di Paolo Maddonni
Era accusato di omicidio. Ma dietro la condanna,
osteggiata dall'opinione pubblica internazionale,
c'era la volontà del dittatore Sani Abacha
di fermare la sua lotta in difesa degli Ogoni: il
suo popolo, che ancora oggi combatte contro le multinazionali
del petrolio
«Signor presidente, io sono un uomo di pace,
di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà
del mio popolo che vive su una terra molto generosa
di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa
terra; ho fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti
il suo diritto alla vita e a una vita decente... ».
Sono le parole con cui Ken Saro-Wiwa, lo scrittore
e uomo politico nigeriano giustiziato nel ’95,
si rivolgeva al tribunale che lo avrebbe condannato
insieme ai suoi compagni. L’accusa, in realtà
senza prove, era quella di essere il mandante di un
omicidio.
Ma dietro la condanna, inutilmente osteggiata a suo
tempo dall’opinione pubblica internazionale,
c’era la volontà del dittatore Sani Abacha
di fermare la lotta di Ken Saro-Wiwa in difesa degli
Ogoni: il piccolo popolo al quale apparteneva, che
combatte ancora oggi (quando la Nigeria, dopo la morte
del dittatore, si è faticosamente messa sulla
strada della democrazia) contro le multinazionali
del petrolio che sfruttano il sottosuolo nel delta
del Niger, inquinano il territorio e distruggono ogni
forma di economica locale.
L’opera letteraria di Ken Saro-Wiwa, fra i più
acuti intellettuali africani, in Italia è praticamente
sconosciuta. Sono stati tradotti fino ad ora solo
alcuni testi per il teatro e qualche poema. Assume
perciò un valore ancora più grande la
pubblicazione nel settembre scorso, da parte dell’Editrice
Socrates di Roma, del volume Una foresta di fiori
(pp. 176, € 10,00): una raccolta di 19 racconti,
divisa in due parti (la prima ambientata nella campagne,
nel villaggio di Dukana, la seconda in città)
realizzata dallo stesso Saro-Wiwa nel 1986. Una piccola
opera che consente di conoscere lo stile, ironico
e tagliante, con cui questo coraggioso scrittore riusciva
ad affrontare molti temi diversi rivolgendosi a tutte
le classi sociali. Passando con facilità dal
romanzo al racconto, dal dramma teatrale alle fiabe
per bambini, dai saggi alla fiction.
Uno scrittore prolifico, insomma, che raccontava il
proprio paese attraverso diversi registri letterari.
Non per nulla al momento della sua esecuzione, Saro-Wiwa
viveva una popolarità enorme grazie a un serial
televisivo che raccontava tutta la Nigeria: quella
della metropoli, quella della campagna lontana, quella
delle superstizioni, degli affari facili, delle guerre.
Milioni di persone si riunivano davanti ai teleschermi
per seguire le storie di sopravvivenza urbana di cui
erano protagonisti Basi & Company.
Il suo capolavoro però rimane Sozaboy (Soldatino),
una tragedia sulla guerra raccontata da un ragazzo
che si trova a indossare l’uniforme per farsi
bello con i paesani e con la fidanzata. Con il risultato
di cambiare esercito durante il conflitto senza aver
mai capito chi combatte contro chi e, soprattutto,
perché. Un’opera la cui grandezza, più
che nella trama, sta nel linguaggio: un inglese “marcio”,
come lo definì Saro-Wiwa, nel quale si proietta
l’estraneità mentale del protagonista
rispetto ai giochi di potere di cui è vittima.
Utilizzando espressioni e modi di dire comuni a tutti
i nigeriani, che gli consentivano di restituire con
grande realismo i drammi quotidiani del suo paese.
E di far identificare nella sua scrittura un popolo
che sta ancora cercando la propria autonomia.