L'Immaginazione - n.254 aprile-maggio 2010

La grande popolarit à di Cuore, che esplose allora, nel 1886 quando il libro venne pubblicato, e continua, tra ammiratori e detrattori fino ad oggi, ha avuto per il suo autore l'esito di appiattirlo su un'unica dimensione sentimental-pedagogica.

Eppure le pagine dei suoi diari di viaggio assemblate in questo libro hanno tutt'altro tono, sono una lettura godibile, per molti versi attuale, manifestano uno spirito osservatore, curioso, insospettabilmente ironico. Il giovane giornalista addita, insegna, si meraviglia, si nasconde, provoca, spesso con divertimento. Atteggiamento questo, che scompare del tutto nell'opera più nota. Soprattutto, in questi appunti di viaggio, non traspare quella mentalità energicamente buonista che è passata alla storia letteraria come la quintessenza della scrittura deamicisiana.

La Socrates è una piccola casa editrice con sede a Roma, dalle idee molto chiare: produrre solo libri di qualità , radicati nella società attuale, ben tradotti se si tratta di autori stranieri, adeguatamente introdotti e curati se si tratta, come in questo caso, di una riscoperta.

Nefeli Misuraca, curatrice del libro, ha ritagliato esclusivamente racconti che si riferiscono ai paesi del Mediterraneo, tenendo fuori opere che pure ebbero grande fortuna, i viaggi nelle capitali europee e anche Sull'Oceano, epopea dell'emigrazione. Ci fornisce così , in aggiunta alle intenzioni dell'autore, uno strumento per confrontare, intorno alle coste di questo mare, allora come oggi, le grandi affinità nella molteplice differenziazione. Sono riportati anche i disegni originali di Cesare Biseo, nati con gli articoli stessi. De Amicis era infatti accompagnato nei suoi viaggi da quel bravo disegnatore che divenne suo grande amico, un artista in grado, come ai tempi dei viaggi nelle Americhe, di fotografare la realtà nuova ed esotica dal vivo con rapidi schizzi. Siamo negli anni dal 1873 con Spagna al 1878 con Costantinopoli, passando per il viaggio in Marocco (1876), mentre in Ricordi di un viaggio in Sicilia (1908) sono ormai trascorsi decenni fondamentali non solo per la grande fama acquisita con Cuore ma anche dal punto di vista del mutato assetto geopolitico e degli ideali europei, passati dalle spinte risorgimentali a un imperialismo con implicazioni razziste, di cui forse qualche sfumatura è già presente, con assoluta inconsapevolezza, direi, in questi appunti di viaggio.

Spagna, il primo di questi diari è quello che più somiglia a un racconto con sfumature personali. Si apre con l'addio alla madre, l'incontro con un amico che non riesce a credere che lui veramente parta per la Spagna in periodo di gravi sommosse contro il re italiano, quell'Amedeo di Savoia che proprio nel febbraio di quell'anno sarà costretto ad abdicare. Parte dunque da Genova e varca in carrozza i Pirenei, quindi sale sul treno che lo porterà a Barcellona. Il treno, come i superstar dei nostri giorni è senza scompartimenti, unico schermo per chi voglia restare appartato è rifugiarsi dietro le pagine di un giornale. Gli altri chiassosamente consumano e offrono, come in un rituale necessario, cibo di sapore e odore intenso. Per inciso vorrei sottolineare la grande attenzione dell'autore per le caratteristiche della cucina e dell'alimentazione dei paesi che attraversa. Sul treno il personaggio più misterioso è una monachella a testa china, giovane - ecco il tratto malizioso - "a giu dicarne dal mento". Del resto ha anche una bella manina che maliziosamente serra e dischiude sul suo ginocchio, con seduttività femminile. In quei giorni in Spagna, De Amicis, sebbene monarchico, non difende certo lo sfortunato breve regno di Amedeo I, terzogenito di Vittorio Emanuele II di Savoia. Ci troviamo a cercare di capire una pagina della politica sabauda che, se da una parte capeggiava il Risorgimento d'Italia dall'altra continuava a considerare il trono spagnolo come un'eredità da reclamare a buon diritto, in base a trattati settecenteschi tra monarchi assoluti.

Altra parte che trovo adatta a una meditazione attuale è quella che riguarda la corrida, soprattutto là dove si parla dei così detti tori vigliacchi: "... si lascian piantare la lancia nel collo, danno indietro, scrollan la testa, come per dire « Non voglio! » ... Qualche volta il toro profondamente ferito, cade a terra; ma non muore, e resta là immobile, colla testa alta, minaccioso, come per dire: « venite assassini, se vi basta l'animo! » ... Altre volte il toro, ferito a morte, barcolla un pezzo prima di cadere, e barcollando s'allontana a lento passo dal luogo dove fu colpito per andar a morir in pace in un canto appartato; tutti i toreros lo seguono lentamente, come un corteggio funebre, a una certa distanza". Qui ho estratto da due pagine di abilissime e toccanti variazioni che evidenziano con la pietà e la bravura dello scrittore anche una caratteristica fondamentale del suo stile, quella di offrire di un evento, di un carattere, un personaggio, tutte le possibili nuances, secondo uno stile che così definirei: abbondanza piena di misura.

Piera Mattei