Rassegna stampa

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Tasmania Blues, un libricino che mette al centro della narrazione una vita solitaria ed apatica di una donna fragile.
 
Trama:
Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.
 
 
Recensione:
Il cielo limpido e azzurro che sembra affacciarsi sul mare baciato dal sole, lo stesso mare che la protagonista di Tasmania Blues ripudia di giorno e nel quale si immerge nella notte, come per purificarsi l'anima in privato. Incurante e senza timore verso l'oscurità che le si apre sotto i piedi, la giovane donna vive la sua vita esattamente così: con miopia.
Diventata moglie e madre per caso, "incastrata" da un destino contro cui non ha avuto la forza ed il coraggio di ribellarsi, si adatta con velocità ed apatia alla sua gravidanza indesiderata e al matrimonio con un uomo che forse neanche ama; e forse neanche lui ama lei così indifferente e poco presente nella quotidianità della moglie. Intanto c'è proprio la quotidianità da portare avanti, con lo spettro della depressione post partum che le immobilizza sempre l'emotività, tranne il martedì e il giovedì. Due giorni a settimana che hanno del sacro perché toccano il desiderio di fuga della protagonista dalle sue responsabilità di madre. Due giorni nei quali lei può lasciare la figlia alla suocera per vedersi con i due migliori amici, destinatari dell'amore nella stessa misura del marito. E il tutto le dà un senso di liberazione, come quando guarda quei cieli azzurri disturbata dall'ossessione della sua vicina per la cura del prato.
 
Dopo che il sole spuntò dall'invisibile fessura tra mare e cielo, l'acqua si tinse momentaneamente di rosso, come ricoperta di una chiazza di sostanza post-parto.
 
In Tamania Blues leggiamo di una protagonista confusa emotivamente, piena di cinismo e di spallucce verso le piccole cose della vita che formano quelle grandi ed essenziali. E non ci sono sensi di colpa per questa donna così sola e depressa in uno stato dalla bellezza devastante ma anch'esso isolato. Il tutto scorre lento, come il tempo che per la protagonista che si dilata, mentre realmente il tutto scorre senza freni, con sensualità e noia. Una calma piatta di una donna fragile che sfocia in un epilogo inatteso ed imprevedibile, senza però discostarsi dalla mente malata e dalla personalità confusa della protagonista
Tasmania Blues è un libro dalle poche pagine che pone al centro dell'attenzione il peso esistenziale di una donna bisognosa di aiuto, con un linguaggio elaborato contro un'apparenza semplice, che si sposano alla perfezione con la lentezza della narrazione lasciando quel senso di sospeso e di non concluso: da assaporare quando si desidera una lettura particolare le cui poche pagine sono un peso rilevante capace di turbare il lettore.
 
Vi era un messaggio in tutto questo, non oggi non era il giorno per coglierlo.

Siham

11/01/2017

http://unoscaffaledilibri.blogspot.it/2017/01/recensione-tasmania-blues-di-helen.html

"Il suono della mia voce" di Ron Butlin è un bel libro per almeno due motivi: il primo è che mi è stato regalato alla fiera di Chiari dall’editrice in persona, Socrates Edizioni. Il secondo è che mi ha fatto capire quanto sono fortunato.
La mia fortuna consiste nell’avere all’interno del corpo (devo ancora scoprire dove) una valvola speciale che mi impedisce di sballare, ubriacarmi, annegare i pensieri nell’alcool.
Certo, è successo anche a me di essere tornato a casa brillo e pure di avere vomitato ma si è trattato di due errori, due di numero. Di solito, nei piaceri della tavola, liquidi o consistenti, quando raggiungo il livello massimo la valvola si chiude e mi impedisce di continuare. 

Per questo ho sempre fatto fatica a capire le persone che bevono un bicchiere per rilassarsi, come fa Morris Magellan, il protagonista de "Il Suono della Mia Voce". Lui è un giovane e brillante dirigente di un’azienda di biscotti in Scozia, vive in una bella casa con giardino, ha una moglie e due figli. Sembra la famiglia del Mulino Bianco.
Eppure la realtà non è questa, Morris recita una parte:

Due sono le storie della tua vita: una appartiene agli altri – una storia con molte varianti – e l’altra è tua, tua soltanto”.

