Ron Butlin
Il suono della mia voce

“Avevi bisogno di una donna che rispondesse riga per riga alle tue battute, che reagisse ai tuoi gesti secondo il copione- una che recitasse la sua parte così bene da poter mandare avanti lo spettacolo. Quando hai trovato un’attrice protagonista con la quale il copione sembrava funzionare, hai dato a questa scoperta il nome di amore”.

Per Irvine Welsh Il suono della mia voce è un trionfo di stile, per Ian Rankin “Ron Butlin è un poeta che si serve della forma del romanzo”, mentre per Nicholas Royle questa è “un’opera ricca di una forza e redenzione che colpisce tanto per il linguaggio quanto per la sua capacità di suscitare emozioni”.
Giudizi entusiastici per un libro che merita davvero la lettura perché, come sottolinea l’autore di Trainspotting nella prefazione, Il suono della mia voce è uno dei ritratti più spietati dell’orgia consumistica degli anni ’80. A differenza di Jay McInerney o di Martin Amis, che di quegli anni sono stati i cantori più illustri, i protagonisti di Butlin non sono antieroi, non sono semplicemente vittime degli eccessi, dei party a base di alcool o droga, pronti a redimersi dietro l’angolo di un’occasione. In Butlin non ci sono salite o discese: è chiaro sin dall’inizio che esiste solo quello che gli altri chiamano baratro.
Quella che racconta questo straordinario scrittore scozzese è la caduta di chi comprende come i diktat sociali siano una bara di cristallo: cercare di infrangerne il vetro porta soltanto ad un annientamento che è sì coerente, ma che al contempo, forse, è inutile.
Al pari di John Cheever o di Richard Yates, Ron Butlin riesce a rendere tutta la forza devastatrice del fallimento: un fallimento che non è esistenziale, ma la condanna di chi vede un altro orizzonte, di chi non riesce a capire come la teoria dell’evoluzione umana possa coincidere con la teoria dell’adattamento.
Attraverso la deriva di uno “yes-man” Butlin mostra tutta la follia di chi impicca la propria vita a nodi regimental: nodi scorsoi dai quali è impossibile liberarsi se non nella salvezza dell’autodistruzione.
Attraverso il suo protagonista lo scrittore descrive i giorni di un condannato a vita…: un uomo “normale” condannato, come tutti, alla folle replica di quella commedia che è il nostro quotidiano.

Gian Paolo Serino
11/2/2005