La nuova ecologia - 10 novembre 2004
In ricordo di Saro-Wiwa

di Paolo Maddonni

Era accusato di omicidio. Ma dietro la condanna, osteggiata dall'opinione pubblica internazionale, c'era la volontà del dittatore Sani Abacha di fermare la sua lotta in difesa degli Ogoni: il suo popolo, che ancora oggi combatte contro le multinazionali del petrolio
«Signor presidente, io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; ho fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente... ». Sono le parole con cui Ken Saro-Wiwa, lo scrittore e uomo politico nigeriano giustiziato nel ’95, si rivolgeva al tribunale che lo avrebbe condannato insieme ai suoi compagni. L’accusa, in realtà senza prove, era quella di essere il mandante di un omicidio.
Ma dietro la condanna, inutilmente osteggiata a suo tempo dall’opinione pubblica internazionale, c’era la volontà del dittatore Sani Abacha di fermare la lotta di Ken Saro-Wiwa in difesa degli Ogoni: il piccolo popolo al quale apparteneva, che combatte ancora oggi (quando la Nigeria, dopo la morte del dittatore, si è faticosamente messa sulla strada della democrazia) contro le multinazionali del petrolio che sfruttano il sottosuolo nel delta del Niger, inquinano il territorio e distruggono ogni forma di economica locale.
L’opera letteraria di Ken Saro-Wiwa, fra i più acuti intellettuali africani, in Italia è praticamente sconosciuta. Sono stati tradotti fino ad ora solo alcuni testi per il teatro e qualche poema. Assume perciò un valore ancora più grande la pubblicazione nel settembre scorso, da parte dell’Editrice Socrates di Roma, del volume Una foresta di fiori (pp. 176, € 10,00): una raccolta di 19 racconti, divisa in due parti (la prima ambientata nella campagne, nel villaggio di Dukana, la seconda in città) realizzata dallo stesso Saro-Wiwa nel 1986. Una piccola opera che consente di conoscere lo stile, ironico e tagliante, con cui questo coraggioso scrittore riusciva ad affrontare molti temi diversi rivolgendosi a tutte le classi sociali. Passando con facilità dal romanzo al racconto, dal dramma teatrale alle fiabe per bambini, dai saggi alla fiction.
Uno scrittore prolifico, insomma, che raccontava il proprio paese attraverso diversi registri letterari. Non per nulla al momento della sua esecuzione, Saro-Wiwa viveva una popolarità enorme grazie a un serial televisivo che raccontava tutta la Nigeria: quella della metropoli, quella della campagna lontana, quella delle superstizioni, degli affari facili, delle guerre. Milioni di persone si riunivano davanti ai teleschermi per seguire le storie di sopravvivenza urbana di cui erano protagonisti Basi & Company.
Il suo capolavoro però rimane Sozaboy (Soldatino), una tragedia sulla guerra raccontata da un ragazzo che si trova a indossare l’uniforme per farsi bello con i paesani e con la fidanzata. Con il risultato di cambiare esercito durante il conflitto senza aver mai capito chi combatte contro chi e, soprattutto, perché. Un’opera la cui grandezza, più che nella trama, sta nel linguaggio: un inglese “marcio”, come lo definì Saro-Wiwa, nel quale si proietta l’estraneità mentale del protagonista rispetto ai giochi di potere di cui è vittima. Utilizzando espressioni e modi di dire comuni a tutti i nigeriani, che gli consentivano di restituire con grande realismo i drammi quotidiani del suo paese. E di far identificare nella sua scrittura un popolo che sta ancora cercando la propria autonomia.