Mangialibri - febbraio 2013

Se il momento lo permette, ci sono sette modi di ammazzare un gatto. Altrimenti, in condizioni critiche, i modi si riducono a due: con le buone o con le cattive. Gringo e il Chueco conoscono bene questa legge di strada, da applicare nel ‘barrio’, il quartiere degradato di Buenos Aires in cui sopravvivono, con le buone o con le cattive, dove avere un’arma significa conquistare potere e credibilità. Il gatto, nello specifico, interpreta una delle poche possibilità di mangiare carne. Si beve il mate, soprattutto, e qualche volta si pesca un panino avariato dal Turco. La vita del quartiere gira intorno a un marcio bar, il locale del Gordo Farìas, dove passano narcotrafficanti, bambini fumati di colla, prostitute e poliziotti corrotti. Gringo prova ad allontanarsi da tutto questo, a riscattarsi; ritrova dopo anni Toni, suo cugino, dal quale si fa dare consigli su come diventare artigiano e muoversi ‘lontano dal barrio’. In una libreria si imbatte in Moby Dick; le avventure narrate da Ismaele si trasformano in un bizzarro interlocutore - rivelatore, mentre grazie al Chueco, Gringo rimane impantanato in mezzo alla guerriglia locale tra la banda del Charly e quella del Jetita. Con la bella Yanita di cui è innamorato e quella balena che non si vuole far prendere...
Sembra che i due proverbiali modi di ammazzare un gatto dettati dalla fretta, dalla miseria e dalla rabbia sparati addosso al lettore dalla prima pagina del romanzo, siano i vettori dell’intenzione narrativa dello scrittore argentino (residente a Barcellona, giornalista, qui al suo debutto) Matías Néspolo. Scrittura e storia viaggiano scarne e affilate come unica via di sopravvivenza per il racconto di un microcosmo di dolore, opportunismo, ferocia e sopraffazione. Poco più in là, fuori dai confini della fiaba nera, abitano le contestazioni del 2001 nella capitale argentina: docenti, impiegati e disoccupati in un corteo colorato di protesta, e la polizia che si prepara a caricare alla prima provocazione. Corre veloce, Néspolo, cercando di tratteggiare al meglio la sua creatura, a volte perdendo il controllo, lasciando l’energia deflagrare e perdersi nella pagina. Scrive in lunfardo, lo spagnolo parlato tra Buenos Aires e Montevideo, e qui in Italia ci arriva grazie alla traduzione di Luca De Feo e alla casa editrice Socrates, alla quale, tra l’altro, va il merito di citare, in ultimo, i collaboratori che hanno partecipato al lavoro di edizione (raro esempio).

Luca Lampariello