CORRIERE DELLA SERA DEL16/10/2005

CARRIERA, LUSSO E BELLE DONNE. MA I SUCCESSI DI UN MANAGER CELANO IL DRAMMA DELL’ALCOL.

DI FRANCO CORDELLI

In sotto Sotto l’ala dell’angelo forte, Jerzj Pilch non fa che esibire la sua inclinazione alcolica e i suoi santi protettori, soprattutto l’Erofeev di Mosca sulla vodka. Ma in sostanza l’esibizione, in Pilch, è tutto, o quasi tutto. Come bevitore, Pilch farà sul serio, non abbiamo motivi per dubitare. Ma come scrittore scherza, si diletta. Chi invece fa sul serio come scrittore, nel settore alcol, è il poeta scozzese Ron Butlin. Il suo romanzo Il suono della mia voce risale al remoto 1987 ed è stato tradotto da Silvana Vitale per un coraggioso editore romano, Socrates. Non so se sia un «grande libro» come dice Irvine Welsh. Ma che sia un libro bello e vero non ho dubbi.
Lascio a Welsh l’onere di riassumere la vicenda narrata da Butlin. «Il protagonista Moris Magellan è dirigente in un’azienda scozzese che produce biscotti. Egli sembra incarnare la gretta immagine del successo in pieno stile anni Ottanta: un buon lavoro, una casa in un quartiere residenziale, una bella moglie, due figli, uno stile di vita conformista. In breve, esteriormente Morris sembra la perfetta incarnazione dei valori thatcheriani. Tuttavia, ha un grave problema: è un alcolizzato cronico». Aggiungo che nel libro non accade nulla. I due eventi di maggior rilievo sono (in una scena stupenda) la morte del padre, più tardi rievocata; o meglio la reazione di Magellan alla notizia di questo decesso mentre lui è a una festa intento a sedurre una fanciulla.
Naturalmente è sbronzo e non lo ferma neppure una così drammatica notizia. La seconda scena chiave è un altro tentativo di seduzione, della propria segretaria, da cui discende l’apocalisse della presa di coscienza.
Ma il senso del romanzo, io credo, non è nella critica sociale, che pure vi è contenuta, e su cui Welsh insiste come se non fosse, in fondo, qualcosa di ovvio. Il senso è nello stile vertiginoso, precipitante e nel ribaltamento strutturale che Butlin ricava dall’uso della seconda persona. Si pensa a esempi illustri d’uso della seconda persona singolare, il «tu» di Michel Butor nel suo romanzo La modificazione; quello di Georges Perec in Un uomo che dorme; quello di Jay McInerney in Le mille luci di New York. Ma la perplessità deriva dall’uso particolare di questo «tu». Perché Butlin ricorre ad un simile espediente? E poi: sarà proprio un espediente? Avremo una risposta, una rivelazione, nel finale, quando il «tu» diventerà un «io», quello che compare nel titolo. La risposta è un’altra domanda: a chi appartiene la voce che per tutto il libro parla al protagonista Magellan?