino. I temi della fiaba classica sono mantenuti anche qui, seppur il principe non avrà un gran da fare, e toccherà a Elisa salvare i fratelli. I cigni selvatici è, appunto, tra le più tradizionali delle fiabe di Andersen, si possono tuttavia ritrovare i temi a lui cari della metamorfosi del corpo e del doppio. I cigni selvatici, a lungo ignorata, si trova ora anche nel catalogo Topipittori e Gallucci; questa versione della Socrates ha la particolarità di non essere cartonata e di avere un formato abbastanza contenuto: è, insomma, pratica senza rinunciare a un buon adattamento e a delle bellissime illustrazioni. Un libretto molto comodo da portare in borsa, per i viaggi, il parco o le sale d’aspetto, insomma per tutti quei posti in cui può essere utile tirare fuori una favola. Le illustrazioni sono della giovane Maria Giovanna Lanfranchi (classe 1984) che si è formata come illustratrice frequentando il Mi-Master a Milano e workshop in Italia e all’estero. Ha pubblicato illustrazioni per l’infanzia, lavorato per la moda e curato mostre (http://www.mariagiovannalanfranchi.com).

Sara Meddi - febbraio 2016

C’era una volta… (*) – Coro di funghi

(*) Mukashi, mukashi, omukashi…

Non esiste un tempo preciso in cui le storie decidono di accadere, ma a volte si immagina abbiano un consapevole arbitrio. Non c’è uno spazio predefinito in cui queste decidono di prendere una forma riconoscibile.

Tuttavia, in queste pagine, si materializzano presenze scolpite con la cura armoniosa di un’artista d’oltreoceano, tre generazioni di donne abbracciate in un raffinato quadro di Klimt.

Una madre, una figlia, una nipote. Migliaia di frammenti di inquietudine, di ricerca, di speranza, intessuti in sottile lamine di ghiaccio.
La distanza dal proprio paese natale si può affrontare in molti modi, ognuno possiede la sua mappa personale. Attraversare più di un intero continente per approdare in una terra straniera, ti accolga con  garbo o meno, crearsi una nuova vita, intessere nuove relazione, una parvenza di radici… un’impresa non trascurabile.

In questo scenario, Keiko, una donna giovane, con una figlia, un marito ed una madre alla quale badare, può decidere di ricominciare da capo, di rinunciare a qualunque sapore del passato. Imparare una nuova lingua non significa forzatamente rinunciare alla propria, ma fa vedere tutto da una nuova prospettiva, più semplice. Cucinare giapponese non può essere ben visto in questo sperduto angolo di mondo, non può davvero agevolare la tanto bramata accettazione, ma poi mio marito mangia di nascosto nostalgicamente pasta d’alghe quando nessuno lo vede. È diventato così taciturno ormai. Mia figlia dovrà mimetizzarsi tra la prole nostrana, anche a costo di tingere i suoi bei cappelli d’ossidiana per una recita scolastica.Non si è di certo mai vista una Alice nel Paese delle Meraviglie mora, non trovate? Gli occhi a mandorla sotto i riflettori saranno un lieve dettaglio, un particolare…
Si può fingere che un legame non sia impegnativo. È possibile ingannare la propria coscienza e mascherarsi da donna qualunque, da madre severa, da figlia scontenta. L’inganno si mostra appena al di là del bagliore costantemente celato nei suoi tristi occhi cupi.

“Cambiare nome è una cosa semplice. Servono solo inchiostro e un pezzo di carta. Ma un intero ramo dell’albero genealogico è spazzato via quando un cognome viene abbandonato e sostituito con un altro. Tutte quelle madri e figlie e madri e figlie divorate dai nomi degli uomini.”

Accanto a Keiko un’altra donna, più anziana. Si tratta di Naoe, sua madre. Per quasi tutto il romanzo ci si riferisce a lei con un generico “obachan” (nonnina). Lei decide semplicemente di non arrendersi. È questa mancata rinuncia crea più di un’inquietudine. Un caos costante. Adagiata sulla sua poltrona accanto alla finestra, la sua lingua continua a consacrare parole, attizzare pensieri nascosti, ad esprimere quegli ideogrammi che fanno parte del suo essere naturale. Una lotta rumorosa e dai sapori umidi come i funghi appena raccolti. Un’insolita battaglia per la sopravvivenza della propria verità.

