Il teatro del racconto è il Camerun e gli attori principali sono i Dowayo, popolazione che vive nel nord del paese. Attori principali, perché è subito chiaro che Barley, recatosi sul campo per una ricerca, diventa ben presto una sorta di comprimario, travolto da eventi imprevisti e dalle abitudini dei “suoi” selvaggi. «Era difficile stabilire se, come il servizio militare, il lavoro sul campo fosse uno di quelli spiacevoli obblighi che bisognava sopportare in silenzio,o se invece fosse uno dei benefici della mia professione, di cui dovevo essere riconoscente. Le opinioni dei colleghi non erano di grande aiuto. Quasi tutti avevano avuto tutto il tempo di avvolgere le proprie esperienze in un alone dorato di romantica avventura. Per molti, un’esperienza di lavoro sul campo significa la libertà di seccare il prossimo». L’ironia dell’autore non deve trarre in inganno: Il giovane antropologo è un libro che ha tra gli altri pregi, quello della sincerità. Infatti, in nessun altro testo antropologico vengono narrati i lunghi momenti di noia mortale che spesso segnano una ricerca di terreno. Momenti in cui non accade nulla, mentre l’antropologo vorrebbero che tutti facessero qualcosa di speciale, di qualcosa di simbolicamente significativo, quando la gente del villaggio si sveglia e si reca al suo lavoro quotidiano. Momenti in cui la solitudine si fa pesante e la voglia di scambiare quattro chiacchiere con un connazionale si fa più forte. Ma c’è anche un disagio che nasce dall’interrogarsi sul senso di ciò che si sta facendo. Cosa significa ‘fare antropologia’?
Un libro intelligente, che unisce una rara capacità narrativa, condita di un certo humour britannico, con un’acuta analisi dell’esperienza sul terreno, letta non solo in chiave scientifica, ma anche e soprattutto sul piano esistenziale.
Marco Aime- Nigrizia, sett. 2008