di Daniele Barbieri
«Foresta dei fiori», pubblicati i racconti di Ken Saro-Wiwa, lo scrittore nigeriano impiccato per le sue battaglie in difesa degli Ogoni e contro lo scempio ambientale provocato dalle compagnie petrolifere nel delta del fiume Niger
Un grande scrittore ma anche un martire. Il 10 novembre
1985 un tribunale speciale nigeriano, nonostante la
mobilitazione internazionale, fece impiccare Ken Saro-Wiwa.
Il suo indicibile «crimine»: aver difeso
gli Ogoni (vivono sul delta del Niger) e soprattutto
condannare - lui, scrittore ascoltato in Occidente
- le catastrofi ambientali e sociali provocate dalla
compagnia petrolifera Shell. Esistono in Italia associazioni
intitolate a Saro-Wiwa, dunque il suo impegno politico
non è dimenticato. Finalmente possiamo conoscere
lo scrittore, inedito da noi: per la pubblicazione
del volume Foresta di fiori va dunque ringraziata
la piccola casa editrice Socrates (pp. 176, €
10; per informazioni: tel 06 5895895, www.edizionisocrates.com).
Idigima, il balbuziente. Il capo Birabee. Nedam, «brutto
e taciturno» perciò comodo capro espiatorio.
L'ufficiale giudiziario Nna. Un ricco pescatore che
d'improvviso si mette a cantare. Il vecchio Terr Kole.
L'autista del Progres, «unico collegamento rapido
con il mondo moderno». Deebari che parla con
il potente spirito Oyeoku. Lo storpio Duzia che ama
ascoltare storie. Il vecchio Terr Kole. Ecco alcuni
fra i maschi di Dukana: «tre o quattromila anime»,
villaggio nigeriano sospeso fra tradizioni e modernità
dove si svolgono gli 8 racconti di «Casa, dolce
casa», prima parte di Foresta di fiori.
Il primo episodio ha per protagonista - e per io narrante
- una ragazza che, conclusi gli studi, torna «per
insegnare nell'unica scuola, restituire qualcosa alla
mia terra». Non sappiamo come andrà a
finire. Di sicuro le donne qui hanno vita dura, «colpevoli»
dei più improbabili delitti: come Sira, scacciata
per aver generato due gemelli o Lebia, ripudiata perché
non resta incinta. Eppure la situazione dei maschi
non sembra invidiabile. Gode di potere Daniel Dekor
che dà la caccia agli scarafaggi con «la
sua compagna di sempre, la Bibbia» e non sa
se fondare una nuova religione? Basta diventare attendente
d'un caporale per trasformare il perdigiorno Bom (al
quale «il buon Dio ha donato piedi veloci»
e poche capacità matematiche) in un cittadino
autorevole?
Dukana, «antica quanto il tempo che si poteva
ricordare», affascina perché a condurci
lì è Saro-Wiwa: con stile piacevole,
con vicende e personaggi solo apparentemente semplici,
«nell'abisso tra ciò che è e ciò
che potrebbe essere». Dove «i beni svaniscono,
non trovandosi a proprio agio» e ci si fida
poco di medici e di ispettori del governo; in mezzo
a 9 chiese che contano zero rispetto ai «preti
juju» (i quali invece comunicano con gli spiriti).
Qui «una bella storia vale quanto una bella
moglie, una bella casa e una bella bicicletta»:
però i cantastorie campano solo se c'è
molto pubblico e a Dukana non abbonda. Se là
non apprezzano abbastanza le storie, andremo altrove.
Dopo averci svelato una faccia della vecchia Nigeria,
l'autore ci mostra la «nuova», quella
che non vive più nei villaggi. Con l'ironico
titolo «La bella vita», ecco 11 racconti
ambientati ad Aba, Lagos, in città senza nome.
L'agente Okeke cerca di consolarsi ripetendo fra sé:
«Non sono l'unico corrotto di questo Paese,
guarda i ministri del governo e i sacerdoti, i capi
e tutti quanti». Le foreste metropolitane offrono
molti fiori tossici. Come nel ritratto penoso di un
manager incapace che vuol sfruttare i ghanesi (buoni
lavoratori al contrario dei «nigeriani tutti
ladri»). Come nell'avvolgente tristezza di Ezi,
funzionario in un ministero, sospeso tra «furti,
incompetenze, bugie, condotta disonesta» e sogni
frustrati.
Piccoli dolori privati ma anche le grandi tragedie
collettive dove spunta il Ken Saro-Wiwa più
politico. Forse «troppo idealista in una nazione
in cui non c'era alcuno spazio per l'idealismo»
al pari dell'uomo senza nome nel racconto più
straziante («Viaggio notturno»); di fronte
alla guerra, all'ingiustizia, al colera, ai guai che
porta il petrolio - «maledisse gli dèi
che non prosciugavano i pozzi» - il protagonista
vorrebbe far qualcosa ma la donna che gli è
accanto ironizza: «non avrai intenzione di portare
il mondo sulle spalle, non sei Atlante». Alla
fine, un po' d'amore sembra affacciarsi e invece nessuno
può insegnare «a vivere con la morte».
In due racconti torna un io narrante femminile. Un
sorrisetto perfido trionfa nel finale del «Canto
d'amore di una casalinga» mentre la tristezza
(tutto si compra, anche il dolore) domina in «Un
uomo premuroso»: donne che, anche fuori da Dukana,
non hanno gran poteri o dignità.
Persino nei racconti più lievi - come «Una
leggenda nella nostra strada» - dobbiamo ricordarci
che stiamo transitando su un altro pianeta, un paese
dove di chi ha superato i 45 anni si dice «sta
facendo gli straordinari». Riflettere sull'ottantenne
Papa serve a Saro-Wiwa per riepilogarci la storia
nigeriana: colonialismo, indipendenza, «e ora
Papa era tutto impegnato a vedere come buttavamo all'aria
l'indipendenza e tornavamo verso il colonialismo».