“Il mio sonno è un luogo sgombro da sogni. Chi era quello sciocco filosofo cinese? Quello che si addormentò osservando una farfalla e sognò di essere una farfalla che sognava di essere un filosofo. Quando poi si svegliò non sapeva più se era un filosofo o una farfalla. Che assurdità. Questo bisogno di fare distinzioni. Che diamine, era entrambi, naturalmente. I pensieri lasciano un segno sulla pelle delicata e un sapore può persistere per giorni. Le parole mi ruzzolano fuori dalla bocca e cambiano forma e dimensione. Si fanno crescere braccia e gambe e strisciano nella polvere ai miei piedi, con dita curiose raccolgono falene rinsecchite e mi tirano la gamba dei pantaloni. Io le nutro di storie che loro masticano e masticano, rumorosamente. Diventano più grandi e più forti, finché non escono dalla porta per vagabondare su questa terra.”

Muriel disegna la sua vita altalenando tra questi due abissi. Doppio nome (la nonna la chiama Murasaki − Viola), singolo approccio alla vita che le è stata data in dono. Porta con se le sue origini come un trofeo scolorito, ascolta incantata le favole che la sua dolce obachan le confessa in quel suo idioma così incomprensibile ma così avvolgente e mangia con lei quei cibi dai sapori seducenti che rapiscono le sue percezioni senza consenso. Lo studio del giapponese le è proibito, ma ogni goccia d’oriente le si posa sulle labbra con una dolcezza pari ad un bacio notturno.

“Raccontaci dei piedi” dicono. “Tua nonna doveva fasciarsi i piedi, da piccola?” Veramente in Giappone non c’è mai stata questa usanza, ma qualcuno continua a diffondere il mito. Sempre la stessa storia. I piedi fasciati. La deformità. Il rituale dell’hari kari. Veramente sarebbe harakiri, ma lo chiamassero pure Cara Chiri o Cala Chili, per quel che mi importa. Non è per essere acidi. Ti invitano da qualche parte per parlare. Per tenere una conferenza. Su quello che sia. Tutti in giacca e cravatta e in abito sa sera. Sei l’unica persona non bianca che non fa il cameriere, lì in mezzo. Non è per essere acidi. E’ una constatazione. La gente parla di razza qui, di etnia là. E’ facile formulare teorie, se le parole vengono da qualcuno che ha poca o nessuna traccia di pigmentazione. Se ti chiami Hank e hai tre ragazzini biondi, nessuno ti verrà incontro da Safeway e ti chiederà, indicandoti un qualche tipo di ortaggio: “Cos’è quello?”

In queste circostanze le tre vite si rincorrono come ombre. La corsa si rallenta e si affanna in un ciclico stringersi e sciogliersi a ripetizione, sogno e allerta procedono in un cammino vorticoso ed esasperante. Se davvero la saggezza si trova nel cuore delle cose, Murasaki è colei che merita ogni encomio. Attraverso le onde del passato e l’incedere flessuoso del futuro, ella intraprende un viaggio che trascina tutte e tre le protagoniste in un perdersi alla cerca di un nuovo giorno. Non è lei a deciderlo, è vero, tuttavia si sente il suo potere, la sua voce carica di fierezza.
Lei raccoglie i fili sperduti lungo il cammino.

