Per Irvine Welsh Il suono della mia voce è
un trionfo di stile, per Nicholas Royle è “un
romanzo ricco di una forza e redenzione che colpisce
tanto per il linguaggio quanto per la capacità
di suscitare emozioni”, mentre per Ian Rankin
Ron Butlin è un poeta che si serve della forma
del romanzo, dimostrando che è pronta per essere
reinventata. Basterebbero, forse, i giudizi di questi
tre grandi autori scozzesi per sintetizzare le qualità
di un autore che, dopo anni di oblio editoriale, sta
iniziando finalmente a riscuotere il successo che
merita.
Un percorso esistenziale ed artistico piuttosto curioso
quello di Butlin: nato a Lockerbie, in Scozia, nel
1949, prima di dedicarsi alla scrittura è stato
autore di testi per una pop band (che evidentemente
non ha spopolato…), modello e valletto in alcune
ambasciate.
Lavori che, per uno come Butlin che si è laureato
in filosofia e in pedagogia all’Università
di Edimburgo, evidentemente hanno influenzato la sua
visione del mondo.
Quello che ci racconta, infatti, più che un
mondo è una malattia.
E’ la recita sociale del quotidiano reteirato,
delle giornatucce impiegatizie, del pendolarismo esistenziale,
dei cocktail parties in tailleur emotivo: “un’umanità
morta, nata morta: miserabili nei quali non è
avvertibile alcun cammino”.
Solo “il suono della mia voce”: che per
il protagonista – un trentenne che non vuole
impiccare la propria vita a nodi regimental –
diventa assordante.
Non esistono vie di fuga o uscite antipanico: l’unica
soluzione - efficace, precisa e coerente- è
l’autodistruzione.
Annullarsi, dissolversi. Senza ombre di maledettismo,
senza diktat maudit, semplicemente (non) fare strada
prima che la strada faccia te.
L’importante è perdersi, non ritrovarsi.
E soprattutto non (ri)trovarsi in una società
di tumulati che confonde l’esistere col “tirare
avanti”: perché per Butlin chi si alza
tutte le mattine e ingrana in quella catena di montaggio
che è il quotidiano non ha scuse, non ha niente.
Non è un essere umano: è una maschera
prestata al sociale, è una maschera prestata
ad una vita che, sempre più, ricorda quella
sintetizzata da Shopenhauer: una tragedia recitata
da commedia.
“Il suono della mia voce” potrebbe assomigliare,
per molti versi, ai racconti di Raymond Carver o John
Cheever o a “i non conformisti” di Richard
Yates: ma in Butlin non ci sono applausi, solo uscite
di scena.
Inutile combattere contro gli isterismi stereotipati
della normalità, del sociale retribuito, della
paghetta da riposo domenicale, del riconoscimento
da villetta a schiera con parabola e giardinetto con
barbecue.
Inutile andare a schiantarsi contro un muro sociale
che non è più neppure di gomma: perché
tanto non ci rimbalzi nemmeno più contro, ci
svanisci dentro.
Senza rumori, senza fastidi, senza echi.
Con la sconfitta di sentire soltanto… il suono
della mia voce.
Gian Paolo Serino