Una storia che per reggere ha bisogno di un lubrificante, “un solvente universale”, l’alcol appunto, perché “Più bevi più ti è facile distinguere tra nord, sud, est e ovest. Scoccate le cinque di solito hai bevuto abbastanza da trovare la strada di casa”.
C’è una frase che fa capire bene come diventa la visione di un alcolizzato o di un tossicodipendente in genere:

Tutto ti sembrava grigio–metallo e avvertivi quello stesso colore dentro di te. Quindi, prima di servire la famiglia, ti sei servito tu, e in fretta. Cognac. E in abbondanza. Due volte – senza badare all’etichetta (bisogna osservarla solo in società, hai pensato con una risata). Il metallo è svanito e la cucina e il giardino sono diventati nuovamente a colori. Come bere luce del sole, quasi”.

Anche lui, come tutti gli alcolisti, è convinto che il segreto consista nel sapere come usarlo: un bicchiere ricarica il sistema, due potrebbero essere troppi e sapere quando fermarsi è il trucco vincente.
Nella sue giornate ad alto tasso alcolico non vive mai il presente, il tempo è solo il senso del desiderio che si prova ad essere altrove. La moglie si arrabbia, sopporta, comprende ma gli amati figli, Tom ed Elise rappresentano le “accuse”, la vera coscienza dalla quale non riesce a sfuggire.  
Il protagonista parla a sè stesso, si dà del tu, spera in questo modo di allontanare le proprie colpe e cacciare quel demone che risale al rapporto tormentato con suo padre. Ma l’assoluzione non può darla l’alcol e tantomeno la famiglia. Solo alla fine scopriremo da chi arriva e come Morris tornerà a parlare con un’unica e sola voce.

"Il suono della mia voce" di Ron Butlin è stato scritto negli anni Ottanta, in piena epoca Tatcheriana ed è un canto disperato (vedrete anche quanto sia presente la musica classica fra queste pagine), un romanzo che a quel tempo è passato inosservato, probabilmente perché, come dice Irvin Welsh nella prefazione, “l’opera di Butlin era forse troppo avanti per l’epoca; la sua critica incessante, anche se implicita, di un periodo spiritualmente vuoto e socialmente conformista è di gran lunga più destabilizzante rispetto a molte opere di narrativa più celebrate e apertamente polemiche che la Scozia abbia prodotto in quel periodo”.

Dicevo: non ho mai capito chi ha bisogno di un bicchiere per rilassarsi, chi beve per superare uno choc, chi lo fa per sballare. Però adesso, complice il freddo e il fatto che quella misteriosa valvola è spalancata, un bicchierino lo prenderei volentieri.

Per comprendere Il suono della mia voce di Ron Butlin, bisogna sprofondare nei mitici anni ottanta galleggiando sul successo effimero del denaro a fiumi e surfando sull’onda economica sorta dal mare di benessere che quegli anni hanno tirato su per almeno un decennio. Ecco, immaginate un prototipo della generazione degli yuppies: un bel lavoro, bei guadagni, bella moglie e bei figli. Insomma la rappresentazione del bello che però ha un problema da non sottovalutare durante la sua facoltosa giornata: l’alcol.

Ogni momento è dedicato alla consacrazione del proprio alcolismo.

Il protagonista de Il suono della mia voce, Morris Magellan, non riesce a smettere di bere, e come tutti gli alcolizzati sdrammatizza cercando di scovare sempre una scusa alla sua debolezza. Il suo punto di rottura però è la famiglia. Moglie e figli si tramutano in quello che ha perso nel fondo del bicchiere, ovvero la propria coscienza. Morris sa che a loro non può mentire, come invece fa normalmente con se stesso. Il conflitto interiore si inasprirà nel corso del romanzo fino a toccare il picco con il classico momento di lucidità che colpisce ogni alcolista.

Morris Magellan vedrà la sua vita nello squallore che è diventata nonostante le tante fortune.

Il suono della mia voce si vive con gli occhi del protagonista perché narrato in seconda persona, come se si fosse al di fuori del proprio corpo e si vedessero le proprie disgrazie senza poterci fare nulla.

Ron Butlin scrive un romanzo eccelso con uno stile preciso e con la capacità di rendere visibile, e vivibile, il dramma dell’alcolismo.