“Ci sono salamandre anche in Giappone” commenti, dall’angolo più lontano del futon. Sei sdraiato sulla schiena con le gambe poggiate a V contro le due pareti d’angolo.
Io sono al centro, a pancia in giù. A giocherellare con le palline del tessuto, con l’indice.
“Possiamo uscire, sai. Possiamo fare qualcos’altro. Non è che siamo intrappolati qui o cose del genere” dici. “Puoi smettere quando vuoi”.
“No”. Con un movimento veloce mi metto supina, così da evitare di giocare con le palline di tessuto. Fisso la ragnatela polverosa, in alto, che ondeggia leggera, sospesa sul soffitto. “Io non posso smettere quando voglio. Ma tu puoi smettere di ascoltare”.
Sospiri. Tiri giù i piedi dal muro e rotoli verso il centro del futon. Ci abbracciamo, proteggendoci a vicenda. Ci stringiamo l’uno contro l’altra, come ladri, come mendicanti. Come amanti.
“No” dici “neanch’io riesco a smettere di ascoltare”.

Questo è l’esordio narrativo della giovane scrittrice nippo−canadese Hiromi Goto. Immigrata in Canada con la sua famiglia a poco più di 3 anni, vive su di sé tutti gli effetti di un’immigrazione. Con “Coro di Funghi” ha vinto nel 1995 il Commonwealth Prize for Best First Book e nel 2000 il Grant MacEwan College Book. Inoltre è stata, sempre nel 1995 co-vincitrice del Canada-Japan Book Award.
Una scrittrice poco conosciuta qui in Italia, ma che credo riservi molte sorprese. Il suo stile coinvolge tutte le percezioni dell’animo e del corpo. Il suo linguaggio è stato definito “un organismo vivente” capace di ripercorrere la memoria in modo vivo e spontaneo ricorrendo al risveglio di ogni sensazione dimenticata. Un pellegrinaggio attraverso i profumi e i sapori, sottolineanti spesso da preziosi intarsi di antiche leggende giapponesi che donano allo scritto un tocco di raffinato passato.
Unico punto dolente (forse) è la prepotente presenza di frasi in lingua giapponese non tradotte. Vista da molti come una scelta provocatoria della scrittrice, non bisogna sottovalutare il suo valore all’interno della storia. Come giustamente fa notare la traduttrice dell’opera, Cristiana De Sanctis, questa scelta “se da un lato evidenzia come il linguaggio costituisca una barriera, dall’altro diventa per Goto strumento di riappropriazione di affettività e di senso”.
Il non comprendere fino in fondo alcuni dialoghi, alcune espressioni, lancia la nostra attenzione proprio dove l’autrice vuole portarla. Ascoltare oltre le parole pronunciate, sentire oltre il linguaggio corporeo non tradotto, guardare attraverso le diversità e raggiungere la conoscenza.

“Mi vedrai su ogni strada, in ogni angolo, nel camion che sorpassa il tuo. Sarò la donna che porta via i vassoi sporchi al chiosco dello zoo. Sarò l’analista di sistemi nell’ufficio in cui un giorno andrai a lavorare. Sarò l’insegnante nell’università popolare dove andrai per imparare l’arte della composizione floreale. Mi passerai davanti al McDonald, mi vedrai da Woolco e mi pesterai un piede all’ippodromo. Aleggerò nel vento e tra le foglie e dimorerò nel terreno sotto ai tuoi piedi. Mi tratterrai persino dentro il tuo corpo ogni volta che respirerai”.

Buona lettura.

La mia fortuna consiste nell’avere all’interno del corpo (devo ancora scoprire dove) una valvola speciale che mi impedisce di sballare, ubriacarmi, annegare i pensieri nell’alcool.
Certo, è successo anche a me di essere tornato a casa brillo e pure di avere vomitato ma si è trattato di due errori, due di numero. Di solito, nei piaceri della tavola, liquidi o consistenti, quando raggiungo il livello massimo la valvola si chiude e mi impedisce di continuare. 

Per questo ho sempre fatto fatica a capire le persone che bevono un bicchiere per rilassarsi, come fa Morris Magellan, il protagonista de "Il Suono della Mia Voce". Lui è un giovane e brillante dirigente di un’azienda di biscotti in Scozia, vive in una bella casa con giardino, ha una moglie e due figli. Sembra la famiglia del Mulino Bianco.
Eppure la realtà non è questa, Morris recita una parte:

Due sono le storie della tua vita: una appartiene agli altri – una storia con molte varianti – e l’altra è tua, tua soltanto”.

