Come - febbraio 2009

Neanche era in carica e gli veniva chiesto di tutto; già molti si dichiaravano delusi o contenti prima che Obama muovesse un sol passo. Fra le decisioni minime che persino i più realisti (o pavidi, se preferite) pensano il nuovo presidente prenderà molto presto c'è un cambio di rotta sull'uso della tortura. Del resto in dicembre un rapporto bi-partisan del Senato statunitense denunciava i misfatti di Abu Ghraib e Guantanamo (spiegando, questa è la novità, che non si trattava solo di casi isolati ma di «un clima morale e legale»). Persino la tv «si pente» e la serie « 24 » non giustificherà più le tecniche “poco ortodosse per estorcere informazioni” come è di moda dire. Forse – balbetta qualche sedicente giornalista – la tortura non è più di moda.

Prima di rallegrarsi però considerate che finora Obama si è detto contrario a una commissione d'inchiesta. Come mai? «Tutti noi, favorevoli o contrari alla tortura, abbiamo recitato un copione scritto oltre 50 anni fa», risponde Alfred Mc Coy in « Una questione di tortura », libro-choc che merita una lettura lunga 334 pagine. Mc Coy è da 30 anni fra i maggiori esperti della Cia, è documentatissimo, ha ispirato il documentario « Taxi to the Dark Side » (premio Oscar 2008), viene citato e saccheggiato da chiunque studi la questione: eppure la traduzione italiana (Socrates,16 euro) uscita in settembre sta scandalosamente passando sotto silenzio.

Visto l'argomento penserete che sia un mattone, importante ma per studenti, studiosi o militanti di Amnesty. Non è così: in primo luogo perchè Mc Coy scrive benissimo, più narratore (come mostra il colpo di scena nell'introduzione) che topo di biblioteca; in secondo luogo perché le tecniche per il controllo della mente, la guerra al terrore, la pretesa impunità degli Usa sono realmente tre questioni centrali della politica e non una sorta di casuale appendice del bushismo.

Dai deliri di Mussolini alla tortura di massa in Algeria; dagli esperimenti con le droghe degli anni '50, nelle università statunitensi e canadesi, per estorcere informazioni alle diverse tecniche usate in America latina, in Asia o nelle Filippine; dalle bugie di Bush e soci, ai «voli clandestini» per spostare a proprio comodo terroristi (spesso presunti) fino alle proteste dell'Fbi (nientemeno) per quel che accadeva a Guantanamo. Quello di Mc Coy è un testo «indispensabile» come ha scritto Naomi Klein. Il libro si chiude da dove era cominciato, dal lontano 1933. A ricordarci che «la tortura non servirà come scorciatoia per la sicurezza. È un patto con il diavolo che lascerà a Satana una ipoteca sulla libertà americana».

C'è un punto debole nella traduzione che merita di essere segnalato. Non viene spiegato (per esempio a pagina 127 o 331) il termine «Libertà d'informazione». Si tratta del «Freedom Act», una legge varata nel 1966 che impone precise regole per consentire a chiunque di accedere, dopo un certo numero di anni, a tutti (o quasi) i documenti segreti. Un'ottima legge che Bush ha cercato in tutti i modi di bloccare e che, per inciso, in Italia ci sogniamo.

Daniele Barbieri