Fra le prime decisioni di Obama c'è un cambio di rotta sull'uso della tortura. È una notizia molto positiva. Prima di rallegrarsi però considerate che finora Obama si è detto contrario a una commissione d'inchiesta. Come mai? Per capire bisogna fare un passo indietro.
«Tutti noi, favorevoli o contrari alla tortura, abbiamo recitato un copione scritto oltre 50 anni fa», risponde Alfred Mc Coy in « Una questione di tortura ». Da 30 anni fra i maggiori esperti della Cia, è documentatissimo, ha ispirato il documentario « Taxi to the Dark Side » [premio Oscar 2008], viene citato e saccheggiato in quelle rare occasioni che qualcuno si occupa seriamente del tema: eppure la traduzione italiana uscita in settembre sta passando sotto silenzio.
Dai deliri di Mussolini alla tortura di massa in Algeria; dagli esperimenti con le droghe degli anni '50, nelle università di Usa e Canada, per estorcere informazioni alle diverse tecniche usate in America latina, in Asia o nelle Filippine; dalle bugie di Bush e soci, ai recenti «voli clandestini» per spostare a proprio comodo terroristi [spesso presunti] fino alle proteste dell'Fbi [nientemeno] per quel che accade a Guantanamo. C'è davvero tutto nel libro di McCoy. Tanto per dare un'idea del contesto storico molte pagine sono dedicate al periodo 1950-1962 e alle ricerche della Cia [che investì un miliardo di dollari l'anno] su «controllo mentale, guerra psicologica e ricerche segrete sulla coscienza umana»: un nuovo approccio alla tortura, più psicologica che fisica ma egualmente distruttiva. Quasi sempre la Cia trovò medici e scienziati compiacenti, altre volte creò enti o gruppi di copertura come la «Human Ecology Society», un nome che suona involontariamente ironico come quelle lezioni di tortura [nel 1983 per funzionari dell'Honduras] che furono stampate sotto il titolo «Manuale di addestramento delle risorse umane». Sino al 1976, come ricorda McCoy, le tecniche di tortura vennero insegnate dalla Cia «a centinaia di funzionari sudamericani» nella Scuola delle Americhe , una base dell'esercito statunitense a Panama. Tecniche che furono applicate a livello di massa e purtroppo persino perfezionate in America Latina e Indocina, in Iran e nelle Filippine. Durante la presidenza Carter la Scuola delle Americhe venne chiusa ma riaprì ben presto, trasferendosi a Fort Benning in Georgia.
Avvicinandoci all'oggi, molte pagine sono dedicate a spiegare nei dettagli come l'amministrazione Bush abbia garantito l'impunità a chi usa la tortura ma anche come giudici coraggiosi e attivisti dei diritti umani, qualche giornalista fuori dal coro e persino militari si siano opposti.
Il libro si chiude dove era iniziato, nel 1933: «la tortura non servirà come scorciatoia per la sicurezza. È un patto con il diavolo che lascerà a Satana una ipoteca sulla libertà americana». Mc Coy è «indispensabile» come ha scritto Naomi Klein.
Un punto debole nella traduzione merita di essere segnalato. Non viene spiegato [per esempio a pag 127 o 331 dove avrebbe giovato a una migliore comprensione] il senso del termine «Libertà d'informazione». Si tratta del «Freedom Act», una legge varata nel 1966 che consente a chiunque di accedere, dopo un certo numero di anni, a tutti - o quasi - i documenti segreti. Un'ottima legge che Bush & soci hanno cercato in tutti i modi di bloccare e che, per inciso, in Italia ci sogniamo.
Forse penserete che questo saggio, pur importante, sia un mattone, importante quasi solo per studenti, studiosi o militanti dei diritti umani. Non è così: in primo luogo Mc Coy scrive benissimo, più narratore [come mostra il colpo di scena nell'introduzione] che topo di biblioteca; in secondo luogo perché le tecniche su controllo della mente, la guerra al terrore, la pretesa di impunità degli Usa sono realmente tre questioni centrali della politica e non una sorta di casuale appendice del bushismo. Ma poi militanti dei diritti umani non dovremmo essere tutte e tutti?
Daniele Barbieri