Una storia che per reggere ha bisogno di un lubrificante, “un solvente universale”, l’alcol appunto, perché “Più bevi più ti è facile distinguere tra nord, sud, est e ovest. Scoccate le cinque di solito hai bevuto abbastanza da trovare la strada di casa”.
C’è una frase che fa capire bene come diventa la visione di un alcolizzato o di un tossicodipendente in genere:

Tutto ti sembrava grigio–metallo e avvertivi quello stesso colore dentro di te. Quindi, prima di servire la famiglia, ti sei servito tu, e in fretta. Cognac. E in abbondanza. Due volte – senza badare all’etichetta (bisogna osservarla solo in società, hai pensato con una risata). Il metallo è svanito e la cucina e il giardino sono diventati nuovamente a colori. Come bere luce del sole, quasi”.

Anche lui, come tutti gli alcolisti, è convinto che il segreto consista nel sapere come usarlo: un bicchiere ricarica il sistema, due potrebbero essere troppi e sapere quando fermarsi è il trucco vincente.
Nella sue giornate ad alto tasso alcolico non vive mai il presente, il tempo è solo il senso del desiderio che si prova ad essere altrove. La moglie si arrabbia, sopporta, comprende ma gli amati figli, Tom ed Elise rappresentano le “accuse”, la vera coscienza dalla quale non riesce a sfuggire.  
Il protagonista parla a sè stesso, si dà del tu, spera in questo modo di allontanare le proprie colpe e cacciare quel demone che risale al rapporto tormentato con suo padre. Ma l’assoluzione non può darla l’alcol e tantomeno la famiglia. Solo alla fine scopriremo da chi arriva e come Morris tornerà a parlare con un’unica e sola voce.

"Il suono della mia voce" di Ron Butlin è stato scritto negli anni Ottanta, in piena epoca Tatcheriana ed è un canto disperato (vedrete anche quanto sia presente la musica classica fra queste pagine), un romanzo che a quel tempo è passato inosservato, probabilmente perché, come dice Irvin Welsh nella prefazione, “l’opera di Butlin era forse troppo avanti per l’epoca; la sua critica incessante, anche se implicita, di un periodo spiritualmente vuoto e socialmente conformista è di gran lunga più destabilizzante rispetto a molte opere di narrativa più celebrate e apertamente polemiche che la Scozia abbia prodotto in quel periodo”.

Dicevo: non ho mai capito chi ha bisogno di un bicchiere per rilassarsi, chi beve per superare uno choc, chi lo fa per sballare. Però adesso, complice il freddo e il fatto che quella misteriosa valvola è spalancata, un bicchierino lo prenderei volentieri.

Per comprendere Il suono della mia voce di Ron Butlin, bisogna sprofondare nei mitici anni ottanta galleggiando sul successo effimero del denaro a fiumi e surfando sull’onda economica sorta dal mare di benessere che quegli anni hanno tirato su per almeno un decennio. Ecco, immaginate un prototipo della generazione degli yuppies: un bel lavoro, bei guadagni, bella moglie e bei figli. Insomma la rappresentazione del bello che però ha un problema da non sottovalutare durante la sua facoltosa giornata: l’alcol.

Ogni momento è dedicato alla consacrazione del proprio alcolismo.

Il protagonista de Il suono della mia voce, Morris Magellan, non riesce a smettere di bere, e come tutti gli alcolizzati sdrammatizza cercando di scovare sempre una scusa alla sua debolezza. Il suo punto di rottura però è la famiglia. Moglie e figli si tramutano in quello che ha perso nel fondo del bicchiere, ovvero la propria coscienza. Morris sa che a loro non può mentire, come invece fa normalmente con se stesso. Il conflitto interiore si inasprirà nel corso del romanzo fino a toccare il picco con il classico momento di lucidità che colpisce ogni alcolista.

Morris Magellan vedrà la sua vita nello squallore che è diventata nonostante le tante fortune.

