Il mucchio selvaggio ( maggio 2008)
“Augustin mi portò a pranzo nel suo ristorante africano preferito.
Mi fu portata una zampa di mucca in una grande ciotola smaltata piena di acqua
bollente. Quando dico “zampa di mucca” intendo l’intera parte
completa di zoccolo, pelle e pelo…”, questa non è che la classica
avventura dell’ormai noto Turista fai da te, ma una delle rocambolesche
situazioni in ci si trova l’autore di questa autobiografia. Barley non è
uno scrittore puro, è un famosissimo antropologo inglese che in un libro-diario
racconta la prima esperienza sul campo, lontano da accademiche discussioni e teorici
troppo aggrappati alle loro scrivanie da capire veramente cos’è la
ricerca e cosa vuol dire vivere davvero un popolo senza lasciarsi andare a un
semplice resoconto analitico e numerico dei giorni passati al di fuori del proprio
paese. Mosso dalla voglia di fare, di approfondire e di sporcarsi le mani, eccolo
partire per il Camerun per vivere in mezzo ai Dowayo e studiarne la vita. L’imberbe
studioso però non sa che si devono fare i conti con pericoli e ostacoli
ben più grandi delle strade sterrate, della dissenteria o di cause legate
al fattore ”terra straniera”: eccolo quindi alle prese con la burocrazia,
con le ambasciate, i missionari, un sistema sanitario inadeguato ( o inesistente),
le malattie, capanne di fango e meloni sui tetti.
Barley ha il talento e la bravura di farci viaggiare insieme a lui con uno stile
leggero, divertente e divertito, che però non perde il “rigore scientifico”
dei suoi studi, riuscendo tra una pagina e l’altra a mettere in discussione
l’antropologia, il suo gota e provocando la mente dei giovani con domande
sulla vera natura dei loro studi. Inoltre l’acume dello sguardo mostra un’Africa
bellissima nella sua povertà, nella sua ricerca di equilibrio, di un rispetto
che nessuno sembra voler porgere o offrire. Il giovane antropologo si legge al
ritmo di Mulatu Astatke, sobbalzando nel bus della scrittura. E la cosa da ricordare
sempre (amanti della materia o turisti in cerca di avventura) è di imparare
benissimo le inflessioni della lingua indigena al fine di evitare di dire davanti
al capo villaggio, “Scusatemi sto copulando col fabbro” invece di
“Scusatemi ho la carne sul fuoco”…
Alex Pietrogiacomi