Alias de Il manifesto
19 novembre 2005
di Enzo Di Mauro

Ansie di recitazione negli anni del vomito

È il decennio thatcheriano il bersaglio di questo romanzo sconsolato, dove lo yuppie Morris (stanato da un “tu” martellante della sua bestialità, e della morte.

Mai il nome di Margaret Thatcher compare nelle pagine del romanzo del cinquantaseienne Ron Butlin, scozzese di Lockerbie, poeta dalla solida formazione filosofica, ex autore di testi per una pop band, ex modello, ex valletto d’ambasciata e con all’attivo altri due libri di narrativa (The Tilting Room del 1983, una raccolta di racconti, Night Visits del 1997) e un’opera in versi, Ragtime in Unfamiliar Bars (1985). Mai quel nome – anzi quell’emblema – viene pronunciato o solo alluso, eppure Il suono della mia voce (traduzione di Silvana Vitale, Edizioni Socrates, pp.122, € 10,00) è senza alcun dubbio uno dei testi più violenti, almeno in ambito letterario, lanciati contro il neoliberismo economico e la sua criminosa, eversiva politica sociale, e ha ragione Irvine Welsh, nell’entusiastica nota introduttiva, a indicare in Morris Magellan, il protagonista, “un fantasma che incombe sull’orgia consumistica degli anni Ottanta, di gran lunga più terrificante di uno qualsiasi dei personaggi convenzionali delle opere di Jai McInerny o di Martin Amis”. Siamo, appunto, nel cuore di quel decennio (i nostri Anni di Merda: così qui sono stati chiamati) – il romanzo porta infatti la data del 1987 – e, dopo aver letto le pagine serrate e dolenti di Butlin, bisogna subito dar conto di una netta differenza con l’età dell’ansia messa in versi da Auden, laddove nel caso di Morris lo stigma politico non si mostra soltanto sotto incarnate fattezze di incertezza, di fragilità, di angoscia bensì, anche e innanzitutto, di devastante, inarrestabile deriva, di pulsioni autodistruttive, di spavento, di stupro psichico. Si tratta, piuttosto e se vogliamo, di Anni di Vomito.
Ma di certo, da un punto di vista sociale, a Morris non manca nulla. Ha un lavoro e uno stipendio rilevante (“sei stato un fedele uomo-biscotto per oltre quattordici anni, ti sei fatto strada dall’ufficio open space a quello privato”). Ha una bella casa e una bella famiglia, moglie e due figli ch’egli tuttavia chiama le “accuse” (così come, d’altra parte, l’ufficio è una “trappola di fango” e la fabbrica, tutto il mondo a lui visibile sono sommersi dal fango). Secondo norma, dunque, il personaggio di Morris i suoi trentacinque anni se li è spesi bene. “Tu questo lo sai, e sai che non basta”, si ripete, egli che non ha veramente odiato né amato. E neppure è mai riuscito ad arrabbiarsi – ma solo provato “le ansie della recitazione”, dell’essersi offerto al mondo (da un certo momento in poi) completamente spossessato da sé. Morris nutre la propria impotenza e la fede nell’invisibilità attraverso l’alcol. Beve sempre e sempre di più. Come un ossesso, come un disertore, come un deragliato. L’alcol egli lo chiama “il solvente universale” (“ben presto riuscirai a ragionare talmente bene e non sentire più niente di niente”). Morris è inseguito, stanato, guidato, narrato dal suono della seconda persona singolare, dalla voce che dice tu, che ispira e spiega le gesta del protagonista. È una delle caratteristiche del libro, anzi ne è l’elemento cardine, che nell’ultimo capitolo (il dodicesimo) riserverà al lettore una sorpresa o, piuttosto, una rivelazione.
È proprio questo elemento stilistico a dare al romanzo – che pare costruito non sulla sabbia o sulle nuvole, bensì sui fumi alcolici – una struttura a vortice e un’andatura precipitante. E, se è vero che ogni precipizio, in un romanzo, conduce a un’agnizione, anche per Morris (come è stato già notato da altri critici) i tempi della sua, chiamiamola così, presa di coscienza vengono scanditi dalla messa in atto di due tentativi di seduzione. Il primo avviene all’inizio, proprio mentre il protagonista riceve la notizia della morte del padre. Egli è (come al solito) ubriaco, dunque non sa, non può e forse, data la condizione di lutto improvviso, non vuole fermarsi, benché alla fine per lui il risultato sia penoso. Il secondo – un po’ prima della conclusione – nei confronti della giovane segretaria. L’impasse, il timore, l’imbarazzo si sciolgono. L’uomo può rilassarsi, seppure la scena produrrà di fatto un’accelerazione della mise en abîme finale. “Per te, c’è la paura dell’immortalità nella pausa tra una bevuta e l’altra”, gli dice la voce.
Nel comportamento di Morris ci sono ulteriori elementi che rivelano insieme abiezione e nobiltà, gesti (che paiono inscritti dentro uno strano destino di martire) di un disagio tanto più politico in quanto radicalmente rappreso in un grumo di rivolta del corpo che si sente respinto da una società, da un mondo che non lo vuole più e lui non lo sa. Ad esempio, cosa cerca egli – lo yuppie, il manager di una grande azienda produttrice di biscotti, l’uomo in carriera smagliante e creativo – quando una forza misteriosa (mortale?) lo porta a cercare un contatto diretto, ravvicinato, corpo a corpo, al pari di una provocazione, di una sfida estrema, con gli operai addetti al carico e allo scarico delle merci? Egli vorrebbe essere puro spirito, disincarnata ombra che grida in eterno, dannata la sua colpa. Il romanzo, non va dimenticato, si apre con la morte del padre, e immagini di morte ritornano ossessivamente: “Ieri hai assistito alla morte di uno sconosciuto e l’hai avvertita come tua, in parte. Stanotte sei qui col terrore di vedere, ovunque tu guardi, soltanto te stesso che ti fissa”.
Ecco, il critico Morris si allontana in macchina accelerando come un folle. E mentre lui scompare dissolvendosi nell’aria della sera, al lettore viene in mente – tra i tanti della tradizione dei romanzi alcolici – almeno Mosca sulla vodka. Sarà costretto a pesarli entrambi questi romanzi, a misurare le molte differenze e dissomiglianze. Il capolavoro russo è certo distante, chiuso com’è nell’assolutezza dello stile e nella prodigiosa dismisura formale. Ma infine, questo lettore, dovrà concludere che la signora Margaret Thacther ha fatto un male cane al protagonista del romanzo di Ron Butlin così come Leonid Bresnev, a suo tempo, a quello di Eroféev.