Ron Butlin – Il suono della mia voce
Morris Magellan, scozzese, trentaquattro anni, una
famiglia e una brillante carriera come dirigente di
una azienda produttrice di biscotti. Un uomo che avrebbe
tutto per essere felice. E invece no, perché
si tratta solo di apparenza. Il lavoro, la routine,
gli affetti, la realtà: tutto è fango,
che in ogni momento potrebbe sommergerlo e soffocarlo.
A rendergli le cose più sopportabili però,
c’è l’alcol, il cui ruolo non è
paradossalmente quello di offrirgli una via di fuga,
bensì di dargli la lucidità necessaria
per mantenere la rotta di una vita che, altrimenti,
rischierebbe di andare alla deriva. Un rovesciamento
di prospettive parecchio spiazzante, in cui è
la sobrietà ad assumere i contorni sfumati
e confusi del delirio, mentre l’ebbrezza diviene
sinonimo di chiarezza e lucidità. Lacerato
dalla tensione di questi due poli opposti e dalla
conseguente alternanza tra stati di euforia e di depressione,
il protagonista del romanzo si trova quindi in perenne
conflitto da una parte con se stesso, con la propria
coscienza – una dicotomia efficacemente resa
dalla narrazione in seconda persona – e dall’altra
con il prossimo, che si tratti dei colleghi di lavoro,
dei figli e persino di una moglie la cui comprensiva
pazienza sarebbe sufficiente a sciogliere anche il
cuore più insensibile. Non quello di Morris
però, che, anestetizzato da vent’anni
di alcolismo, non ha che una possibilità di
salvezza: venire a patti con un’infanzia difficile
e con una figura paterna che, in vita come in morte,
ne ha segnato in maniera apparentemente indelebile
l’esistenza.
Uscito in patria nel 1987, Il suono della mia voce
è un viaggio poetico e realistico insieme nei
meandri di una psiche che, di fronte ai problemi che
sono quelli della vita di tutti noi, ha preferito
rinunciare alla lotta rifugiandosi in un paradiso
artificiale la cui sicurezza altro non è però
che l’anticamera dell’autodistruzione.
Un lavoro di quelli che lasciano il segno, come giustamente
nota Irvine Welsh nella prefazione, paragonabile a
suo (e in parte nostro) dire ai titoli migliori di
autori fondamentali per la letteratura scozzese contemporanea
come Iain M. Banks, William McIlvanney, Janice Galloway,
James Kelman e Alasdair Gray. Che gli ultimi tre siano
praticamente sconosciuti in Italia è semplicemente
imperdonabile.
Aurelio Pasini