Supportato da una prefazione dello scrittore connazionale Irvine Welsh, Il suono della mia voce è un libro da leggere assolutamente e tutto d’un fiato.

Paolo Perlini - 20 dicembre 2016

http://www.crunched.it/leggere/34-libri/379-il-suono-della-mia-voce-di-ron-butlin.html

Edizioni Socrates pubblica un libro che dice molto non solo riguardo la trascorsa guerra civile nel Burundi, ma su tutti i conflitti fratricidi che insanguinano il mondo

Nyamuragi non parla, non per una limitazione fisica, ma semplicemente perché non vuole parlare. Il suo mutismo è un atto di rivolta, un rassegnarsi all’inutilità del linguaggio. In un mondo dominato dalla violenza, solo i fatti contano.

È questa l’invenzione che Roland Rugero, giovanissimo scrittore del Burundi, mette in scena nel suo romanzo breve dal titolo Vivi!Un’idea in verità non insolita nella storia della letteratura (l’ha usata Pirandello nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, l’ha sfruttata più di recente l’autrice ucraina Marija Matios nel suo libro Darusja la dolcesolo per indicare due esempi), declinata però in questo caso con una sensibilità del tutto peculiare. Merito della casa editrice Socrates aver posto l’attenzione su questo coraggioso e poliedrico autore attivo anche come regista, infaticabile animatore della scena culturale del Burundi, tradotto in Italia per la prima volta.

Il crollo di un intero Paese si identifica nella perdita di valore della parola. Da anni ormai la parola è messa in dubbio, non si può più accettare quanto viene detto”, scrive in maniera significativa Rugero. L’epoca della fiducia è ormai trascorsa, mentre la menzogna ha preso il sopravvento. La condizione edenica è definitivamente perduta, e con essa i valori di un linguaggio comune. Gli uomini non giurano più … : dunque non si può più dare loro fiducia”. Infrangendo gli antichi patti, l’uomo è precipitato in una condizione di miseria assoluta. Il sospetto si è insinuato nelle menti, eclissando per sempre la sacralità delle cose.

maxresdefault-jpgla parola è esplosa in innumerevoli frammenti, l’unità si è irrimediabilmente sbriciolata”, l’uomo ha perduto i suoi punti di riferimento. Descrivendo la progressiva erosione di una tradizione millenaria, costruita su valori atavici improvvisamente messi in discussione, Rugero mostra una grande consapevolezza della tradizione letteraria occidentale (si pensi al Paradise lost di Milton). Non a caso, proprio nelle prime righe, si identifica la guerra civile con una sorta di punizione divina. Eppure il suo è un libro totalmente africano, che di questo immenso e misterioso continente evoca con grande suggestione le atmosfere.

La narrazione ha un carattere rapsodico, e mescola il tempo presente con quello della fiaba e della cultura orale. Anche lo stile è estremamente originale, in grado di coniugare il lirismo più puro con la cruda realtà dei fatti. Le diverse figure appaiono come maschere rituali intagliate nel legno, vive e metaforicamente pregne di significato.  La natura osserva tutto; sin dall’inizio i cieli stessi avvampano per la vergogna, il paesaggio intero sembra palpitare in una simbiosi totale con i destini degli uomini.

Il simbolismo delle limitazioni fisiche trova poi un’ulteriore incarnazione nel personaggio della vecchia cieca da un occhio. Eppure, paradossalmente, l’handicap permette una visione più lenta e dunque più chiara delle cose. Il Burundi è un Paese cieco e muto, per il quale l’autore auspica un nuovo futuro. Per questo dedica alcune pagine illuminanti alla parola ejoche in kirundi significa domani e ieri, due tempi diversi ma indissolubilmente legati.

Considerando che il futuro attinge al passato, sarà arduo costruire un mondo nuovo dopo le violenze inenarrabili della guerra civile, che ha contrapposto le etnie tutsi e hutu dal 1993 al 2005. Una massima applicabile a tante altre guerre che oggi stanno dilaniando interi Paesi, e pensiamo alla Siria quanto all’Ucraina, seminando odio laddove un tempo c’era pacifica convivenza.

