MUCCHIO SELVAGGIO – MAGGIO 2005

Ron Butlin – Il suono della mia voce


Morris Magellan, scozzese, trentaquattro anni, una famiglia e una brillante carriera come dirigente di una azienda produttrice di biscotti. Un uomo che avrebbe tutto per essere felice. E invece no, perché si tratta solo di apparenza. Il lavoro, la routine, gli affetti, la realtà: tutto è fango, che in ogni momento potrebbe sommergerlo e soffocarlo. A rendergli le cose più sopportabili però, c’è l’alcol, il cui ruolo non è paradossalmente quello di offrirgli una via di fuga, bensì di dargli la lucidità necessaria per mantenere la rotta di una vita che, altrimenti, rischierebbe di andare alla deriva. Un rovesciamento di prospettive parecchio spiazzante, in cui è la sobrietà ad assumere i contorni sfumati e confusi del delirio, mentre l’ebbrezza diviene sinonimo di chiarezza e lucidità. Lacerato dalla tensione di questi due poli opposti e dalla conseguente alternanza tra stati di euforia e di depressione, il protagonista del romanzo si trova quindi in perenne conflitto da una parte con se stesso, con la propria coscienza – una dicotomia efficacemente resa dalla narrazione in seconda persona – e dall’altra con il prossimo, che si tratti dei colleghi di lavoro, dei figli e persino di una moglie la cui comprensiva pazienza sarebbe sufficiente a sciogliere anche il cuore più insensibile. Non quello di Morris però, che, anestetizzato da vent’anni di alcolismo, non ha che una possibilità di salvezza: venire a patti con un’infanzia difficile e con una figura paterna che, in vita come in morte, ne ha segnato in maniera apparentemente indelebile l’esistenza.
Uscito in patria nel 1987, Il suono della mia voce è un viaggio poetico e realistico insieme nei meandri di una psiche che, di fronte ai problemi che sono quelli della vita di tutti noi, ha preferito rinunciare alla lotta rifugiandosi in un paradiso artificiale la cui sicurezza altro non è però che l’anticamera dell’autodistruzione. Un lavoro di quelli che lasciano il segno, come giustamente nota Irvine Welsh nella prefazione, paragonabile a suo (e in parte nostro) dire ai titoli migliori di autori fondamentali per la letteratura scozzese contemporanea come Iain M. Banks, William McIlvanney, Janice Galloway, James Kelman e Alasdair Gray. Che gli ultimi tre siano praticamente sconosciuti in Italia è semplicemente imperdonabile.

Aurelio Pasini