Ken Saro-Wiwa (1941-1945), nigeriano, è stato
docente universitario, scrittore, giornalista e un
appassionato combattente per i diritti umani. Nel
1993 diviene presidente del Mosop (Movimento per la
salvaguardia degli Ogoni), che si batte contro i disastri
ambientali provocati dalla Shell nello sfruttare i
giacimenti petroliferi che si trovano nella zona del
delta del Niger. A causa di questa sua attività
viene arrestato, con l'accusa mai provata di essere
il mandante di un omicidio, e condannato a morte assieme
ad altri otto attivisti del Mosop. Morirà impiccato
il 10 novembre 1995.
Nonostante la vastità della sua produzione
letteraria, l'opera di Saro-Wiwa era fino a oggi sconosciuta
ai lettori italiani. Una lacuna che viene adesso colmata
dalle Edizioni Socrates, che hanno appena mandato
in libreria Foresta di fiori (pp. 170, € 10,00),
una raccolta di diciannove brevi racconti.
Il volume è diviso in due sezioni: i racconti
della prima sono ambientati nel misero villaggio di
Dukana, quelli della seconda nelle città più
grandi e progredite della Nigeria. Gli uni e gli altri
sono però unificati dallo sguardo di Saro-Wiwa,
che ama cogliere personaggi "normali" nella
loro quotidianità. Donne, uomini, studenti,
affaristi e altra varia umanità che si arrabattano
a campare la vita tra miseria e speranze, tradizioni
e desiderio di modernità. Il tutto sorretto
da una scrittura piana, solo apparentemente facile,
e da una costante vena ironica assai felice nel suo
essere politicamente scorretta (scorrettezza che a
un autore occidentale avrebbe probabilmente fruttato
l'accusa di razzismo). Per esempio, nel primo racconto
la protagonista immagina come eventuali stranieri
avrebbero potuto vedere il villaggio di Dukana: "Queste
persone male informate e malevole, osservando la sua
popolazione smunta e analfabeta, avrebbero detto che
c'era malnutrizione, che imperversavano le malattie,
che la vita dei suoi abitanti era destinata a essere
breve e disumana". Insomma, lo avrebbero visto
esattamente com'era. Come anche l'autore e la protagonista
lo vedono. Allo stesso modo Saro-Wiwa tratta santoni,
stregoni e capi tribù, mostrati sempre come
interessati a ottenere assai concreti vantaggi dalla
loro attività "spirituale" e pronti
ad approfittare a piene mani della credulità
popolare.
In conclusione, sembra dirci l'autore, se vogliamo
il bene di qualcuno non possiamo esimerci dal criticarlo.
Meglio se con l'arma di una elegante ironia.