Alfred W. McCoy, professore di storia all’università del Wisconsin
e tra i maggiori esperti dei segreti della Cia nel suo ultimo Una questione
di tortura, Edizioni Socrates pagg.336, € 16) cita l’antico giurista
romano Ulpiano. Diceva, Ulpiano, e Mc Coy dimostra quanto avesse ragione con
le sue approfondite ricerche, che sotto tortura i forti resistono e non parlano,
mentre i deboli dicono qualunque cosa pur di far smettere il dolore. La tortura
insomma, non serve, neanche nelle emergenze, neanche per combattere il terrorismo.
Ma gli americani – vedi Abu Ghraib e Guantanamo – la praticano.
É McCoy, in questo libro di veloce lettura nonostante l’argomento
terribile, dimostra che a introdurre la tortura sistematica non è stato
Bush. Abu Ghraib e Guantanamo non rappresentano, come vorrebbe farci intendere
la Casa Bianca, delle aberrazioni, abusi compiuti da poche “mele marce”:
da cinquant’anni, dimostra McCoy, la CIA studia (anche con esperimenti
su pazienti psichiatrici e carcerati), perfeziona e usa tecniche di tortura;
allo sviluppo delle quali hanno contribuito, più o meno consapevolmente,
illustri università statunitensi e canadesi. Perché si continua
a ricorrere a questa inumana violenza? “I potenti – scrive McCoy
– spesso si rivolgono alla tortura in tempo di crisi, non perché
funziona ma perché li salva dalle loro paure e insicurezze con il balsamo
psicologico del senso di potere.”
Il Messaggero 18/8/08