| Verso le colline
Appena atterrati sul buio campo d’aviazione di
Douala, la cabina fu invasa da un odore insolito. Era
un soffocante odore di muschio e di terra: l’odore
dell’Africa occidentale. Cadeva una pioggia calda;
mentre attraversavamo la pista, avevamo la sensazione
che la pioggia fosse sangue che colava sui nostri volti
sudati. Dentro l’aeroporto regnava la più
straordinaria confusione che avessi mai visto. Folle
di europei erano accalcate in gruppi disperati che urlavano
agli africani. Africani urlavano ad altri africani.
Un arabo solitario vagava sconsolato da un check-in
all’altro. Davanti a ogni banco si ammassava sgomitando
una folla di francesi. Qui ebbi la seconda lezione di
burocrazia camerunese. A quanto pareva, dovevamo mettere
insieme tre fogli relativi ai nostri visti, ai certificati
medici e alle formalità sull’immigrazione.
Bisognava compilare molti moduli e ci fu un fitto scambio
di penne a sfera. Dopo che i francesi si furono fatti
largo a gomitate, solo per avere il privilegio di aspettare
le loro valigie sotto la pioggia, qualcuno si occupò
anche dei rimanenti passeggeri. Molti di noi fecero
l’errore di non essere in grado di fornire l’indirizzo
esatto della propria destinazione e i nomi dei vari
contatti. Seduto alla sua scrivania, un imponente ufficiale
leggeva il giornale ignorandoci. Dopo aver stabilito,
con viva soddisfazione, la nostra successione gerarchica,
ci interrogò con l’aria di uno con cui
è meglio non scherzare. Avendo capito come andavano
le cose, assunsi un atteggiamento remissivo e diedi
un indirizzo completamente falso, stratagemma adottato
anche da molti altri passeggeri. In seguito, sarei stato
sempre scrupolosamente preciso nel compilare tutti quei
moduli che senza dubbio erano destinati a essere mangiati
dalle termiti o a essere gettati via senza che nessuno
li leggesse. Facemmo tutti ancora una volta il giro
dei tre sportelli e passammo la dogana, dove nel frattempo
si stava consumando un dramma. Avevano aperto i bagagli
di un francese e all’interno erano state trovate
delle sostanze aromatiche. Invano l’uomo cercava
di spiegare che si trattava di spezie per preparare
salse tipiche della cucina francese. Il funzionario
era convinto di aver catturato un grosso trafficante
di marijuana, sebbene fosse noto che quest’ultima
era coltivata dentro il Camerun e contrabbandata fuori.
Gli sgomitatori francesi erano di nuovo in azione e
sembravano farsi strada velocemente, finché l’enorme
figura di un elegante africano, che aveva viaggiato
in prima classe da Nizza, non attraversò la sala.
Con uno schiocco delle dita coperte d’oro indicò
le sue valigie, che furono subito raccolte dai facchini.
Fortunatamente, il mio bagaglio era posizionato in modo
tale da bloccare il suo, per cui mi fecero cenno di
passare, uscii ed ecco finalmente l’Africa.
La prima impressione conta molto. Un uomo con le gambe
ancora bianche è subito preso di mira da gente
di tutti i tipi. In ogni caso la mia macchina fotografica
fu subito afferrata da quello che avevo scambiato per
uno zelante facchino. Dovetti capirlo quando lo vidi
svignarsela in tutta fretta. Mi lanciai all’inseguimento,
usando tutta una serie di espressioni assai poco frequenti
nel linguaggio comune: «Au secours! Au voleur!»,
urlai. Fortunatamente, l’uomo fu rallentato dal
traffico, quindi riuscii a raggiungerlo e cominciammo
a lottare. Alla fine mi assestò un colpo fulmineo
ferendomi al volto, e fuggì lasciandomi la custodia.
Un premuroso tassista mi portò all’albergo
per una tariffa che superava “solo” di cinque
volte quella normale.
Il giorno dopo lasciai a malincuore le attrattive di
Douala per volare senza contrattempi verso la capitale,
e notai di aver adottato nei confronti di facchini e
tassisti lo stesso atteggiamento prepotente e ostile
degli altri passeggeri. A Yaoundé ebbi una lunga
disavventura con la burocrazia: dal momento che erano
necessarie tre settimane per il controllo dei documenti,
non mi rimase che fare la parte del turista.
