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"Il suono della mia voce" di Ron Butlin è un bel libro per almeno due motivi: il primo è che mi è stato regalato alla fiera di Chiari dall’editrice in persona, Socrates Edizioni. Il secondo è che mi ha fatto capire quanto sono fortunato.
La mia fortuna consiste nell’avere all’interno del corpo (devo ancora scoprire dove) una valvola speciale che mi impedisce di sballare, ubriacarmi, annegare i pensieri nell’alcool.
Certo, è successo anche a me di essere tornato a casa brillo e pure di avere vomitato ma si è trattato di due errori, due di numero. Di solito, nei piaceri della tavola, liquidi o consistenti, quando raggiungo il livello massimo la valvola si chiude e mi impedisce di continuare. 

Per questo ho sempre fatto fatica a capire le persone che bevono un bicchiere per rilassarsi, come fa Morris Magellan, il protagonista de "Il Suono della Mia Voce". Lui è un giovane e brillante dirigente di un’azienda di biscotti in Scozia, vive in una bella casa con giardino, ha una moglie e due figli. Sembra la famiglia del Mulino Bianco.
Eppure la realtà non è questa, Morris recita una parte:

Due sono le storie della tua vita: una appartiene agli altri – una storia con molte varianti – e l’altra è tua, tua soltanto”.

Una storia che per reggere ha bisogno di un lubrificante, “un solvente universale”, l’alcol appunto, perché “Più bevi più ti è facile distinguere tra nord, sud, est e ovest. Scoccate le cinque di solito hai bevuto abbastanza da trovare la strada di casa”.
C’è una frase che fa capire bene come diventa la visione di un alcolizzato o di un tossicodipendente in genere:

Tutto ti sembrava grigio–metallo e avvertivi quello stesso colore dentro di te. Quindi, prima di servire la famiglia, ti sei servito tu, e in fretta. Cognac. E in abbondanza. Due volte – senza badare all’etichetta (bisogna osservarla solo in società, hai pensato con una risata). Il metallo è svanito e la cucina e il giardino sono diventati nuovamente a colori. Come bere luce del sole, quasi”.

Anche lui, come tutti gli alcolisti, è convinto che il segreto consista nel sapere come usarlo: un bicchiere ricarica il sistema, due potrebbero essere troppi e sapere quando fermarsi è il trucco vincente.
Nella sue giornate ad alto tasso alcolico non vive mai il presente, il tempo è solo il senso del desiderio che si prova ad essere altrove. La moglie si arrabbia, sopporta, comprende ma gli amati figli, Tom ed Elise rappresentano le “accuse”, la vera coscienza dalla quale non riesce a sfuggire.  
Il protagonista parla a sè stesso, si dà del tu, spera in questo modo di allontanare le proprie colpe e cacciare quel demone che risale al rapporto tormentato con suo padre. Ma l’assoluzione non può darla l’alcol e tantomeno la famiglia. Solo alla fine scopriremo da chi arriva e come Morris tornerà a parlare con un’unica e sola voce.

"Il suono della mia voce" di Ron Butlin è stato scritto negli anni Ottanta, in piena epoca Tatcheriana ed è un canto disperato (vedrete anche quanto sia presente la musica classica fra queste pagine), un romanzo che a quel tempo è passato inosservato, probabilmente perché, come dice Irvin Welsh nella prefazione, “l’opera di Butlin era forse troppo avanti per l’epoca; la sua critica incessante, anche se implicita, di un periodo spiritualmente vuoto e socialmente conformista è di gran lunga più destabilizzante rispetto a molte opere di narrativa più celebrate e apertamente polemiche che la Scozia abbia prodotto in quel periodo”.

Dicevo: non ho mai capito chi ha bisogno di un bicchiere per rilassarsi, chi beve per superare uno choc, chi lo fa per sballare. Però adesso, complice il freddo e il fatto che quella misteriosa valvola è spalancata, un bicchierino lo prenderei volentieri.

Per comprendere Il suono della mia voce di Ron Butlin, bisogna sprofondare nei mitici anni ottanta galleggiando sul successo effimero del denaro a fiumi e surfando sull’onda economica sorta dal mare di benessere che quegli anni hanno tirato su per almeno un decennio. Ecco, immaginate un prototipo della generazione degli yuppies: un bel lavoro, bei guadagni, bella moglie e bei figli. Insomma la rappresentazione del bello che però ha un problema da non sottovalutare durante la sua facoltosa giornata: l’alcol.

Ogni momento è dedicato alla consacrazione del proprio alcolismo.

Il protagonista de Il suono della mia voce, Morris Magellan, non riesce a smettere di bere, e come tutti gli alcolizzati sdrammatizza cercando di scovare sempre una scusa alla sua debolezza. Il suo punto di rottura però è la famiglia. Moglie e figli si tramutano in quello che ha perso nel fondo del bicchiere, ovvero la propria coscienza. Morris sa che a loro non può mentire, come invece fa normalmente con se stesso. Il conflitto interiore si inasprirà nel corso del romanzo fino a toccare il picco con il classico momento di lucidità che colpisce ogni alcolista.

Morris Magellan vedrà la sua vita nello squallore che è diventata nonostante le tante fortune.

Il suono della mia voce si vive con gli occhi del protagonista perché narrato in seconda persona, come se si fosse al di fuori del proprio corpo e si vedessero le proprie disgrazie senza poterci fare nulla.

Ron Butlin scrive un romanzo eccelso con uno stile preciso e con la capacità di rendere visibile, e vivibile, il dramma dell’alcolismo.

Supportato da una prefazione dello scrittore connazionale Irvine Welsh, Il suono della mia voce è un libro da leggere assolutamente e tutto d’un fiato.

Paolo Perlini - 20 dicembre 2016

http://www.crunched.it/leggere/34-libri/379-il-suono-della-mia-voce-di-ron-butlin.html

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