Proprio un atto di violenza, un presunto tentativo di stupro del quale viene accusato il protagonista, domina la narrazione. Con efficace intuizione letteraria, l’autore lo accosta a un episodio di insostenibile crudeltà avvenuto durante la guerra.  Ancora una volta il tempo di ieri e quello dell’oggi si uniscono. Ciò che resta è il rimpianto per un’esistenza sciupata nell’incessante agitazione, per una vita che, come pensa la vecchia guercia, “è come l’acqua che scorre sulla terra e che non si può recuperare”.

 

Riccardo Cenci - 16 dicembre 2016

Eurocomunicazione.com

 

PHOTO RON BUTLINRon Butlin, l’autore de Il Suono della Mia Voce, ci concede un’intervista sincera e delicatamente profonda dove spiega il titolo del suo bellissimo romanzo, l’uso sapiente della seconda persona, gli anni Ottanta, gli yuppies, l’avidità e molto altro ancora.

Come è nata l’idea per Il Suono della Mia Voce?

Non c’era nessun piano, nessuna mira ad effetto. Mi è semplicemente venuta in mente la linea d’apertura – così come scrivo sempre che si tratti di poesie, racconti o romanzi. E questa linea di apertura era in seconda persona. Non avevo idea del perché, ma ho solo tenuto la narrazione andando avanti come meglio ho potuto, lasciando che la storia si sviluppasse – e gradualmente (molto tardi) ho scoperto il motivo per cui il romanzo doveva essere in seconda persona. A poco a poco, come ho scritto, mi sono reso conto che stavo ricordando la visita a un mio amico di vecchia data e la vista da vicino della sua vita caotica . Egli non era Morris – il mio amico non era sposato con la casa suburbana e bambini, ma ho potuto constatare che ha vissuto quasi una doppia vita – caos emotivo, lo stato privato e il successo in pubblico (aveva un posto di prestigio nella pubblica amministrazione). Il romanzo non è su di lui – ma nel corso della scrittura, mi sono gradualmente reso conto che stavo scrivendo su questo tipo di situazione. La pressione del successo nella cultura dell’avidità, per esempio. Non ho scritto il romanzo in sequenza, ma in decine di sezioni indipendenti e separate. Iniziavo una nuova sezione dopo qualche giorno dalla precedente. Nessuna pianificazione. Alla fine, quando mi sembrava di non avere in testa più nuove sezioni, o inizi di sezioni, ho raccolto tutto quello che avevo scritto e ho iniziato di nuovo – come se avessi avuto un sacco di pezzi di un puzzle, ma non avevo alcuna foto del puzzle finito! Poi mi sono dedicato al piacere di assemblare i pezzi al meglio, cambiando dettagli di volta in volta. Solo quando ero vicino alla realizzazione finale mi sono reso completamente conto del romanzo che avevo scritto. Quel momento è stato davvero emozionante! Questo metodo di scrittura non è uno di quelli che consiglierei. Ma sembra essere l’unico che conosco per scrivere. C’è un sacco di lavoro da fare. Ad un certo punto, il romanzo era lungo almeno due volte rispetto alla versione finale. Ho appena completato un nuovo romanzo che mi ha preso diversi anni. Scrivo molto con carta e penna, un lavoro molto lungo. Poi lo stampo e lo correggo e lo taglio fino a quando non sono soddisfatto.

Per alcune persone l’alcol è sicuramente un veleno, ed a volte ci vogliono molti anni per scoprire questa ‘allergia’. Per fortuna non sono uno di loro. Per altri può essere una gentile benedizione. Mi piace molto il vino, in particolare con il cibo. Raramente mi bevo alcolici o birra, anche se mi piace un bicchiere di tanto in tanto. Ci sono brevi scene della mia vita nel Suono della Mia Voce – momenti dell’infanzia, come l’episodio del suicidio (vivevo a Parigi e ho visto un uomo gettarsi sotto un treno nella metropolitana) e pochi altri. Ma non è autobiografico.

Il Suono della Mia Voce, anno di stampa: 1987, ha una specifica denuncia sociale?

Sì, credo di sì. Il romanzo è stato scritto durante la piaga di Margaret Thatcher e descrive cosa accade a qualcuno che ha successo totale in termini thatcheriani – denaro, status, successo – e tuttavia, nella sua vita personale, si sente del tutto vuoto e perduto. Dopo la pubblicazione del libro, è stato Irvine Welsh che giustamente ha sottolineato la dimensione politica di questo aspetto, mentre io pensavo al romanzo semplicemente in termini di un personaggio alle prese con la sua vita.

