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Paesi, parole
Il giovane antropologo

Titolo: Il giovane antropologo
Autore: Nigel Barley
Traduzione: Paolo Brama e Francesca Sabani
Collana: Paesi, parole
Pagine: 224
Formato: cm 13,5 x 20,5
Legatura: Brossura
Prezzo: € 12.50
Pubblicazione: aprile 2008
ISBN: 978-88-7202-031-9

L'autore

Nigel BarleyNigel Barley, antropologo, professore e brillante scrittore, è nato nel 1947 a Kingston-on-Thames, in Inghilterra. Si è diplomato in lingue moderne a Cambridge e ha conseguito un dottorato in antropologia sociale a Oxford. Nel 1978, dopo un periodo di insegnamento presso lo University College di Londra, ha condotto una ricerca sul campo della durata di due anni presso la popolazione dei Dowayo in Camerun. Dal 1981 al 2003 ha fatto parte dell'equipe di ricercatori del Museum of Mankind del British Museum di Londra.

Il libro

Il giovane antropologo è l’ironica testimonianza dell’iniziazione di un inesperto antropologo, per la prima volta a contatto con una tribù isolata e primitiva nel cuore dell’Africa nera. Il passaggio dalla monotona e rassicurante vita accademica a quella del ricercatore sul campo è per il protagonista fonte di enormi difficoltà ma anche di scoperta e crescita personale e professionale. Barley ci mostra, con ritmo coinvolgente, semplicità e il tipico humour inglese, le mille sfaccettature della complessa esperienza della ricerca sul campo. La narrazione è caratterizzata infatti da un alternarsi di incomprensioni culturali e linguistiche, disagi fisici e crolli psicologici, e situazioni divertenti e paradossali.