Il suono della mia voce si vive con gli occhi del protagonista perché narrato in seconda persona, come se si fosse al di fuori del proprio corpo e si vedessero le proprie disgrazie senza poterci fare nulla.

Ron Butlin scrive un romanzo eccelso con uno stile preciso e con la capacità di rendere visibile, e vivibile, il dramma dell’alcolismo.

Supportato da una prefazione dello scrittore connazionale Irvine Welsh, Il suono della mia voce è un libro da leggere assolutamente e tutto d’un fiato.

21 giugno 2015

http://alessandramarrucci.it/2015/06/21/coro-di-funghi/

Sotto il cielo freddo di una città di frontiera

Hidalgo Bayal. Il paradosso del controllore, un romanzo metafisico per raccontare un'attesa beckettiana

“Il paradosso del controllore” (ed. Socrates, 2014) è un romanzo di Gonzalo Hidalgo Bayal, filologo e scrittore spagnolo, pubblicato in Spagna nel 2006 e recentemente (grazie all'ottima traduzione di Simonetta Nove e Daniela Simula) anche in Italia. Un'opera metafisica, costruita su una storia non storia, dalla trama pressoché inesistente e dalla prosa colta, lenta, perfettamente ricercata ma al tempo stesso condensata in fulminanti ed algide immagini.
È una sera di novembre, una stazione senza nome, il cielo freddo di una città di frontiera. Approfittando della fermata del treno, un uomo scende sulla banchina per comprare una bottiglia d'acqua. Gesto semplice, banale, su cui non si è meditato troppo, ma che proprio per questo nasconde un pericolo oscuro e quasi mortale. La breve fila davanti alla cassa del bar, un inutile sguardo al titolo di un giornale, una parola di troppo con un forestiero, l'uomo si attarda e il treno riparte senza di lui, lasciandolo solo, senza bagaglio, senza soldi e soprattutto senza la sua identità.
E allora nella vita di quest'uomo, che si intende come fosse stata banale, monotona e sbiadita fino ad allora, irrompe un'altra vita, aliena, maligna, in cui egli si trova come imprigionato e da cui non può più uscirne. E adesso cosa potrà fare quest'uomo che è rimasto senza il suo treno? Mettersi alla ricerca del controllore che gli possa dare le informazioni su come e quando ripartire. Ma il controllore è anch'esso misteriosamente sparito: l'uomo non riesce a trovarlo, nessuno glielo sa indicare e c'è addirittura chi nega la sua esistenza.
Inizia così la peregrinatio tra la stazione e la città vicina, misteriosamente anch'essa senza nome (nulla e nessuno ha un nome in questo libro), somigliante alle nostre città ma immersa in una estraniante realtà, probabilmente simbolo della vita decaduta del nostro Occidente. Come un eroe tragico, ma che a differenza di ogni buon eroe tragico è completamente immemore del suo Eden dal quale è stato estromesso, l'eroe-antieroe di Bayal, nella sua identità diluita, amebica tra l’essere viaggiatore, forestiero e controllore ad un tempo – per ironia della sorte, proprio il controllore, deus ex machina senza volto, definirà la nuova identità di quest'uomo – è “gettato” dentro una nuova vita in cui tutto sembra senza senso. Come in una letteraria e spiazzante Via Crucis, questo povero Ecce Homo tocca tutte le stazioni della sofferenza, bussando a ogni porta in cerca di aiuto, ma ottenendo solo cinico rifiuto o, al massimo, spocchiosa futilità.
