Avvenire - 28 aprile 2013

Scrivere č risuscitare

intervista di Daniele Zappalā

«Ogni teiera del mondo intero fa questo», Ovvero, gocciola sul bordo. L'osservazione ammirata, in un hotel parigino del quartiere di Saint Germain, è di Christian Bobin. Restituire ai dettagli la dignità di perle di poesia sembra una missione di ogni istante per l'autore dell'indimenticabile Francesco e l'infinitamente piccolo (San Paolo). In Italia è in uscita l'8 maggio il romanzo breve Folli i miei passi (Socrates/AnimaMundi, pagine 96, euro 10), picaresco, intimista, cosparso di pepite. In Francia, è il turno di L'homme-joie (L'iconoclaste), raccolta di 15 intense miniature narrative. Della poesia, Bobin ci dice: «È un'insurrezione dello spirito e la più grande respirazione possibile data a ciascuno di noi in questa vita».

Per lei, la scrittura è come il pugilato. Contro chi?
«È una lotta incessante innanzitutto contro me stesso e poi contro il mondo. Più esattamente, contro ciò che vi è in me del mondo. Ovvero, la somma dei nostri addormentamenti, dei nostri consensi a non vivere da vivi delle nostre rinunce, abdicazioni di fronte a uno stato di cose barbaro. Del nostro violento rifiuto di essere meravigliati dal solo fatto di vivere. Scrivendo, cerco di ritrovare ciò che un neonato riceve nella culla. Cerco di tornare a questo stadio che è noto, credo, anche alle persone che sono l'estremità della vita e che chiamiamo vecchi. Mi riferisco a una capacità di vita e di emozione liberata da ogni dovere, convenzione, obbligo. Comincio a scorgere che uno dei sensi di questa vita e condurre una lotta costante contro ciò che può oscurarla. Credo che con ogni nascita giunga al contempo l'anima e ciò che vuole sconfiggerla. La posta in gioco è sempre una gaiezza fondamentale, conservare il sentimento lieto del dono della vita».

C'è dunque un'etica dietro la scrittura?
«Sì, si può parlare di un'etica che trova la sua strada di giorno in giorno, come avviene per ciascuno di noi, con ogni prova nel passaggio della vita c'è una chiarezza che sale nel cuore, quando si vive. Questa chiarezza può condurre a conoscere l'unica necessità di essere benevoli. Questa è almeno l'etica che nel tempo ho sentito emergere scrivendo».

Lei ha parlato pure di uno sforzo dello scrittore per "risuscitare".
«Si tratta in effetti di una parola che ormai non riesco più a dissociare dalla scrittura e dalla poesia. Per spiegarmi, farò una lieve deviazione storica. Nel 1989, il Muro di Berlino crolla. Prima, divideva Ovest ed Est, mettendo due campi in tensione. L'implosione di un campo ha reso l'altro, senza più avversari, folle. L'economia e il denaro si sono impadroniti dei nostri occhi, lingue, mani, lasciandoci in una sorta di barbarie tristemente gioiosa. Oggi, il Muro di Berlino non è più nello spazio, ma nel tempo. Ci separa da tutti i morti dei secoli precedenti. Morti di cui non possediamo più la lingua e ai quali non sappiamo più far ricorso. Fra l'altro, ed è qui che si può parlare di risurrezione, la scrittura può traversare questo muro interiore che separa i vivi dai morti, per andare a cercare soccorso per i vivi di oggi presso i morti. Farò un esempio molto concreto. Poco fa, leggevo qualche pagina di uno scrittore francese del Cinquecento, Joachim du Bellay. Sono rimasto abbagliato dalle sue parole ed è strano d'essere confortato e consolato da un morto di cinque secoli fa che era a sua volta un po' triste. È questa la virtù della scrittura. Invita tutti a tavola. Non manca più nessuno. I vivi dialogano con i morti. Soprattutto, attraverso la scrittura, qualcosa risuscita nel nostro cuore, la nostra capacità di stupore, ammirazione, meraviglia. Un'altra proprietà molto semplice di risurrezione nella scrittura deriva dal fatto che ciò che non si scrive, si perde. Nulla scompare più in fretta di un miracolo o di una presenza. Come acqua nella sabbia. I libri tengono in vita il meglio di noi, rendendolo soprattutto ancora più vivo di quando l'abbiamo vissuto, perché condensano e restringono il fuoco della vita, permettendogli di offrire la più grande chiarezza».

Qualcuno potrebbe considerarla nostalgico dell'era romantica.
«Penso solo che abbiamo nel petto un piccolo tamburo russo e che abbiamo perduto le bacchette. La scrittura ci restituisce le bacchette, permettendoci di ascoltarci a vicenda e di salutarci come esseri viventi che non sono delle merci o dei clienti. Ognuno di noi, anche quando non ne ha coscienza, sta giocando la partita della propria eternità. Le nostre anime hanno bisogno di ridere, dei poeti di tanti secoli fa e di tutte le cose che oggi vengono definite inutili. Le nostre anime sono ignoranti in contabilità. Tanto meglio così».

Ciò ricorda il suo libro su San Francesco, dove lei cita la mistica Margherita Porete: «non si può dire di nessuno che sia insignificante, essendo chiamato a vedere Dio senza fine». Prende precauzioni quando scrive di spiritualità?
«Occorre un'estrema precisione per parlare del Cielo. E quando parlo del cielo, faccio solo allusione al meglio della vita terrestre. Ho una prudenza crescente nell'impiegare parole spirituali, religiose, di Dio, essendo parole che possono subito pure suscitare malintesi. Temo davvero di impiegare parole troppo pesanti e al contempo non posso privarmi di un'allusione allo Spirito, perché credo sia il fiore stesso della vita, il sangue del nostro sangue. Ma cerco di rendere la sua eterna dimensione selvatica, imprevedibile, senza uniformi, persino capace di disturbarci. Quanto ai mistici alle mistiche, non vedo quasi separazioni fra loro e i poeti. Ciò che non fa rumore ha in sé un'energia atomica e solare».

Il nome Francesco ha segnato la sua vita. Questo nome è ora sul soglio di Pietro. Che cosa prova? «Quando scrissi il libro su San Francesco, fui mosso da una necessità interna. Devo molto a questo libro che nel tempo ha moltiplicato i suoi lettori come un fuoco di foresta. In fin dei conti, devo a questo libro la mia vita di scrittore, nel senso della capacità di poter vivere dei miei libri. È probabilmente il primo libro in cui ho potuto cristallizzare la mia coscienza delle cose. San Francesco d'Assisi è per me primo fotografo dell'Occidente. Il primo e uno dei rari che abbia fotografato l'invisibile. E l'immagine si è poi riflessa su lui stesso. Se si vuol sapere cos'è l'invisibile, lo Spirito, l'amore, si può guardare quest'uomo rimasto senza nulla. Sono molto felice che il Papa abbia preso questo nome, che si sia accostato a questo sole».