Quale fu la molla dell'attrazione che il Pulci esercitò su Giorgio Manganelli
- scrittore, o «scriven¬te» come si era definito, ripetuta¬mente
leggente quei classici che lo rimandavano al suo dizionario preferito, il Tommaseo-Bellini?
Graziella Pulce, che ricevette da Manganelli stesso il testo dattilo¬scritto
di queste letture radiofoni¬che, le ha preparate per la stam¬pa con
affettuosa e attentissima cura: Un'allucinazione fiamminga Il Morgante Maggiore
raccontato da Manganelli (Edizioni Socrates, pp. 287, € 12,00). Dalla sua
intro¬duzione ricaviamo anche la storia di un composito e raro mini-gene¬re
letterario: un poema cavallere¬sco rinascimentale raccontato da uno scrittore
moderno, con le più belle ottave incastonate nella pro¬sa del cantafavole
di turno. Fu un'idea alla Swift, per cui Manga¬nelli si issò sulle
robuste spalle
del Pulci, Calvino si involò con Ariosto, e Giuliani sognò un
so¬gno ossessivo e turbato con il Tasso. Non vi era stata battaglia tra
Antichi e Moderni. Quei Moderni furono sedotti e rivelati a se stessi, come
dovrebbe accadere nei grandi incontri della vita. Le quindici puntate curate
da Manganelli andarono in onda sul programma nazionale Rai, tra febbraio e giugno
1972. L’Orlando Furioso di Calvino era stato trasmesso nel ’68 e
La Gerusalemme Liberata di Giuliani nel ’69. Nel ’70 per la cura
dei loro autori furono pubblicati negli Struzzi einaudiani e, benché
siano quasi introvabili da noi, si possono leggere a Cambridge, nel dipartimento
di italianistica. Nel 1994 Gianni Celati, seguendo un vecchio consiglio di Calvino,
riscrive interamente in prosa L’Orlando Innamorato
(Einaudi). Del Boiardo è rimasta solo la prima ottava, ma in compen¬so
Celati ci apre un prezioso spira¬glio per comprendere quella fascinazione.
Intanto la lingua, «quel senso della lingua nativa che avevamo da bambini,
quando non c’era per noi differenza tra italiano e dialetto, e tutte le
parole aderivano all’occasione...», poi quelle emozioni esagerate,
immotivate e improvvise, allora familiari, «certe manie, le furibonde
collere e i litigi per puntiglio, certi moti sentimentali stravaganti e imprevisti...».
Manganelli calcola scrupolosamente nel Pulci gli arcaismi di folklore, «i
recuperi di un linguaggio di quartiere, di arte, di consorteria ». Una
fantasia sregolata, plebea e aristocratica, ci offre una canagliesca, impetuosa
accezione di quella sprezzatura che gli italiani avevano inventato per il gusto
più squisito e ambiguo del secolo. Un sospetto di infanzia aleggia nel
Morgante, smisurato, grottesco, e felicemente irresponsabile com’è.
Il racconto di Manganelli si avvolge intorno alle ottave del Pulci, contento
di esserne al servizio: mai uno stupore, un commento furbo o svagato.
«Per secoli, in tutti i dialetti d’Europa, in rime rozze e calde,
le storie dei paladini furono la bella letteratura dei poveri: una fiaba di
amori, di audacie, di tradimenti. C’è qualcosa di più bello
al mondo?» Gano è odiato e carezzato dal raccontatore non meno
che dai paladini e dal re, e alla fine fatto a pezzettini piccolissimi, «ricamati»
dal boia, com’è giusto che sia. Carlo Magno è «vecchietto,
vorrebbe tutti d’accordo, al male, lui non ci pensa », e non fa
che guai. Sarebbe da rimproverare almeno Rinaldo che, dopo una sfuriata di Carlo,
si dà al brigantaggio, ma a Manganelli non cale. Né si preoccupa
di dare una ragione dell’aspra guerra tra i Cristiani e i Mori –
come invece fa Calvino. Manganelli e Giuliani, che in quegli anni insegnavano
all’università, sdegnano ogni atteggiamento didattico. Invece Calvino
generosamente informa sul contesto storico, e sottolinea le proprie affinità
con Ariosto: la velocità, il labirinto, la natura illusoria ma intrigante,
alcinea e lunare, dell’arte. E conclude con una punta di civetteria: «Il
poema esce da se stesso, si definisce attraverso i suoi destinatari, e a sua
volta è il poema che serve da lezione o da emblema per la società
dei suoi lettori presenti o futuri, per l’insieme delle persone che parteciperanno
al suo gioco, che si riconosceranno in esso». Come la spada di Tancredi
beve il sangue di Clorinda, così Giuliani si imbeve della sensualità
piagata delle donne del Tasso, la sognante Ermi¬nia, la moribonda più
sexy di tut¬ta la poesia europea, Clorinda.
E Armida disperata che si offre a Tancredi. «Era bella e amara... Ciecamente
sola, oltraggiata e vile; il suo amore è un'infezione incurabile».
Quelle selve stregone¬ste, quei deliri di amore o di odio, Giuliani li ha
patiti tutti da buon cantafavole. «Ma la pace alla fine deve venire, bruscamente
come il risveglio da quei sogni lunghissi¬-
mi che sembrano interminabil¬mente rigenerati dalla logica della propria
inquietudine». Perché Manganelli accettò di giocare al Morgante?
I suoi balocchi preferi¬ti erano le parole, i dizionari, i quadernini dove
elencava i suoi lemmari. Ce n'è uno del '66 trat¬to dal Pulci, per
il quale le parole erano belle pietre tonde, senza alone, che servivano a raccontare
avventure e eroi extrasize, più che moderni. È stato notato co¬me
il lessico dell' Hilarotragoedia «privilegi sistematicamente il po¬
lo basso all'interno delle coppie oppositive alto/basso, carne/spiri¬to
(natiche!) » - così Mariarosa Bricchi. Anche le cose che non ci
sono nel Pulci, piacciono a Man¬ganelli. L'elegante distanza del¬l'Ariosto
non c’è ancora, né il su¬blime patetico del Tasso. Nel
Mor¬gante la scena è lì, a toccata di mano, ma per poco tempo.
Non ci si annoia, si è costretti a un pas¬so svelto, a una abbondanza
pan¬tagruelica, a una mancanza totale di scrupoli. Quel bullo di Rinaldo
può scatenarsi, una volta conqui¬stata Saragozza. «Rinaldo
aveva sbarrata la piazza./ Le donne e le tosette scapigliate/ correvan tutte
come cosa pazza,/ ed eran dalla gente calpestate;/ ed ognun gri¬da: - Ammazza,
ammazza, am¬mazza/ queste gente ribalde rin¬negate! -/ E così
tutti parean di concordia/ sanza pietà, senza misericordia». Anche
Manganelli ne uscì conquistato, e non aggiun¬se verbo alla chiusura
del Pulci.