Divenuto quasi un barbone, intesse relazioni con emarginati e personaggi di vario tipo, come il venditore di cialde, una specie di mago-principe, padrone per diritto acquisito della colonna della piazza, sotto la quale vende la merce ai passanti (uno stilita del V secolo sui generis creato dalla finzione letteraria), o ancora il giovane barista della stazione, un giovane compassionevole – il solo – che offre all'uomo caffè e brioche con cui si possa sfamare.
In una realtà occulta e sotterranea, separata dalla sua vecchia vita, il presunto controllore girovaga nell’abbandono, sopportando con stoica sopportazione ogni avversità tra personaggi che inaspettatamente sembrano tutte figure tragiche, sbalzate dentro un'esistenza che scorre in un mare che va controcorrente, ma che proprio per questo Bayal riesce a imprimere loro una solennità di carattere, tipicamente spagnolo, come il mondatore di frutta che, chiuso nelle sue ossessioni, ha i tratti di un nobile Hidalgo.
Il bisogno di stabilità e ordine nel tempo quotidiano, che pareva essere smarrito dopo la perdita del treno, è comunque cercata dal controllore ripristinando nuove abitudini, come la quotidiana passeggiata verso la stazione nella eterna e becketiana speranza di trovare un treno sul quale partire, l’incontro mattiniero con il guardiano del casello del quale diventa amico, i giri per le osterie con un ciarlatano-predicatore perso anche lui in questa città fuori dal tempo. Perché in fondo ciascuno di noi è fatto della stessa sostanza delle proprie abitudini, e cerca di ancorarsi ad esse come a uno scoglio, prima che il disordine e il caos arrivino distruggendo quella parvenza di illusioni dietro cui ci siamo trincerati con tanta fatica.
La lettura è ipnotica e ci fa aggirare in atmosfere oniriche ed iper-realiste, con questa figura del protagonista che è un esiliato, vittima e capro espiatorio. Il controllore che che sceglie sempre di non scegliere, di non essere nessuno e, per questo, di volere essere il nulla e, dunque, di essere-per-il-non-essere, variazione dell'essere-per-la-morte heideggeriano, ci affascina perché non è chiuso in alcuna identità e fa provare in noi la vertigine di chi non ha nessun abito mentale.
Eppure una traccia di luce, di speranza c'è, quando alla fine lo si sente pronunciare le parole “io credo nella bontà”. Questa è la sua sentenza (e la sua condanna), estrema prova di sventurata pazienza alle prove avverse che accetta, mentre decide di continuare a vivere – ed è questa una forma, anche se non desiderata, di immortalità. Poiché, recita un detto evangelico, chi vuole salvare la propria vita la perderà, e chi vuole perderla la salverà.
Tirando le conclusioni, cosa ci racconta questo romanzo metafisico di Gonzalo Hidalgo Bayal? Che forse quest’uomo, e la città cinica e decadente in cui vive, è immagine riflessa di quell'esistenza a cui tutti noi arriviamo da una stazione senza nome, quasi per caso, ma a cui restiamo attaccati, tenacemente e fino all'ultimo giorno, cercando quel senso che talvolta sembra non esserci.