Perchè Il Suono della Mia Voce è un romanzo scritto in seconda persona?

Come ho detto nella prima domanda, mi è venuta in mente la linea d’apertura. Ho fiducia nella mia immaginazione e le lascio raccontare la storia. A poco a poco sentivo sempre più giusta la seconda voce persona e così ho continuato. I critici si sono presentati con tutti i tipi di ragioni possibili per il mio uso della seconda persona. Alcuni dicendo che quella voce interiore di Morris è come una sorta di ‘guida’ interna che cerca di salvarlo. Giusto. Credo che dentro ognuno di noi ci sia qualcosa di molto particolare – il senso del nostro sé / la nostra coscienza / immaginazione / la nostra anima, chiamatelo come volete – e la cui unica preoccupazione è il nostro benessere. Questa ‘voce’ interiore è praticamente l’unica cosa nell’universo su cui possiamo fare completamente affidamento e che sappiamo essere totalmente dalla nostra parte. Il problema è – che spesso non la ascoltiamo o non diamo il giusto valore ad essa. Nel corso del romanzo Morris certamente è penalizzato dal non ascoltare la sua voce interiore e l’alcol è uno dei modi che tenta di bloccarla fuori dalla sua testa. Le cose vanno di male in peggio fino a quando finalmente è scosso al punto di sentirla. Mentre la ascolta, si comincia a percepire il suo dolore – e solo allora può iniziare la vera guarigione.

Come è cambiato il dramma dell’alcolismo dagli anni Ottanta ad oggi?

Non sono sicuro che sia cambiato. Ne è ancora pieno il mondo. Sbronzarsi per una certa motivazione. Non essendo un alcolizzato ho trovato molto strano scrivere da ‘ubriaco’, strano e tuttavia liberatorio. Mi ha permesso di descrivere gli eventi attraverso un’immagine invece della solita narrativa lineare. Questa forma di ‘immagine’, di percezione, mi ha permesso di esplorare i salti temporali e l’auto-inganno, e mi ha dato la libertà di giocare con il suono delle parole e dei loro ritmi – molto come nella poesia. La poesia si muove molto più velocemente della prosa – un po’ come quando sei ubriaco, forse!

E gli yuppies, esistono ancora oggi?

Anche in questo caso, non sono sicuro. La loro avidità aveva una certa ingenuità – come se il denaro fosse una specie di magia in grado di trasformare la loro vita per renderli felici. L’avidità è ancora con noi, e da molto tempo. Gli aspiranti amministratori delegati aziendali, banchieri e simili sembrano intrappolati su un tapis roulant molto disperato e triste. Nel frattempo, è il resto di noi a pagarne caro il prezzo. La globalizzazione sta accelerando la rovina delle risorse della terra e uccidendo lo spirito umano in tanti modi. Ma in tutto il mondo, sempre più persone non considerano i soldi come una loro priorità. Il che dà speranza. Detto questo, però, l’America ha appena votato nel suo primo presidente miliardario. Forse dobbiamo sperare di più, e protestare in modo più efficace.

Parlaci del tuo rapporto con la scrittura.

E’ diventato la mia vita! Ho pubblicato romanzi, racconti, poesie, opere teatrali, libretti d’opera. Anche se spesso è un lavoro molto duro e viene condito con tutti i tipi di difficoltà e delusioni, mi piace veramente. Recentemente mi sono trovato a scrivere per i bambini. Comics per i bambini molto piccoli e storie di avventura per gli adolescenti. Questo è un vero scrivere – e un vero divertimento!

Chi è il tuo scrittore preferito?

Ce ne sono molti tra cui scegliere. Mi piacciono un sacco i classici – Dickens, Dante, i russi, Balzac ecc. I miei preferiti contemporanei sono Ray Bradbury, T.C. Boyle e tutta una serie di altri tra cui scrittori di criminalità e maestri di sci-fi.

Qualche consiglio per i nuovi scrittori?

Scrivi, leggi. E viaggia (anche se è solo nella tua città, paese o villaggio, oppure la propria strada). Fidatevi della vostra immaginazione – è dalla vostra parte!

Piani per il futuro?