A prima vista, la città aveva ben poche attrattive.
Nella stagione secca è fastidiosamente polverosa,
mentre in quella umida diventa un grande pantano. I
monumenti principali hanno lo stesso fascino architettonico
di un bar sull’autostrada. Sui marciapiedi i tombini
sfondati offrono al visitatore distratto un accesso
diretto alle fogne della città. È raro
che i nuovi arrivati sopravvivano a lungo senza slogarsi
almeno un arto. La vita degli espatriati si concentra
intorno a due o tre caffè, dove siedono nella
noia più totale, osservando passare i taxi gialli
e respingendo le attenzioni dei venditori di souvenir.
Questi ultimi sono dei veri gentiluomini dall’enorme
fascino, che hanno capito che i bianchi comprano qualunque
cosa, purché il prezzo sia eccessivo. Offrono
una serie di statuette assolutamente decorose, insieme
a spazzatura vera e propria spacciata per “autentici
pezzi d’antiquariato”. L’intero commercio
è praticato come se fosse un gioco. I prezzi
richiesti sono anche venti volte più alti di
quanto sarebbe ragionevole chiedere. Se un cliente si
lamenta che lo stanno derubando, loro ridacchiano e
gli danno ragione, abbassando il prezzo fino a cinque
volte. Molti instaurano una specie di rapporto cliente/padrone
con gli europei sfiniti, ben sapendo che quanto più
scandalose sono le loro bugie, tanto maggiore sarà
il divertimento che suscitano.
I casi più tristi sono quelli dei diplomatici,
che sembrano seguire una politica di minimo contatto
con la popolazione locale e fuggono da un ufficio blindato
a un compound blindato, passando solo per il caffè.
Per ragioni che avrei compreso in seguito, avevo arrecato
un certo disturbo alla comunità inglese.
Di gran lunga più interessante era la comunità
francese dei giovani coopérants, che prestavano
la loro opera all’estero in alternativa al servizio
militare nel loro paese. In qualche modo erano riusciti
a riprodurre una copia della vita sociale nella provincia
francese, combinando elementi come grigliate, gare automobilistiche
e feste, senza curarsi minimamente del fatto che si
trovavano in Africa occidentale. In poco tempo feci
amicizia con una ragazza e due ragazzi che lavoravano
come insegnanti in vari progetti e il cui aiuto in seguito
si sarebbe rivelato prezioso. A differenza della comunità
dei diplomatici, loro avevano viaggiato anche al di
fuori della capitale ed erano informati sullo stato
delle strade, sul mercato delle automobili ecc., e rivolgevano
la parola anche agli africani che non facevano parte
della loro servitù. Dati i funzionari con cui
avevo avuto a che fare fino ad allora, fu per me una
gran sorpresa scoprire quanto la gente del luogo fosse
amichevole e gentile; non me lo sarei mai aspettato.
Dopo le rivendicazioni politiche dei cittadini delle
Indie Occidentali e degli indiani che avevo conosciuto
in Inghilterra, mi sembrava ridicolo che proprio in
Africa persone di razze diverse potessero incontrarsi
tranquillamente e senza complicazioni. Naturalmente,
scoprii che non era tutto così semplice come
sembrava. I rapporti tra gli europei e gli africani
sono complicati da una lunga serie di fattori. Spesso
gli africani con cui si entra in contatto hanno imparato
così bene a integrarsi da diventare nient’altro
che francesi di colore. D’altro canto, gli europei
che vivono in Africa sono generalmente delle persone
piuttosto stravaganti. Forse la ragione per cui i diplomatici
se la passano così male sta nell’evidente
stranezza dei residenti europei. Invece, questi matti
(e io ne ho incontrati parecchi) se la cavano molto
meglio, nonostante il caos che lasciano dietro di sé.
Da buon inglese rimasi colpito, forse senza ragione,
dal fatto che dei perfetti sconosciuti mi salutassero
e mi sorridessero per strada, apparentemente senza motivo.
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