Liberazione, domenica 10 Febbraio 2008
In libreria per Socrates, l’argentina Angélica Gorodischer si muove tra il giallo-noir e le criminali domestiche
«Otto buone lezioni su come svoltare la vita: l’argentina Gorodischer fra delitti e patologie».
C’è sempre un gran ritmo, personaggi memorabili. Stili molto diversi e persino una varietà di io narranti, ora maschili e ora femminili. In molte pagine l’ombra del fantastico ma tutto è reale.

«Fa paura il sangue. E’ lento, come una minaccia, come gli attimi che separano la vita dalla morte» pensa la protagonista de «Il capriccio» mentre consuma la sua vendetta. Scorre molto sangue in 6 degli 8 racconti che l’argentina Angélica (il nome è abbastanza inappropriato) Gorodischer ambienta a Rosario e che ci arrivano – con 10 anni di ritardo – in una bella traduzione italiana.
Il primo racconto è un inferno domestico nel quale – «di girone in girone», Dante insegna – si scivola un po’ per volta. Nel secondo (qui niente sangue) un vecchio poliziotto racconta di furti insoliti sempre di giovedì: una bella vicenda ma l’unica con un finale debole. Agghiacciante il terzo dei racconti: l’orrore in un carcere femminile prepara un grand guignol. Spietato anche il successivo: il commissario Pereyra crede di essere un mago della psicologia ma la sua amante ha intuito e cattiveria in dosi ben maggiori. Un bellissimo colpo di scena, del tutto incruento, riveste di nuova luce «Come svoltare nella vita» (che dà il titolo a tutta l’antologia): i lettori credevano di essere catapultati in un tipico caso di sadismo padrona-cameriera e invece basta «un clic» nella testa dell’io narrante per costringerli a fare i complimenti a chi ha ordito un inganno fra i più geniali. Il successivo racconto è ambientato a Natale in un bordello e passeranno 10 anni prima che «lo spirito natalizio, indigesto come una cipolla» venga punito da un delitto con i fiocchi. Il penultimo racconto, «La notte vuota», ci trascina in una insonnia, un vago malessere che trova una sorprendente terapia – di nuovo il sangue scorre a fiumi – con finale volutamente ambiguo. L’antologia si chiude con una ragazzina in attesa di matrimonio (combinato): conquisterà la sua autonomia ma dovrà attraversare misteri, tentati rapimenti e un veloce apprendistato da pistolera; come le suggerisce il poeta Orazio «mischia la tua saggezza con un granello di pazzia».

Queste mini-trame aiutano a capire che la Gorodischer si muove in tutte le pieghe del giallo-noir ma anche delle criminalità domestiche, delle private patologie, del «tornare a casa […] e sentire che qualcosa andava male lì dentro dove bollono i sogni, gli umori, i deliri, le passioni, dove gocciolano, anzi, trasudano liquidi densi».
A chi somiglia questa autrice argentina? Per fortuna a nessun nome noto perché le sue storie e gli stili (variegati come le vicende che raccontano) hanno sapori sempre nuovi. Spesso con una scrittura secca, oltraggiosa: «Mi sentivo bene, davvero bene. Avevo ucciso una persona». In altre pagine la Gorodischer invece lavora sullo scavo di psicologie o su dettagliate descrizioni. Come in questa dozzina di righe (che si possono godere senza guastare la trama): «L’uomo riuscì a voltarsi. Io tenevo ancora la pistola in mano e così, mentre lui cadeva, vidi per un secondo la perfezione dei corpi, quella che mai nessuno ci insegna e che scopriamo solo troppo tardi, quando si ha un figlio o si sta per morire. Si contorceva come se fosse torturato, i piedi rivolti verso mia madre, sua vittima mancata, le ginocchia appena piegate, i fianchi storti, il torso verso di me, una mano come un’ala, indecisa, l’altra ormai inutile, sfiancata dal peso dell’arma, che era qualcosa di nero, una tarantola o uno straccio in cerca del suolo. Gli tremarono le spalle, aprì la bocca e i suoi occhi spaventati mi cercarono senza potermi trovare e tuttavia io ero lì, rigida e immobilizzata in un piccolo gesto, impertinente e gradito, contemporaneamente desiderato e impossibile da ripetere». Daniele Barbieri
Stili molto diversi dunque e persino una varietà di io narranti, ora maschili e ora femminili. Si avverte in molte pagine l’ombra del fantastico ma tutto è concreto, reale. Non esiste un mondo del crimine nettamente separato da quello della gente per bene. Di fronte «all’aggrovigliarsi di ira e attrazione, di voglia e repulsione» (che poi sfocerà in un delitto) una delle protagoniste continua a chiedersi «perchè io stessi da questa parte e loro dall’altra». Un muro - o un confine - facile da passare.
C’è sempre un gran ritmo, personaggi memorabili. Se amate quello che viene definito (ora all’ingrosso, ora con pignolerie) «noir», gustatevi questa autrice, sinora inedita da noi. Stupisce che le traduzioni italiane arrivino dopo quelle francesi, inglesi, ceche e svedesi. Grazie dunque alla piccola Socrates per la scoperta. Solo due piccole critiche a un libro ben curato: la quarta di copertina almeno in un caso anticipa troppo (vergogna, Hitchock e Hammett si rivoltano nella tomba) e poi dov’è finita la nota 1 di pagina 75 dalla quale dovevamo sapere perché una prostituta può essere «più buona di Santa Isabella d’Ungheria»? Sfogliando enciclopedie non si ricava granché su codesta Isabella ma di sicuro nei bordelli di Rosario ne sanno di più della Garzantina.