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Paesi, parole
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Titolo:
Ammazzarsi per sopravvivere
Sottotitolo: Le infinite fatiche di un precario americano
Autore: Iain Levison
Traduzione: Eleonora Putignano
Collana: Paesi, parole
Pagine: 160
Formato: cm 13,5 x 20,5
Legatura: Brossura
Prezzo: € 10,00
Pubblicazione: ottobre 2009
ISBN: 978-88-7202-035-7
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L'autore |
Iain Levison, nato in Scozia nel 1963, cresciuto negli Stati Uniti, vive nella Carolina del Nord. In Italia sono stati pubblicati Fatti fuori , Instar Libri 2005, Una canaglia e mezzo , Feltrinelli 2008. Tradotto in vari paesi, Levison ha suscitato l'interesse della stampa e del pubblico. È considerato un autore di culto. Stando alle ultime notizie, fa il falegname. |
| Il
libro |
Dal giorno della laurea in lettere Iain Levison ha cambiato 42 lavori in 10 anni, il tempo delle illusioni è finito, il lavoro che credeva di poter avere non c'è, la famiglia è un'illusione, i figli pura utopia. Allora a cosa serve la laurea? A niente. Da questo disincanto Levison tira fuori un libro-denuncia autobiografico, provocatorio e divertente, a tratti ingenuo ma veemente come è giusto che sia un'opera prima. Perché Levison è innanzitutto uno scrittore di talento: caustico, ironico, riesce a far sorridere quasi a ogni pagina, raccontando la sua storia come quella di un eroe malconcio nel paradossale mondo del lavoro. L'aspetto originale e spiazzante del libro è che l'insicurezza e la precarietà sono affrontate senza lamentele o piagnistei. Levison prende le cose di petto. Non si tira indietro se c'è da lavorare, sia pure nella situazione estrema, a tratti disumana, di pescare e confezionare gamberi in Alaska. L'ironia è un'arma pungente nelle mani sapienti dello scrittore che a volte si trasforma in rabbia, per le condizioni dei lavoratori, per il fallimento del suo titolo di studio, e non meno frequentemente in tenerezza per le persone con cui viene a contatto. È lo stesso autore a definirsi un “lavoratore itinerante” e il suo racconto sembra il punto d'incontro fra la strada di Kerouac, e il furore di Steinbeck. In viaggio per mezz'America Levison scopre il volto oscuro e debole della società americana. |
| Incipit |
| È domenica mattina e sto spulciando gli annunci di lavoro. Ce ne
sono di due tipi: lavori per cui non sono qualificato e lavori che non
mi va di fare.Prendo in considerazione entrambi.
Ci sono pagine e pagine del primo tipo, i lavori che non otterrò
mai. Devi sapere questo, oppure quest’altro.Devi avere maturato
almeno sei anni d’esperienza in questo e quest’altro, parlare un cinese
fluente, essere in grado di pilotare un jet attraverso il fuoco
della contraerea e avere SEI ANNI di esperienza nella chirurgia a
cuore aperto. Salario di partenza 32.000 dollari. Inviare il curriculum
a Beverly. Chi è Beverly, mi chiedo, e cosa sa lei più di me? Tanto per cominciare, sa che riceverà lo stipendio. Non sa fare nessuna delle
cose richieste per quel lavoro, questo è poco ma sicuro, altrimenti
le starebbe già facendo, invece di rispondere al telefono. Se conoscessi
Beverly personalmente, potrei ottenere un lavoro qualsiasi
nella sua società? È per questo che non scrivono il cognome di
Beverly, per scoraggiare potenziali molestatori come me dall’abbordarla
in un bar? Dallo scoprire dettagli della sua vita privata, incontrarla
casualmente in metropolitana, dopo aver aspettato
quattro ore per invitarla a bere qualcosa; poi, dopo una notte di
sesso sfrenato, buttare lì la domanda se per caso cercano qualcuno
nella sua società? Proseguo scorrendo gli annunci, e imparo sempre
di più su competenze che non ho, tirocini a cui non accederò
mai e lavori richiesti in campi che nemmeno sapevo esistessero. |
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Quando ho scritto questo libro sei anni fa, credevo di doverlo far pubblicare in fretta, perché sentivo onestamente che le cose si fossero messe talmente male per i lavoratori americani che il nostro governo avrebbe presto fatto qualcosa per rimediare. Volevo che andasse in stampa prima che George W. Bush, il compassionevole conservatore, arrivasse a salvare i sogni dei poveri d'America. Okay, non che fossi effettivamente così stupido, ma è pur vero che conservavo una certa speranza. Ragazzi, chi l'ha più vista quella speranza. Sei anni fa credevo che quanto stesse accadendo ai lavoratori americani fosse analogo alle rapide che si incontrano mentre si fa rafting. È solo un po' di acqua mossa, mi dicevo, e poi tutto si calmerà di nuovo. Non avevo idea che quelle fossero le rapide che precedono una cascata. Negli ultimi anni, altri cinque milioni di persone sono scivolate sotto la soglia di povertà e, mentre gli stipendi dei direttori generali sono aumentati di un coefficiente del 535%, quelli degli impiegati non si sono mossi di una virgola. Il Congresso degli Stati Uniti è accorso in aiuto bloccando i tentativi di rialzo del minimo salariale diciannove volte prima che fosse finalmente alzato nel 2006. Durante quel periodo, hanno votato per i propri aumenti due volte. Questo significa che per ben due volte negli ultimi sei anni, i membri del Congresso, di norma milionari, hanno guardato allo stato del Paese e hanno detto: «Sapete chi ha già abbastanza soldi? I poveri. E sapete chi non li ha? Noi». God Bless America .
Obama è una brava persona, ed è bello avere di nuovo un presidente in gamba, ma non c'è possibilità che cambi veramente qualcosa. È un corporativista di destra che prende i finanziamenti dallo stesso posto in cui li prendeva George W. Bush. Questa settimana Ted Kennedy ha presentato al Congresso una proposta di legge per far comprare l'assicurazione sanitaria a tutti i cittadini americani. Comprare. Non è che ci spetta perché paghiamo le tasse, dobbiamo comprarla e pagare le tasse. Evidentemente il problema era che noi, gli americani, non ne pagavamo abbastanza. Col vecchio sistema, potevo almeno morire nel mio letto senza dover pagare una tassa per questo. Grazie per aver sistemato le cose, ragazzi!
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