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Paesi, parole
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Titolo:
Il suono della mia voce
Autore: Ron Butlin
Traduzione: Silvana
Vitale
Prefazione: Irvine
Welsh
Collana:
Paesi, Parole
Pagine: 128
Formato:
cm 13,5x20,5
Legatura:
Brossura
Prezzo: 10,00€
Pubblicazione:
Dicembre 2004
ISBN: 88-72-02-022-0 |
L'autore |
Ron
Butlin, poeta-scrittore scozzese
dai versatili interessi, prima
di dedicarsi alla scrittura
è stato autore di testi
per una pop band, ha lavorato
su una chiatta, come valletto
in alcune ambasciate e residenze
di campagna e come modello.
Attualmente vive ad Edimburgo.
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| Il
libro |
Il suono della mia voce, l’asciutta
e diretta confessione di un
uomo che combatte ogni giorno
la sottile angoscia del vivere
quotidiano. Morris Magellan
si sveglia ogni mattina pronto
ad interpretare la parte che
gli è stata affidata
dalla vita: product manager
di una ditta di biscotti,
marito affettuoso di una moglie
molto comprensiva e padre
di due bambini. Per affrontare
però le quotidiane
attività ha bisogno
di un bicchiere di qualsiasi
cosa gli tolga dalla testa
la sensazione di affogare
in un oceano di oscurità
e fango.
Con una narrazione lucida
e minimale Ron Butlin non
ci presenta solo la storia
di un alcolista, ma mette
a nudo la strisciante insoddisfazione
di una vita “normale”,
nella quale l’alcool
non rappresenta il problema,
ma una soluzione estrema ed
assurda al disagio interiore.
In una sorta di sdoppiamento
Morris si rivolge a se stesso
in seconda persona, in un
dialogo fatto di ricordi,
bicchieri di brandy scolati
senza neanche accorgersene
e rovesciamento della realtà;
quei figli e quella moglie
che dovevano costituire la
solidità, lo scoglio
a cui aggrapparsi quando la
marea dell’angoscia
sale, diventano gli “accusatori”,
di fronte ai quali finge che
tutto vada bene mentre si
guarda sorridere, parlare,
preparare la colazione, come
in una vera, bella, perfetta
famiglia felice. |
| Incipit |
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Eri a una festa quando è
morto tuo padre – e
appena te l'hanno detto è
avvenuto un miracolo. Un vero
e proprio miracolo. Non è
durato, certo, ma è
stato piuttosto convincente
per qualche attimo. Poi, un'ora
dopo, hai riaccompagnato a
casa una ragazza e l'hai costretta
a fare l'amore. Ti sei aggrappato
a lei che piangeva e ti supplicava:
ancora oggi le sue lacrime
sono la tua massima esternazione
di dolore per la morte di
tuo padre. Hai trentaquattro
anni; tutto ciò che
ti è accaduto sta ancora
accadendo.
Ogni volta che ti allontanavi
dal paese in macchina con
tuo padre, guardavi fuori
dal lunotto per tenere d'occhio
la tua casa – un cottage
su piano unico – il
più a lungo possibile.
La strada si inerpicava per
una collina ripida, e a mano
a mano che il paese, poi i
campi e i boschi circostanti
ti si offrivano alla vista,
ti sforzavi sempre più
di tenere gli occhi incollati
alle mura bianche del cottage,
cercando di non battere le
palpebre e di non distogliere
lo sguardo nemmeno per un
secondo. Non c'era istante
in cui la casa sparisse davvero,
soltanto l'improvvisa consapevolezza
che fosse appena scomparsa
quando, per un secondo, pur
senza volerlo, allentavi la
concentrazione e la perdevi
di vista.
Più tardi, al ritorno
in paese, mentre tuo padre
guidava giù per la
collina, cominciavi con trepidazione
a controllare ogni punto di
riferimento familiare che
conduceva a casa tua: la parrocchia,
poi il recinto con i cavalli,
il fienile di legno. «Forse
non c'è, forse non
c'è» continuavi
a ripetere sottovoce. Arrivato
all'altezza del frutteto di
Keir lo stato d'incertezza
in cui ti eri catapultato
diventava quasi insostenibile.
Poi, molto, molto lentamente,
ti voltavi nella direzione
di casa tua. Prolungavi quest'ansia,
quest'angoscia il più
a lungo possibile. Ti dava,
tu lo sapevi, la misura della
gioia che avresti provato
non appena avessi scorto nuovamente
il colore bianco: la tua casa
ai piedi della collina.
Appena la macchina si fermava
ti precipitavi fuori. I tuoi
genitori scaricavano la spesa
dal portabagagli, completamente
ignari del miracolo che si
stava compiendo intorno a
loro: eri andato via e ora
eri tornato nello stesso identico
posto. Tutto ciò che
conoscevi di te stesso veniva
confermato ancora una volta:
il piacere che provavi a far
cigolare il cancello arrugginito;
la paura del cane del vicino;
l'eccitazione al pensiero
di andare a raccogliere le
uova delle galline.
Riportandoti a casa, tuo
padre ti aveva restituito
nuovamente a te stesso. Osservavi
i dintorni a te familiari,
salutandone in silenzio ogni
aspetto, uno per uno, e poi
rivolgevi a tuo padre uno
sguardo di meraviglia mista
a gratitudine. Lui sbatteva
il portabagagli ed entrava
in casa. Un pomeriggio ha
portato te e tua madre a fare
un picnic. Ha guidato per
trenta chilometri attraverso
le colline dei Borders, con
i finestrini completamente
abbassati per lasciare entrare
una ventata d'aria fresca.
Ogni tanto doveva fermarsi
per far raffreddare il radiatore.
La prima volta che ha svitato
il tappo, hai visto l'acqua
bollente schizzare in aria.
Per te era un gran bel divertimento.
«Facciamo di nuovo la
fontana?» domandavi
speranzoso ogni volta che
la macchina si fermava. Avevi
tre anni e ancora credevi
che ti avrebbe risposto. |
| Le
foto |
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