Ho tre libri in uscita nel 2017 – Beware of the Trolls! per i bambini molto piccoli; Steve & FranDan Take on the World per gli adolescenti; Billionaires’ Banquet per gli adulti. Quest’ultimo è un libro di satira politica. Molto divertente e molto seria (spero!).

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Andrea Paolucci - 28 novembre 2016

http://www.rocknread.it/intervista-ron-butlin/

Sapete dov’è la Tasmania? No, non confondetevi con la Tanzania. La Tasmania è uno Stato dell’Australia, di preciso un’isola che prende il nome da  Abel Tasman, il navigatore olandese che la scoprì nel 1642.
E sapete cos’è il Blues? Questa è più facile: è un tipo di musica caratterizzata da una struttura ripetitiva di dodici battute e dall'uso delle blue note (un intervallo di quinta diminuita) nella melodia.
“Tasmania Blues”, invece, è un bellissimo libro di Helen Hodgman edito da Socrates Edizioni.
Mi sono bastate due cose per innamorarmene, la copertina e, in terza pagina, queste righe:

"Non accadde. I giorni passarono e cominciai a dubitare che potesse succedere realmente. Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.”
E non per niente, queste righe sono riportate anche nella quarta di copertina.

Protagonista è una giovane donna, moglie di James il cui merito consiste nell’essere stato “ il primo uomo che mi spiegò in modo comprensibile il sistema elettorale americano”. Forse non era una dote sufficiente visto che poco dopo dice: “Quando scoprii di essere incinta e lui mi portò a conoscere sua madre, era come se avessi vinto alla lotteria senza sapere di avere il biglietto: non sai se ridere o se piangere”.
Ha un’unica vicina ossessionata per la manutenzione del prato, che ha soprannominato Nostra Signora del Giardinaggio Australiano. Ci sono le donne con i figli e i borsoni colorati che affollano la spiaggia ma lei, al mare preferisce andarci di notte. E poi ci sono i cieli blu ("Blue Skies" è il titolo originale) e le piogge scarse. La sua settimana sarebbe piatta come un sasso ben levigato se non ci fossero due giorni particolari, “Il martedì e il giovedì. In quei giorni potevo decollare e dimenticare la strada, la spiaggia e le tre del pomeriggio”. Infatti, è in questi giorni che lascia la figlia Angelica dalla suocera e va a trovare i suoi amici. Al martedì va da Jonathan, proprietario di un bar ristorante e suo ex datore di lavoro. Al giovedì va a trovare Ben, un artista stravagante e con qualche complicazione con le droghe, sposato con Gloria, la migliore e unica amica della nostra protagonista.

Il romanzo è uscito nel 1976 ma risulta ancora attuale. Descrive il peso esistenziale di una vita solitaria, ai confini del mondo, nella quale il marito è quasi assente per problemi di lavoro. Si avverte la confusione emotiva di una maternità forse non voluta (“Consegnai Angelica e presi il bus per la città” dice ad un certo punto, come se si trattasse di un pacco”) e poi la semplicità con la quale la protagonista riesce ad amare i suoi tre uomini, anzi, quattro se contempliamo anche l’autista di autobus. E con la stessa semplicità riesce a vivere tutto questo senza sensi di colpa:
“Tirai il tappo della vasca con rimpianto, e rimasi a guardare la fragrante acqua tinta di verde che turbinava, assieme a tutti i miei peccati, giù nel buco dello scarico. In senso antiorario, naturalmente”.

Un romanzo dove tutto sembra scorrere lento, come se le lancette fossero sempre ferme sulle tre, e invece succedono un sacco di cose, fino all’epilogo finale nel quale si scopre che lei, la madre ormai depressa, la moglie infedele, riesce a sopravvivere a tutto perché dentro di sé ha due ingredienti ben miscelati: ironia e cinismo.
Centotre pagine che si consumano in un paio di serate, una lettura che mi ha sorpreso e mi invita a scoprire di più su Helen Hodgman. Nata in Scozia nel 1945 e trasferitasi in Tasmania con la famiglia all’età di tredici anni. Nel 1975 scrive il suo primo romanzo, “Tasmania Blues” (“Blue Skies”), pubblicato da case editrici inglesi e australiane (Penguin, Virago Press, The Text Publishing) e in tedesco da Knauss. Due anni dopo scrive un altro romanzo di successo, “Jack & Jill”, vincitore del premio Somerset Maugham Award nel 1979. In seguito pubblica altri romanzi, “Broken Words” (1988) che vince il Christina Stead Prize nel 1989, “Passing Remarks” (1996), “Waiting For Matindi” (1998), “The Bad Policeman” (2001).
Ora vive a Sidney, dove i cieli credo che siano sempre blu.

