Alias, Il Manifesto 9 Dicembre 2006

di Viola Papetti


Quale fu la molla dell'attrazione che il Pulci esercitò su Giorgio Manganelli - scrittore, o «scriven¬te» come si era definito, ripetuta¬mente leggente quei classici che lo rimandavano al suo dizionario preferito, il Tommaseo-Bellini? Graziella Pulce, che ricevette da Manganelli stesso il testo dattilo¬scritto di queste letture radiofoni¬che, le ha preparate per la stam¬pa con affettuosa e attentissima cura: Un'allucinazione fiamminga Il Morgante Maggiore raccontato da Manganelli (Edizioni Socrates, pp. 287, € 12,00). Dalla sua intro¬duzione ricaviamo anche la storia di un composito e raro mini-gene¬re letterario: un poema cavallere¬sco rinascimentale raccontato da uno scrittore moderno, con le più belle ottave incastonate nella pro¬sa del cantafavole di turno. Fu un'idea alla Swift, per cui Manga¬nelli si issò sulle robuste spalle
del Pulci, Calvino si involò con Ariosto, e Giuliani sognò un so¬gno ossessivo e turbato con il Tasso. Non vi era stata battaglia tra Antichi e Moderni. Quei Moderni furono sedotti e rivelati a se stessi, come dovrebbe accadere nei grandi incontri della vita. Le quindici puntate curate da Manganelli andarono in onda sul programma nazionale Rai, tra febbraio e giugno 1972. L’Orlando Furioso di Calvino era stato trasmesso nel ’68 e La Gerusalemme Liberata di Giuliani nel ’69. Nel ’70 per la cura dei loro autori furono pubblicati negli Struzzi einaudiani e, benché siano quasi introvabili da noi, si possono leggere a Cambridge, nel dipartimento di italianistica. Nel 1994 Gianni Celati, seguendo un vecchio consiglio di Calvino, riscrive interamente in prosa L’Orlando Innamorato
(Einaudi). Del Boiardo è rimasta solo la prima ottava, ma in compen¬so Celati ci apre un prezioso spira¬glio per comprendere quella fascinazione. Intanto la lingua, «quel senso della lingua nativa che avevamo da bambini, quando non c’era per noi differenza tra italiano e dialetto, e tutte le parole aderivano all’occasione...», poi quelle emozioni esagerate, immotivate e improvvise, allora familiari, «certe manie, le furibonde collere e i litigi per puntiglio, certi moti sentimentali stravaganti e imprevisti...». Manganelli calcola scrupolosamente nel Pulci gli arcaismi di folklore, «i recuperi di un linguaggio di quartiere, di arte, di consorteria ». Una fantasia sregolata, plebea e aristocratica, ci offre una canagliesca, impetuosa accezione di quella sprezzatura che gli italiani avevano inventato per il gusto più squisito e ambiguo del secolo. Un sospetto di infanzia aleggia nel Morgante, smisurato, grottesco, e felicemente irresponsabile com’è. Il racconto di Manganelli si avvolge intorno alle ottave del Pulci, contento di esserne al servizio: mai uno stupore, un commento furbo o svagato.
«Per secoli, in tutti i dialetti d’Europa, in rime rozze e calde, le storie dei paladini furono la bella letteratura dei poveri: una fiaba di amori, di audacie, di tradimenti. C’è qualcosa di più bello al mondo?» Gano è odiato e carezzato dal raccontatore non meno che dai paladini e dal re, e alla fine fatto a pezzettini piccolissimi, «ricamati» dal boia, com’è giusto che sia. Carlo Magno è «vecchietto, vorrebbe tutti d’accordo, al male, lui non ci pensa », e non fa che guai. Sarebbe da rimproverare almeno Rinaldo che, dopo una sfuriata di Carlo, si dà al brigantaggio, ma a Manganelli non cale. Né si preoccupa di dare una ragione dell’aspra guerra tra i Cristiani e i Mori – come invece fa Calvino. Manganelli e Giuliani, che in quegli anni insegnavano all’università, sdegnano ogni atteggiamento didattico. Invece Calvino generosamente informa sul contesto storico, e sottolinea le proprie affinità con Ariosto: la velocità, il labirinto, la natura illusoria ma intrigante, alcinea e lunare, dell’arte. E conclude con una punta di civetteria: «Il poema esce da se stesso, si definisce attraverso i suoi destinatari, e a sua volta è il poema che serve da lezione o da emblema per la società dei suoi lettori presenti o futuri, per l’insieme delle persone che parteciperanno al suo gioco, che si riconosceranno in esso». Come la spada di Tancredi beve il sangue di Clorinda, così Giuliani si imbeve della sensualità piagata delle donne del Tasso, la sognante Ermi¬nia, la moribonda più sexy di tut¬ta la poesia europea, Clorinda.
E Armida disperata che si offre a Tancredi. «Era bella e amara... Ciecamente sola, oltraggiata e vile; il suo amore è un'infezione incurabile». Quelle selve stregone¬ste, quei deliri di amore o di odio, Giuliani li ha patiti tutti da buon cantafavole. «Ma la pace alla fine deve venire, bruscamente come il risveglio da quei sogni lunghissi¬-
mi che sembrano interminabil¬mente rigenerati dalla logica della propria inquietudine». Perché Manganelli accettò di giocare al Morgante? I suoi balocchi preferi¬ti erano le parole, i dizionari, i quadernini dove elencava i suoi lemmari. Ce n'è uno del '66 trat¬to dal Pulci, per il quale le parole erano belle pietre tonde, senza alone, che servivano a raccontare avventure e eroi extrasize, più che moderni. È stato notato co¬me il lessico dell' Hilarotragoedia «privilegi sistematicamente il po¬
lo basso all'interno delle coppie oppositive alto/basso, carne/spiri¬to (natiche!) » - così Mariarosa Bricchi. Anche le cose che non ci sono nel Pulci, piacciono a Man¬ganelli. L'elegante distanza del¬l'Ariosto non c’è ancora, né il su¬blime patetico del Tasso. Nel Mor¬gante la scena è lì, a toccata di mano, ma per poco tempo. Non ci si annoia, si è costretti a un pas¬so svelto, a una abbondanza pan¬tagruelica, a una mancanza totale di scrupoli. Quel bullo di Rinaldo può scatenarsi, una volta conqui¬stata Saragozza. «Rinaldo aveva sbarrata la piazza./ Le donne e le tosette scapigliate/ correvan tutte come cosa pazza,/ ed eran dalla gente calpestate;/ ed ognun gri¬da: - Ammazza, ammazza, am¬mazza/ queste gente ribalde rin¬negate! -/ E così tutti parean di concordia/ sanza pietà, senza misericordia». Anche Manganelli ne uscì conquistato, e non aggiun¬se verbo alla chiusura del Pulci.