tuttoLibri de "La Stampa" - 4 novembre 2004
«Chi nato cane» in Nigeria e Zimbabwe?

di Claudio Gorlier

«Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere». E’ una donna nigeriana a parlare, protagonista senza un nome e narratrice in prima persona del primo racconto di Foresta di fiori, di Ken Saro-Wiwa. Il racconto si intitola, con amara ironia, «Casa dolce casa», perché la donna sta tornando nel suo villaggio remoto, Dukana, e riflette, in un itinerario al tempo stesso reale e simbolico, sugli aspetti negativi e positivi della sua terra, in cui i primi tendono a prevalere sui secondi.
Ho rievocato di recente su La Stampa la grande e tragica figura di Ken Saro-Wiwa, lo scrittore nigeriano nato nel 1941 e impiccato, dopo un processo farsa organizzato dallo spietato dittatore Abacha, per stroncare la sua crociata in difesa degli Ogoni, gli abitanti del delta del Niger ridotti in miseria dallo sfruttamento delle multinazionali del petrolio, che tuttora si estrae nella regione. Continuo ad augurarmi che il capolavoro del mio sventurato e valoroso amico Saro-Wiwa, Sozaboy (in inglese gergale «il ragazzo soldato») venga tradotto in italiano, ma i racconti di Foresta di fiori vanno considerati a loro volta ai vertici della sua opera. La prima parte del libro ci porta, appunto, in un villaggio sperduto, un microcosmo della condizione umana di un’Africa emblematica. Nella seconda parte ci spostiamo nella Nigeria metropolitana, un’altra faccia delle contraddizioni e delle ambiguità del Paese. Ecco «Robert e il cane». Robert, il protagonista, costretto a lavori duri e sottopagati, viene assunto come domestico da un giovane medico, che ha appena completato i suoi studi all’estero e lo tratta con affettuosa umanità. Ma sopraggiunge la moglie europea del medico, con il suo cane amatissimo. Il giovane soffre per l’attenzione dedicata dai padroni all’animale. Quando i coniugi si recano in vacanza, Robert dovrebbe occuparsi del cane, ma, quando lo osserva mentre beve avidamente il latte, ha un’improvvisa reazione, pensa ai suoi figli spesso affamati e comincia a «nutrire un odio patologico» per l’animale, dopo essersi domandato: «Chi è il cane?». Nell’originale, la domanda è formulata in pidgin, l’inglese africanizzato: «Who born dog?», letteralmente, «Chi nato cane?». Robert afferra i barattoli di latte e di cibo per cani, se ne va e li porta ai suoi figli. «E il cane morì». L’ambiguità riaffiora: Robert aveva finalmente trovato un buon posto e dei padroni generosi, ma pur sempre padroni.
Il titolo del libro è per così dire bifronte. I fiori, simbolo di bellezza, possono trasformarsi contestualmente in referenti ostili, persino crudeli. Saro- Wiwa si affida a un inglese talora corretto, talora impregnato di pidgin, e la vera e propria squadra di traduttori ha fatto lodevolmente del suo meglio.[...]