Paolo Perlini

21/11/2016

http://www.crunched.it/leggere/34-libri/355-tasmania-blues-helen-hodgman.html

Esce finalmente in italiano dalla casa editrice Socrates di Roma tradotto da Valentina Rossini Tasmania blues la prima opera scrittrice australiana Helen Hodgman, ma nata in Scozia e trasferitasi appena adolescente alla fine degli anni cinquanta con la famiglia in Tasmania, la grande isola separata dal continente australiano dallo stretto di Bass.

Il romanzo racconta in prima persona la vita quotidiana di una ragazza molto giovane che si ritrova a dover affrontare una maternità avvenuta troppo presto e un ruolo  familiare nel quale non riesce a riconoscersi. Immagini nitide accompagnano le difficoltà della protagonista che si sente estranea a tutto ciò che le capita intorno, non riesce a partecipare alla vita che le si muove davanti agli occhi, ma può soltanto osservarla. L’incipit sembra contenere in sé il nocciolo della vicenda sin dalla prima frase: “Ho osservato tutto fin dall’inizio”. La ragazza abita con il marito e la figlia neonata nell’ultimo bungalow costruito  accanto alla spiaggia e spostando le tapparelle spia la costruzione di un nuovo bungalow, l’arrivo della vicina di casa, il suo ostinarsi a trasformare in prato un quadrato di aguzzi fili d’erba.

Il distacco con cui viene osservato il mondo circostante, l’incapacità di prendervi parte, di farsi assorbire dalle sensazioni e dalle emozioni, è filtrato attraverso un punto di vista che pur osservando con grande attenzione i dettagli e riuscendo a far vedere al lettore particolari ingranditi che altrimenti non verrebbero nemmeno notati, non riesce a dare colore alle emozioni. L’immagine di una tartaruga marina che si è arenata sulla spiaggia dopo aver deposto dolorosamente le uova sembra racchiudere in sé la condizione psicologica in cui si trova  la protagonista, incapace di immergersi nell’esistenza, di condividere esperienze, di farsi catturare dalla vita, e meno che mai di accettare la maternità. L’istinto materno pare essersi arenato in una dimensione quotidiana dove domina il vuoto significativamente segnato da un orologio a muro fermo sulle tre del pomeriggio. Appena ritornata a casa subito dopo il parto la giovane protagonista non può far altro che spostare la tapparella per mettersi a osservare la vicina.

Anche il paesaggio, la spiaggia accanto alla quale la ragazza vive e che per la sua bellezza assurda potrebbe stare sulla copertina di una brochure turistica, non si lasciano catturare, ma respingono e fanno male. Tutto è filtrato attraverso un’immaturità emotiva che impedisce di vivere, nonostante il desiderio cerchi di rincorrere la vita, di esaurirsi nell’eccesso che non conosce freni né regole morali. La quotidianità è infatti scandita dagli incontri con due amanti che la protagonista va a trovare immancabilmente il martedì e il giovedì affidando la bambina alla madre del marito proprio scappando dalla situazione che si lascia alle spalle. Il vuoto emozionale cui il corpo si ribella cercando di partecipare alla vita, buttandosi a corpo morto nella vita, non riesce però a essere colmato. Proprio in questo spazio prendono forma i fantasmi degli antichi abitanti, gli aborigeni tasmaniani perseguitati e sterminati dai conquistatori bianchi, rivelando l’ombra scura che si accompagna alla abbagliante luminosità dell’isola.
Libro duro, bello, che si legge con emozione e meraviglia per le forti immagini e per la scomoda verità con cui fa costantemente confrontare e che ha conservato, nonostante sia stato scritto negli anni settanta, una forza vitale che non si è minimamente esaurita.

