IL demone dell’alcolismo
Di Gianluca Veltri
“IL suono della mia voce” è la cronaca di una dipendenza
alcolica, perfetta e spietata. Terribile percorso di redenzione, è oggi
considerato uno dei romanzi inglesi più importanti degli anni ‘80,
la personificazione degli anni e dei valori thatcheriani. Gli anni è
in cui è iniziata a invalersi la regola sociale del successo inevitabile,
dell’apparenza fine a se stessa. Protagonista è il dirigente 35enne
di una florida azienda di biscotti, bella casa, bella moglie, bei figli, completamente
posseduto dal demone dell’alcolismo. Chi parla, nel romanzo, è
una voce terza, che si rivolge al protagonista dandogli del tu, utilizzando
la figura dell’apostrofe: è la sua coscienza, o forse la sua voce
intima e profonda. Il nocciolo annidato e sano di ciascuno di noi, che non muore
mai ed è sempre pronto a risalire su, quando gli venga data una possibilità.
Il romanzo comincia e finisce con due scene di picnic: il primo, risalente a
trent’anni prima, di Magellan – questo è il nome del dirigente
alcolizzato – con la madre e il padre, da bambino. Un quadretto infantile
di gelo che è rimasto nel cuore del bimbo poi diventato adulto. Una solitudine
profonda, la certezza d’essere inosservato e inadeguato. Gli anni di odio
e di crudeltà somministratagli da un padre duro e assente. “Sei
riuscito a tenere queste cose nascoste al mondo intero – anche a te”,
dice la voce interiore dell’uomo. Ma oggi la potenza di quei vissuti squarcia
l’oscurità.
Ed è, invero, semplicemente raggelante la perdizione in cui Magellan
sprofonda. Una vita che annega nel fango. La sua casa confortevole, gli status
symbol del suo successo, il giardino, le abitudini esterne rassicuranti, una
moglie comprensiva e attraente, tutto diventa pietrificato e in bianco e nero,
perde di vita dinnanzi al bisogno sempre più totalizzante di gin, cognac,
vodka. La trappola di fango si richiude intorno all’uomo senza dargli
scampo. Mentre prepara la colazione alla famiglia, per una nuova giornata di
fedeltà all’alcol, dissimulata con granitica, consumata freddezza,
Megellan è già al suo terzo cognac. Senza, sente di soffocare.
Ma anche del regno dei morti si può resuscitare. Magellan un giorno,
sente quella voce, che gli chiede solo di essere ascoltata. La voce gli dice
di aggrapparsi a essa, di ricominciare ogni giorno, come fosse il primo. Di
resistere, di risalire. “Non c’è bisogno di Courvoisuer.
Se tremi, fidati, ti passerà”, dice il suono della sua voce. È
la scoperta del sé, di un intimo appiglio, la risorsa centrale di ciascun
essere.
Ecco allora il percorso di redenzione, di cui è impregnato il romanzo.
Ron Butlin, poeta scozzese di Edimburgo, studioso di filosofia pedagogia, autori
di testi di musica pop, ha scritto due opere narrative, e “Il suono della
mia voce”, pubblicata in Gran Bretagna nel 1987, è la prima. Butlin
è stato paragonato a Kafka da Nicholas Royle, mentre Irvine Welsh considera
questo romanzo uno dei più grandi del suo tempo.