Estratto

Verso le colline

Appena atterrati sul buio campo d’aviazione di Douala, la cabina fu invasa da un odore insolito. Era un soffocante odore di muschio e di terra: l’odore dell’Africa occidentale. Cadeva una pioggia calda; mentre attraversavamo la pista, avevamo la sensazione che la pioggia fosse sangue che colava sui nostri volti sudati. Dentro l’aeroporto regnava la più straordinaria confusione che avessi mai visto. Folle di europei erano accalcate in gruppi disperati che urlavano agli africani. Africani urlavano ad altri africani. Un arabo solitario vagava sconsolato da un check-in all’altro. Davanti a ogni banco si ammassava sgomitando una folla di francesi. Qui ebbi la seconda lezione di burocrazia camerunese. A quanto pareva, dovevamo mettere insieme tre fogli relativi ai nostri visti, ai certificati medici e alle formalità sull’immigrazione. Bisognava compilare molti moduli e ci fu un fitto scambio di penne a sfera. Dopo che i francesi si furono fatti largo a gomitate, solo per avere il privilegio di aspettare le loro valigie sotto la pioggia, qualcuno si occupò anche dei rimanenti passeggeri. Molti di noi fecero l’errore di non essere in grado di fornire l’indirizzo esatto della propria destinazione e i nomi dei vari contatti. Seduto alla sua scrivania, un imponente ufficiale leggeva il giornale ignorandoci. Dopo aver stabilito, con viva soddisfazione, la nostra successione gerarchica, ci interrogò con l’aria di uno con cui è meglio non scherzare. Avendo capito come andavano le cose, assunsi un atteggiamento remissivo e diedi un indirizzo completamente falso, stratagemma adottato anche da molti altri passeggeri. In seguito, sarei stato sempre scrupolosamente preciso nel compilare tutti quei moduli che senza dubbio erano destinati a essere mangiati dalle termiti o a essere gettati via senza che nessuno li leggesse. Facemmo tutti ancora una volta il giro dei tre sportelli e passammo la dogana, dove nel frattempo si stava consumando un dramma. Avevano aperto i bagagli di un francese e all’interno erano state trovate delle sostanze aromatiche. Invano l’uomo cercava di spiegare che si trattava di spezie per preparare salse tipiche della cucina francese. Il funzionario era convinto di aver catturato un grosso trafficante di marijuana, sebbene fosse noto che quest’ultima era coltivata dentro il Camerun e contrabbandata fuori. Gli sgomitatori francesi erano di nuovo in azione e sembravano farsi strada velocemente, finché l’enorme figura di un elegante africano, che aveva viaggiato in prima classe da Nizza, non attraversò la sala. Con uno schiocco delle dita coperte d’oro indicò le sue valigie, che furono subito raccolte dai facchini. Fortunatamente, il mio bagaglio era posizionato in modo tale da bloccare il suo, per cui mi fecero cenno di passare, uscii ed ecco finalmente l’Africa.
La prima impressione conta molto. Un uomo con le gambe ancora bianche è subito preso di mira da gente di tutti i tipi. In ogni caso la mia macchina fotografica fu subito afferrata da quello che avevo scambiato per uno zelante facchino. Dovetti capirlo quando lo vidi svignarsela in tutta fretta. Mi lanciai all’inseguimento, usando tutta una serie di espressioni assai poco frequenti nel linguaggio comune: «Au secours! Au voleur!», urlai. Fortunatamente, l’uomo fu rallentato dal traffico, quindi riuscii a raggiungerlo e cominciammo a lottare. Alla fine mi assestò un colpo fulmineo ferendomi al volto, e fuggì lasciandomi la custodia. Un premuroso tassista mi portò all’albergo per una tariffa che superava “solo” di cinque volte quella normale.
Il giorno dopo lasciai a malincuore le attrattive di Douala per volare senza contrattempi verso la capitale, e notai di aver adottato nei confronti di facchini e tassisti lo stesso atteggiamento prepotente e ostile degli altri passeggeri. A Yaoundé ebbi una lunga disavventura con la burocrazia: dal momento che erano necessarie tre settimane per il controllo dei documenti, non mi rimase che fare la parte del turista.
A prima vista, la città aveva ben poche attrattive. Nella stagione secca è fastidiosamente polverosa, mentre in quella umida diventa un grande pantano. I monumenti principali hanno lo stesso fascino architettonico di un bar sull’autostrada. Sui marciapiedi i tombini sfondati offrono al visitatore distratto un accesso diretto alle fogne della città. È raro che i nuovi arrivati sopravvivano a lungo senza slogarsi almeno un arto. La vita degli espatriati si concentra intorno a due o tre caffè, dove siedono nella noia più totale, osservando passare i taxi gialli e respingendo le attenzioni dei venditori di souvenir. Questi ultimi sono dei veri gentiluomini dall’enorme fascino, che hanno capito che i bianchi comprano qualunque cosa, purché il prezzo sia eccessivo. Offrono una serie di statuette assolutamente decorose, insieme a spazzatura vera e propria spacciata per “autentici pezzi d’antiquariato”. L’intero commercio è praticato come se fosse un gioco. I prezzi richiesti sono anche venti volte più alti di quanto sarebbe ragionevole chiedere. Se un cliente si lamenta che lo stanno derubando, loro ridacchiano e gli danno ragione, abbassando il prezzo fino a cinque volte. Molti instaurano una specie di rapporto cliente/padrone con gli europei sfiniti, ben sapendo che quanto più scandalose sono le loro bugie, tanto maggiore sarà il divertimento che suscitano.
I casi più tristi sono quelli dei diplomatici, che sembrano seguire una politica di minimo contatto con la popolazione locale e fuggono da un ufficio blindato a un compound blindato, passando solo per il caffè. Per ragioni che avrei compreso in seguito, avevo arrecato un certo disturbo alla comunità inglese.
Di gran lunga più interessante era la comunità francese dei giovani coopérants, che prestavano la loro opera all’estero in alternativa al servizio militare nel loro paese. In qualche modo erano riusciti a riprodurre una copia della vita sociale nella provincia francese, combinando elementi come grigliate, gare automobilistiche e feste, senza curarsi minimamente del fatto che si trovavano in Africa occidentale. In poco tempo feci amicizia con una ragazza e due ragazzi che lavoravano come insegnanti in vari progetti e il cui aiuto in seguito si sarebbe rivelato prezioso. A differenza della comunità dei diplomatici, loro avevano viaggiato anche al di fuori della capitale ed erano informati sullo stato delle strade, sul mercato delle automobili ecc., e rivolgevano la parola anche agli africani che non facevano parte della loro servitù. Dati i funzionari con cui avevo avuto a che fare fino ad allora, fu per me una gran sorpresa scoprire quanto la gente del luogo fosse amichevole e gentile; non me lo sarei mai aspettato. Dopo le rivendicazioni politiche dei cittadini delle Indie Occidentali e degli indiani che avevo conosciuto in Inghilterra, mi sembrava ridicolo che proprio in Africa persone di razze diverse potessero incontrarsi tranquillamente e senza complicazioni. Naturalmente, scoprii che non era tutto così semplice come sembrava. I rapporti tra gli europei e gli africani sono complicati da una lunga serie di fattori. Spesso gli africani con cui si entra in contatto hanno imparato così bene a integrarsi da diventare nient’altro che francesi di colore. D’altro canto, gli europei che vivono in Africa sono generalmente delle persone piuttosto stravaganti. Forse la ragione per cui i diplomatici se la passano così male sta nell’evidente stranezza dei residenti europei. Invece, questi matti (e io ne ho incontrati parecchi) se la cavano molto meglio, nonostante il caos che lasciano dietro di sé.
Da buon inglese rimasi colpito, forse senza ragione, dal fatto che dei perfetti sconosciuti mi salutassero e mi sorridessero per strada, apparentemente senza motivo.

 
Approfondimenti

Consigliato a...
Il giovane antropologo non è un semplice “romanzo antropologico” ma un libro divertente adatto a ogni tipo di lettore. La storia della lunga permanenza di Barley tra la popolazione dei Dowayo non è infatti solo un’attenta indagine antropologica ma anche un’ironica e appassionata testimonianza dell’incontro tra realtà profondamente diverse e della loro reciproca scoperta, accettazione e integrazione. Attraverso la narrazione delle tragicomiche vicende del protagonista la disciplina dell’antropologia si fa umana e accessibile anche a chi non frequenta le austere aule accademiche.

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