CARRIERA, LUSSO E BELLE DONNE. MA I SUCCESSI DI UN MANAGER CELANO IL DRAMMA DELL’ALCOL.
DI FRANCO CORDELLI
In sotto Sotto l’ala dell’angelo forte,
Jerzj Pilch non fa che esibire la sua inclinazione
alcolica e i suoi santi protettori, soprattutto l’Erofeev
di Mosca sulla vodka. Ma in sostanza l’esibizione,
in Pilch, è tutto, o quasi tutto. Come bevitore,
Pilch farà sul serio, non abbiamo motivi per
dubitare. Ma come scrittore scherza, si diletta. Chi
invece fa sul serio come scrittore, nel settore alcol,
è il poeta scozzese Ron Butlin. Il suo romanzo
Il suono della mia voce risale al remoto 1987 ed è
stato tradotto da Silvana Vitale per un coraggioso
editore romano, Socrates. Non so se sia un «grande
libro» come dice Irvine Welsh. Ma che sia un
libro bello e vero non ho dubbi.
Lascio a Welsh l’onere di riassumere la vicenda
narrata da Butlin. «Il protagonista Moris Magellan
è dirigente in un’azienda scozzese che
produce biscotti. Egli sembra incarnare la gretta
immagine del successo in pieno stile anni Ottanta:
un buon lavoro, una casa in un quartiere residenziale,
una bella moglie, due figli, uno stile di vita conformista.
In breve, esteriormente Morris sembra la perfetta
incarnazione dei valori thatcheriani. Tuttavia, ha
un grave problema: è un alcolizzato cronico».
Aggiungo che nel libro non accade nulla. I due eventi
di maggior rilievo sono (in una scena stupenda) la
morte del padre, più tardi rievocata; o meglio
la reazione di Magellan alla notizia di questo decesso
mentre lui è a una festa intento a sedurre
una fanciulla.
Naturalmente è sbronzo e non lo ferma neppure
una così drammatica notizia. La seconda scena
chiave è un altro tentativo di seduzione, della
propria segretaria, da cui discende l’apocalisse
della presa di coscienza.
Ma il senso del romanzo, io credo, non è nella
critica sociale, che pure vi è contenuta, e
su cui Welsh insiste come se non fosse, in fondo,
qualcosa di ovvio. Il senso è nello stile vertiginoso,
precipitante e nel ribaltamento strutturale che Butlin
ricava dall’uso della seconda persona. Si pensa
a esempi illustri d’uso della seconda persona
singolare, il «tu» di Michel Butor nel
suo romanzo La modificazione; quello di Georges Perec
in Un uomo che dorme; quello di Jay McInerney in Le
mille luci di New York. Ma la perplessità deriva
dall’uso particolare di questo «tu».
Perché Butlin ricorre ad un simile espediente?
E poi: sarà proprio un espediente? Avremo una
risposta, una rivelazione, nel finale, quando il «tu»
diventerà un «io», quello che compare
nel titolo. La risposta è un’altra domanda:
a chi appartiene la voce che per tutto il libro parla
al protagonista Magellan?