Mario Sammarone

Le ferite della Grecia
Per capire la Grecia politica attuale è uscito un libro che riporta la memoria indietro di oltre mezzo
secolo. Pochi sanno che in Grecia la guerra partigiana è durata fino al 1949. Come in tutti i paesi
occupati dai nazifascisti si sviluppò la Resistenza, ma nel 1944 Churchill decise di appoggiare con
decisione i partigiani filo monarchici e moderati a danno di quelli comunisti dell’ELA (Esercito
Popolare Greco di Liberazione) poi riorganizzati come DSE (Esercito partigiano greco), componente
militare del Fronte nazionale di liberazione greco (EAM). Facendo male i calcoli, i comunisti non
accettarono le elezioni (diversamente da Togliatti in Italia) né riconobbero la legittimità della
monarchia ellenica, compromessa col parafascismo del generale Metaxàs (che invece dovette
affrontare l’invasione voluta da Mussolini) e in fondo estranea al popolo: nella casa reale ellenica
non è mai scorsa una goccia di sangue greco, ma solo tedesco o scandinavo. Nelle fasi iniziali della
Guerra Fredda, la Grecia non poté quindi scegliere il proprio governo, ma divenne il campo di
battaglia tra i partigiani comunisti appoggiati esternamente dalla Jugoslavia di Tito e dall’Unione
Sovietica contro l’esercito regolare finanziato dagli Inglesi e poi dagli Stati Uniti.
La guerra civile durò fino al 1949, rovinò un paese già povero di suo, causò almeno 80.000 morti,
migliaia di profughi e internati e si concluse con la restaurazione della monarchia. Ma per anni la
Grecia rimase una nazione divisa e il suo fragile sistema politico ed economico fatica tuttora a
trovare un equilibrio. Solo dal 1981 il governo socialista del PASOK consentì agli ex-partigiani del
DSE di rientrare in patria, avere una pensione ed essere riconosciuti come combattenti. Dal 1989
quel tragico triennio è definito ufficialmente Emfylios (pòlemon), guerra civile. Esso rivive ora
attraverso il diario di un partigiano del DSE, Sotiris Kanellopoulos, che operava nel Peloponneso
dove era nato. Copre solo due mesi e mezzo del 1949, ma è un documento di un’intensità incredibile.
Man mano che l’esercito regolare chiudeva la morsa, le bande partigiane che operavano a nord in
Tessaglia e in Epiro potevano anche ritirarsi in Jugoslavia, ma quelle del Peloponneso si erano messe
in un vicolo cieco. Fu così che Sotiris Kanellopoulos e i suoi si asserragliarono – novelli spartani – sul
monte Taigeto, la cima più alta della zona, tutta forre e dirupi, dove però alla fine furono accerchiati
e annientati. Si vive in condizioni estreme, eppure il nostro guerriero braccato e affamato trova il
tempo di scrivere un diario. Si cambia spesso rifugio, spesso un vero buco nella roccia, si parla di
neve, di freddo, di fame, di compagni morti o dispersi, ma c’è persino spazio per ben altro: ora si
canta o si recitano poesie, oppure leggiamo testualmente: “le pastorelle cantano come sempre, si
sente anche il suono di un piffero”. Siamo realmente in Arcadia, ma sorprende l’eterna capacità
poetica degli Elleni.
Il diario è stato scoperto in Italia dalla giornalista Silvia Calamati ed ora è disponibile al lettore
italiano. Il libro è completato da un’opportuna analisi del periodo 1936-1949 dell’inglese Richard
Clogg, studioso di storia greca moderna e contemporanea. Il ruolo svolto dal DSE durante la Guerra
civile è invece l’oggetto del saggio di Polymeris Voglis, del Dipartimento di Storia dell’Università
della Tessaglia, arricchito dall’introduzione di Caterina Carpinato, professore associato di Lingua e
letteratura neogreca all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Fenomeni da baraccone

(…) Può capitare, a volte, di fuggire non insieme al circo bensì proprio dal circo. La protagonista dell’incantevole libro di Christian Bobin Folli i miei passi (Edizioni Socrates/ AnimaMundi, pagg 100 €10) fugge per la prima volta a due anni e viene ritrovata, come un Cappuccetto rosso riscritto da Angela Carter, beatamente addormentata sulla pancia di un lupo, quel lupo che veniva esibito come attrazione dalla sua famiglia circense. Nel giro di pochi anni, questa creatura dalla mutevole identità diventerà maestra dell’arte della fuga; divenuta adolescente e poi donna, sperimenta amicizie, lavori e perfino il matrimonio, ma il richiamo di quella promessa di libertà emanata dagli scintillanti occhi del lupo esercita un’attrazione a cui è impossibile sottrarsi: finché è questo stesso richiamo che la riconduce al circo. Beninteso, un circo che non è più metafora della vita, nomade eppure a suo modo stanziale nella sua abitudinaria successione di numeri continuamente esposti all’irruzione dell’imprevisto. E allora l’intensa voce poetica di questo romanzo non è frutto di una visione metafisica del circo in cui la letteratura francese (da De Banville a Genet, passando per Laforgue e Apollinaire) ha spesso dato il meglio di sé fino all’estenuazione; nasce, piuttosto, dall’attrito che si sprigiona dal contatto di traiettorie divergenti, dentro e fuori dello spazio di un tendone (…).

Maria Vittoria Vittori

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