Vivi!

Vivi

di Roland Rugero

La storia di Nyamuragi (il muto) è quella di un qui pro quo, di un tragico malinteso, in cui la folla guidata dal solo odio porta un innocente al rogo, metafora di un paese, il Burundi, come nel vicino Ruanda, in cui innocenza, colpevolezza e giustizia hanno perso ogni significato per colpa di un passato recente traumatico. Quella del giovane autore burundese Roland Rugero (classe 1986) è una narrazione scorrevole, intensa, immersa nell’oralità tradizionale di cui è difficile fare a meno ma totalmente orientata verso un futuro che invece di praticare la pena di morte dovrà solo applicare la pena di vivere.LE MONDE diplomatique

Traduzione: Giorgio Tognola
Pagine: 94
Formato: cm 13,3 x 20,5
Legatura: Brossura
Pubblicazione: novembre 2013
ISBN: 978-88-7202-061-6
Prezzo: € 12,00

 

Roland Rugero

L'autore
Roland Rugero, è nato nel 1986 in Burundi, il Paese faticosamente uscito dalla sanguinosa guerra tra hutu e tutsi. Giornalista dal 2008, nello stesso anno pubblica il suo primo romanzo, Les Oniriques (Éditions Publibook). Fondatore e animatore di Samandari, il primo caffè letterario del Burundi, Rugero dirige le pagine letterarie del Magazine Iwacu e si occupa anche di cinema: presiede la giuria del Festicab, il festival internazionale del cinema del Burundi, e nel 2011 scrive e dirige il lungometraggio Les pieds et les mains.

Il libro
Il romanzo è un affresco della cultura e della civiltà burundese, delle sue genti, dei suoi costumi e dei paesaggi; un viaggio attraverso i sapori e i colori del territorio africano.
Protagonista della storia è Nyamuragi, un ragazzo muto, che fin dall’infanzia sceglie di non parlare, cosciente dell’impotenza della sua parola in una realtà dove ormai a contare sono i fatti, le prove schiaccianti di una colpevolezza insensata. Nyamuragi, infatti, non ha la forza di sconfiggere la violenza che lo circonda, e che lo vuole ingiustamente reo di stupro.
Vivi! è l’urlo disperato di chi non pare avere speranza, di singoli individui. È l’urlo di un ragazzo che è diventato ormai uomo, cittadino di un Paese, il Burundi, afflitto da occupazioni, conflitti, lacerazioni insanabili. È l’urlo di un mondo intero, quello africano, che risuona chiaro, potentissimo.

Incipit
«I cieli sono nudi in questo mese di novembre.
Avvampando per la vergogna, cercano di attirare qualche nuvola per coprirsi sotto lo spietato sole che svela, implacabile, risoluto, senza veli, la loro nudità.
Nudi, azzurri. L'azzurro dell'acqua, colore del Tanganika, distesa ondeggiante dell'Ovest. L'acqua delle fonti disseminate nelle vallate tutt'attorno a Kanya, fino a poco tempo fa era chiara, limpida e abbondante, ora scarseggia. Un novembre secco.
Curvata tra le tante colline di Hariho, quella di Kanya, durante tutta la stagione secca, ha affrontato con coraggio il caldo virulento che attanagliava il paese senza tregua. Ha bisogno di respirare. Aspetta con impazienza la pioggia. Sete d'aria e di umidità.
La collina di Kanya è ancora ornata di eucalipti della foresta tropicale statale. Numerosi, fitti, alti. Sul suolo corrono foglie secche, pungenti. Non c'è acqua, il cielo si è fatto cattivo.
O sono piuttosto gli uomini che si sono macchiati di troppe colpe. Punizione divina: c'è ancora troppo male in questo paese.
La vecchia è ritta ai piedi della collina. La sua guancia raggrinzita si appoggia al bastone che le serve per sorvegliare i due capretti che frugano tra i sassi e le erbacce, tentando di riempire le loro pance sfiancate.
L'aridità del terreno si rispecchia nell'occhio della vecchia. Ha capito che i tempi sono cambiati.
Una volta le valli erano sempre verdi; la mancanza di pioggia era compensata dal canto dei numerosi fiumi che scorrevano sul territorio di Hariho.
Il mais aveva le sue stagioni, così come il miglio e il panìco indiano, i piselli, il grano e la manioca. Per i bisogni urgenti c'era il bananeto. C'era il nobile fagiolo e le sue foglie, la patata dolce, c'era forse la zucca con i suoi germogli verdi e pelosi che correvano lungo i ruscelli. C'erano i granai dai fianchi pieni. Avevamo cibo per noi stessi, per servirlo agli ospiti, per offrirlo ai passanti. Tolleravamo persino il ladro dei campi: qualcosa rimaneva anche per lui. In un tempo così clemente, in cui l'aria sorrideva a tutti, per una famiglia il disonore stava nell'essere sfiorati da un'improbabile carestia.»

 

 

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