il manifesto - 10 Dicembre 2004
Parole antiche per i sogni malati della Nigeria

di Daniele Barbieri

«Foresta dei fiori», pubblicati i racconti di Ken Saro-Wiwa, lo scrittore nigeriano impiccato per le sue battaglie in difesa degli Ogoni e contro lo scempio ambientale provocato dalle compagnie petrolifere nel delta del fiume Niger

Un grande scrittore ma anche un martire. Il 10 novembre 1995 un tribunale speciale nigeriano, nonostante la mobilitazione internazionale, fece impiccare Ken Saro-Wiwa. Il suo indicibile «crimine»: aver difeso gli Ogoni (vivono sul delta del Niger) e soprattutto condannare - lui, scrittore ascoltato in Occidente - le catastrofi ambientali e sociali provocate dalla compagnia petrolifera Shell. Esistono in Italia associazioni intitolate a Saro-Wiwa, dunque il suo impegno politico non è dimenticato. Finalmente possiamo conoscere lo scrittore, inedito da noi: per la pubblicazione del volume Foresta di fiori va dunque ringraziata la piccola casa editrice Socrates (pp. 176, € 10; per informazioni: tel 06 5895895, www.edizionisocrates.com). Idigima, il balbuziente. Il capo Birabee. Nedam, «brutto e taciturno» perciò comodo capro espiatorio. L'ufficiale giudiziario Nna. Un ricco pescatore che d'improvviso si mette a cantare. Il vecchio Terr Kole. L'autista del Progres, «unico collegamento rapido con il mondo moderno». Deebari che parla con il potente spirito Oyeoku. Lo storpio Duzia che ama ascoltare storie. Il vecchio Terr Kole. Ecco alcuni fra i maschi di Dukana: «tre o quattromila anime», villaggio nigeriano sospeso fra tradizioni e modernità dove si svolgono gli 8 racconti di «Casa, dolce casa», prima parte di Foresta di fiori.
Il primo episodio ha per protagonista - e per io narrante - una ragazza che, conclusi gli studi, torna «per insegnare nell'unica scuola, restituire qualcosa alla mia terra». Non sappiamo come andrà a finire. Di sicuro le donne qui hanno vita dura, «colpevoli» dei più improbabili delitti: come Sira, scacciata per aver generato due gemelli o Lebia, ripudiata perché non resta incinta. Eppure la situazione dei maschi non sembra invidiabile. Gode di potere Daniel Dekor che dà la caccia agli scarafaggi con «la sua compagna di sempre, la Bibbia» e non sa se fondare una nuova religione? Basta diventare attendente d'un caporale per trasformare il perdigiorno Bom (al quale «il buon Dio ha donato piedi veloci» e poche capacità matematiche) in un cittadino autorevole?
Dukana, «antica quanto il tempo che si poteva ricordare», affascina perché a condurci lì è Saro-Wiwa: con stile piacevole, con vicende e personaggi solo apparentemente semplici, «nell'abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere». Dove «i beni svaniscono, non trovandosi a proprio agio» e ci si fida poco di medici e di ispettori del governo; in mezzo a 9 chiese che contano zero rispetto ai «preti juju» (i quali invece comunicano con gli spiriti). Qui «una bella storia vale quanto una bella moglie, una bella casa e una bella bicicletta»: però i cantastorie campano solo se c'è molto pubblico e a Dukana non abbonda. Se là non apprezzano abbastanza le storie, andremo altrove.
Dopo averci svelato una faccia della vecchia Nigeria, l'autore ci mostra la «nuova», quella che non vive più nei villaggi. Con l'ironico titolo «La bella vita», ecco 11 racconti ambientati ad Aba, Lagos, in città senza nome.
L'agente Okeke cerca di consolarsi ripetendo fra sé: «Non sono l'unico corrotto di questo Paese, guarda i ministri del governo e i sacerdoti, i capi e tutti quanti». Le foreste metropolitane offrono molti fiori tossici. Come nel ritratto penoso di un manager incapace che vuol sfruttare i ghanesi (buoni lavoratori al contrario dei «nigeriani tutti ladri»). Come nell'avvolgente tristezza di Ezi, funzionario in un ministero, sospeso tra «furti, incompetenze, bugie, condotta disonesta» e sogni frustrati.
Piccoli dolori privati ma anche le grandi tragedie collettive dove spunta il Ken Saro-Wiwa più politico. Forse «troppo idealista in una nazione in cui non c'era alcuno spazio per l'idealismo» al pari dell'uomo senza nome nel racconto più straziante («Viaggio notturno»); di fronte alla guerra, all'ingiustizia, al colera, ai guai che porta il petrolio - «maledisse gli dèi che non prosciugavano i pozzi» - il protagonista vorrebbe far qualcosa ma la donna che gli è accanto ironizza: «non avrai intenzione di portare il mondo sulle spalle, non sei Atlante». Alla fine, un po' d'amore sembra affacciarsi e invece nessuno può insegnare «a vivere con la morte».
In due racconti torna un io narrante femminile. Un sorrisetto perfido trionfa nel finale del «Canto d'amore di una casalinga» mentre la tristezza (tutto si compra, anche il dolore) domina in «Un uomo premuroso»: donne che, anche fuori da Dukana, non hanno gran poteri o dignità.
Persino nei racconti più lievi - come «Una leggenda nella nostra strada» - dobbiamo ricordarci che stiamo transitando su un altro pianeta, un paese dove di chi ha superato i 45 anni si dice «sta facendo gli straordinari». Riflettere sull'ottantenne Papa serve a Saro-Wiwa per riepilogarci la storia nigeriana: colonialismo, indipendenza, «e ora Papa era tutto impegnato a vedere come buttavamo all'aria l'indipendenza e tornavamo verso il colonialismo».