Ron Butlin
Il suono della mia voce
Traduzione di Silvana Vitale
Edizioni Socrates, pagine 122, 10 euro

Per Irvine Welsh Il suono della mia voce è un trionfo di stile, per Nicholas Royle è “un romanzo ricco di una forza e redenzione che colpisce tanto per il linguaggio quanto per la capacità di suscitare emozioni”, mentre per Ian Rankin Ron Butlin è un poeta che si serve della forma del romanzo, dimostrando che è pronta per essere reinventata. Basterebbero, forse, i giudizi di questi tre grandi autori scozzesi per sintetizzare le qualità di un autore che, dopo anni di oblio editoriale, sta iniziando finalmente a riscuotere il successo che merita.
Un percorso esistenziale ed artistico piuttosto curioso quello di Butlin: nato a Lockerbie, in Scozia, nel 1949, prima di dedicarsi alla scrittura è stato autore di testi per una pop band (che evidentemente non ha spopolato…), modello e valletto in alcune ambasciate.
Lavori che, per uno come Butlin che si è laureato in filosofia e in pedagogia all’Università di Edimburgo, evidentemente hanno influenzato la sua visione del mondo.
Quello che ci racconta, infatti, più che un mondo è una malattia.
E’ la recita sociale del quotidiano reteirato, delle giornatucce impiegatizie, del pendolarismo esistenziale, dei cocktail parties in tailleur emotivo: “un’umanità morta, nata morta: miserabili nei quali non è avvertibile alcun cammino”.
Solo “il suono della mia voce”: che per il protagonista – un trentenne che non vuole impiccare la propria vita a nodi regimental – diventa assordante.
Non esistono vie di fuga o uscite antipanico: l’unica soluzione - efficace, precisa e coerente- è l’autodistruzione.
Annullarsi, dissolversi. Senza ombre di maledettismo, senza diktat maudit, semplicemente (non) fare strada prima che la strada faccia te.
L’importante è perdersi, non ritrovarsi. E soprattutto non (ri)trovarsi in una società di tumulati che confonde l’esistere col “tirare avanti”: perché per Butlin chi si alza tutte le mattine e ingrana in quella catena di montaggio che è il quotidiano non ha scuse, non ha niente. Non è un essere umano: è una maschera prestata al sociale, è una maschera prestata ad una vita che, sempre più, ricorda quella sintetizzata da Shopenhauer: una tragedia recitata da commedia.
“Il suono della mia voce” potrebbe assomigliare, per molti versi, ai racconti di Raymond Carver o John Cheever o a “i non conformisti” di Richard Yates: ma in Butlin non ci sono applausi, solo uscite di scena.
Inutile combattere contro gli isterismi stereotipati della normalità, del sociale retribuito, della paghetta da riposo domenicale, del riconoscimento da villetta a schiera con parabola e giardinetto con barbecue.
Inutile andare a schiantarsi contro un muro sociale che non è più neppure di gomma: perché tanto non ci rimbalzi nemmeno più contro, ci svanisci dentro.
Senza rumori, senza fastidi, senza echi.
Con la sconfitta di sentire soltanto… il suono della mia voce.

Gian Paolo Serino