Il Morgante, Pulci, Manganelli e le allucinazioni fiamminghe.
Rolando Damiani
Tra il febbraio e il giugno del 1972 il Programma Nazionale della Radio trasmise
in 15 puntate, con la regia di Sermonti, il "Morgante Maggiore di Luigi
Pulci raccontato da Giorgio Manganelli". Alcuni attori, tra cui Paolo Poli,
leggevano brani del bizzarro poema cavalleresco commissionato dalla madre di
Lorenzo il Magnifico, e un commento li accompagnava lungo la trama.
Anche Calvino e Giuliani avevano in precedenza realizzato un'analoga riduzione
dell' "Orlando" e della "Gerusalemme". Amante di ogni eccesso
mentale e linguistico espresso con stile, Manganelli scelse invece per sé
un'opera che frequentava d'abitudine e avrebbe rivisto sino agli ultimi giorni
di vita, nel 1990. Gli piaceva, come disse in un articolo, "uno dei libri
più sfrenatamente divertenti della nostra letteratura; un libraccio ridanciano,
drammatico, gaglioffo, rissoso, plebeo e aristocratico", capace di dare
"una litigiosa sensazione di libertà". In questa chiave sceneggiò
il "Morgante" premettendo in una breve introduzione di giudicare Pulci
un "autore raro da apparentare, per bizzarria di modi, a certi grandi scrittori
della periferia letteraria, come il Folengo, o il Ruzante, o il Basile".
Il goffo gigante saraceno, che dava il titolo a un poema cristiano, si mostrava
al servizio del paladino Orlando o in combutta con lo scudiero Margutte, un
prototipo di un' insorgente e "poi frustrata epica pantagruelica",
prodotta da accensioni maliziose e allucinate, quasi "fiamminghe"
della fantasia. "Un'allucinazione fiamminga" ha di conseguenza voluto
intitolare Graziella Pulce il volume che ora raccoglie a sua cura i testi delle
15 trasmissioni (Socrates, 12 euro). Spettacoloso è il gioco di specchi
tra la prosa che commenta e narra, e le ottave di Pulci, maestro della "letteratura
irrealista" di cui Manganelli era teorico e seguace.