Rossana Dedola

09/11/2016

http://cartescoperterecensionietesti.blogspot.it/2016/11/helen-hodgman-tasmania-blues.html

"Tasmania Blues", la donna fragile di Helen Hodgman persa nella bellezza mozzafiato dell'Australia

Una percezione del tempo quanto mai dilatata, un’anaffettività latente verso la figlia neonata e la tendenza a voler rendersi seduttiva nei confronti di chiunque: pur essendo moglie e madre la protagonista di Tasmania Blues (Edizioni Socrates, collana Paesi, Parole; traduzione di Valentina Rossini), ha un atteggiamento distorto rispetto alla realtà che la circonda.

La scrittrice scozzese-australiana Helen Hodgman descrive una donna fragile, insensibile alla bellezza della terra in cui vive – la Tasmania, la grande isola australiana dalla natura incontaminata e pervasa dal profumo di eucalipto – perché colpita dalla depressione post partum. La piccola è nata da un’avventura occasionale che l’ha costretta a sposarsi con un ragazzo che conosce appena e ad assumersi responsabilità dalle quali prova in ogni modo a fuggire. Come accade tutti i martedì e i giovedì, giorni della settimana che, cascasse il mondo, riserva ai due uomini – un ristoratore gay e il marito di una sua amica. Lascia la bimba dalla suocera e corre da loro forse cercando così di riappropriarsi di quella vita, scandita da trasgressioni e mancanza di regole, che ha dovuto abbandonare troppo presto. Sullo sfondo, insieme ad allucinazioni e incubi ricorrenti, la figura di un marito altrettanto indifferente, dedito alle sue avventure e al suo lavoro più che a tranquillizzare al moglie.

 “(…) Erano giorni infiniti, - si legge - l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo.

Le altre donne, appartenenti a questa riserva naturale per femmine, riuscivano a inventarsi sempre qualcosa per riempire il loro tempo in modo decorativo e rasserenante, perlopiù assecondando i suggerimenti dalle riviste femminili – quei placebo prescritti per addolcire il tempo e tenere metà della popolazione quieta e al contempo attiva. Ma simili modelli richiedevano spirito, un bisogno impellente di colmare le giornate in modo socialmente accettabile. Io non possedevo nulla di tutto questo”.

Lo stile della Hodgman, è molto ricercato, spesso in contrasto con l’apatia della donna. La terminologia e la costruzione delle frasi in Tasmania Blues sono a volte complesse ma sempre in grado di riflettere un contesto malinconico e distopico fino all’epilogo inaspettato ma perfettamente in linea con la psiche della protagonista.

Rossella Montemurro - 31 ottobre 2016

http://www.ilmiotg.it/

Recensione de Il Suono della Mia Voce – Ron Butlin

Per comprendere Il suono della mia voce di Ron Butlin, bisogna sprofondare nei mitici anni ottanta galleggiando sul successo effimero del denaro a fiumi e surfando sull’onda economica sorta dal mare di benessere che quegli anni hanno tirato su per almeno un decennio. Ecco, immaginate un prototipo della generazione degli yuppies: un bel lavoro, bei guadagni, bella moglie e bei figli. Insomma la rappresentazione del bello che però ha un problema da non sottovalutare durante la sua facoltosa giornata: l’alcol.

Ogni momento è dedicato alla consacrazione del proprio alcolismo.

Il protagonista de Il suono della mia voce, Morris Magellan, non riesce a smettere di bere, e come tutti gli alcolizzati sdrammatizza cercando di scovare sempre una scusa alla sua debolezza. Il suo punto di rottura però è la famiglia. Moglie e figli si tramutano in quello che ha perso nel fondo del bicchiere, ovvero la propria coscienza. Morris sa che a loro non può mentire, come invece fa normalmente con se stesso. Il conflitto interiore si inasprirà nel corso del romanzo fino a toccare il picco con il classico momento di lucidità che colpisce ogni alcolista.

Morris Magellan vedrà la sua vita nello squallore che è diventata nonostante le tante fortune.

Il suono della mia voce si vive con gli occhi del protagonista perché narrato in seconda persona, come se si fosse al di fuori del proprio corpo e si vedessero le proprie disgrazie senza poterci fare nulla.

Ron Butlin scrive un romanzo eccelso con uno stile preciso e con la capacità di rendere visibile, e vivibile, il dramma dell’alcolismo.

Supportato da una prefazione dello scrittore connazionale Irvine Welsh, Il suono della mia voce è un libro da leggere assolutamente e tutto d’un fiato.

Andrea Paolucci - 29 ottobre 2016

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