Nient’altro che
fantasmi è una raccolta di sette racconti, quasi
tutti al femminile, in cui i confini tra amicizia, amore,
sesso, lealtà finiscono per assumere contorni
sfumati, sottili, all’insegna di una tensione
emotiva che accompagna la narrazione sin dai primi passi.
I protagonisti (quasi sempre giovani nordeuropei) di
questa raccolta si assomigliano: sempre in viaggio verso
terre straniere, sono alla ricerca di se stessi e di
un equilibrio che spesso si rivela inafferrabile. Sono
donne, amiche, amanti, genitori, figlie o semplici conoscenti
che si muovono sullo sfondo di luoghi immersi in un’atmosfera
in bilico tra realtà e fantasia, luoghi che ne
influenzano e segnano il comportamento e l’evoluzione
personale.
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| da Ruth (amiche)
Ruth disse: – Promettimi che non avrai mai una
storia con lui –. Me la ricordo mentre lo diceva.
Era seduta su una sedia vicino alla finestra, le gambe
nude raccolte contro il petto, si era fatta la doccia
e lavata i capelli, indossava solo la biancheria intima,
un asciugamano avvolto attorno alla testa, il viso aperto,
grande, mi guardava interessata, piuttosto divertita,
non spaventata. Disse: – Me lo prometti? –
e io distolsi lo sguardo, guardai fuori dalla finestra,
verso il parcheggio sull’altro lato della strada,
pioveva e faceva già buio, l’insegna del
parcheggio brillava di una bella luce blu, dissi: –
Senti, perché dovrei promettertelo? È
ovvio che non avrò mai una storia con lui –.
Ruth disse: – Lo so. Promettimelo lo stesso, –
e io dissi: – Te lo prometto, – e poi la
guardai di nuovo, non avrebbe dovuto dirlo.
Conosco Ruth da una vita.
Lei conosceva Raoul da due o tre settimane. Era venuto
per uno spettacolo fuori cartellone nel teatro in cui
lei aveva avuto una scrittura di due anni, non sarebbe
rimasto a lungo, forse per questo lei aveva tanta fretta.
Mi telefonò a Berlino, avevamo vissuto insieme
fino a quando non aveva dovuto trasferirsi a causa dell’ingaggio,
non riuscivamo ad abituarci all’idea di vivere
separate, mi telefonava tutte le sere. Mi mancava. Ero
seduta nella cucina ormai vuota, a parte un tavolo e
una sedia, mentre ero al telefono con lei fissavo la
parete, sulla parete c’era un foglietto che aveva
attaccato chissà quando, tonight, tonight it’s
gonna be the night, the night. Pensavo sempre di strapparlo,
ma poi non lo facevo mai. Mi telefonò, come sempre,
e disse subito e senza esitare: – Sono innamorata,
– e poi mi raccontò di Raoul, e la sua
voce sembrava così felice che sentii il bisogno
di alzarmi e camminare su e giù per l’appartamento
con il telefono in mano, mi rendeva inquieta, in un
certo senso nervosa. Non mi ero mai interessata dei
suoi uomini, né lei dei miei. Disse: –
È così alto –. Disse tutto quello
che si dice sempre, e anche qualcosa di più,
il suo innamoramento non sembrava per forza diverso
da altri innamoramenti passati. Si erano girati intorno
per una settimana, si erano lanciati sguardi e avevano
cercato l’una la vicinanza dell’altro, si
erano baciati per la prima volta una sera, dopo una
festa, ubriachi, nella galleria commerciale della cittadina,
si baciavano dietro le quinte nelle pause tra una scena
e l’altra e nella mensa, dopo che i colleghi erano
andati via e quando la cuoca metteva le sedie sui tavoli.
Ruth disse che le sue mani erano così morbide,
che aveva i capelli rasati, a volte portava gli occhiali,
facevano uno strano effetto, una piccola montatura di
metallo sagomato, non adatta al suo viso. Disse: –
In realtà è piuttosto il tuo tipo, davvero,
proprio il tuo tipo, se lo vedessi sverresti, –
dissi: – Ma che significa, il mio tipo?
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