Il resoconto di due anni di convivenza di un promettente ricercatore inglese presso
la tribù dei Dowayo in Camerun. Tutto ciò che ci si aspetta da un
saggio di antropologia, ma con un tono più divertente, da chi quella letteratura
la studia per lavoro. E che per passione e curiosità, nonostante le avversità
(dai serpenti agli scorpioni, alle pulci infestanti all’epatite B) ha mantenuto
una scrittura brillante. Conferme: la lentezza e l’ottusa burocrazia africana,
la tendenza dei nativi a trasformare in narrazione tutto, anche la domanda più
semplice. Sorprese: la disponibilità a rielaborare i dati, rivedere le
interpretazioni, entrare in relazione con il rito, non per sistemizzarlo con l’unica
preoccupazione di un riconoscimento accademico. Una rigenerante immersione nell’esotico
più vero e meno mitizzato. Quindi più sano.
(Rolling Stones, n.56, giugno 2008, pag. 161)