Non soltanto quelli del racconto che dà il titolo, ambientato nel Nevada tra motel infestati e scacciatrici di spiriti. I fantasmi di Judith Hermann si annidano in ogni angolo del suo secondo libro. Sono i fantasmi del passato, che riempie la vita selle protagoniste fino a traboccare (in narrazione) e produrre un cambiamento. Hanno sempre sembianze di amanti, amici, persino genitori. In nessuna delle storie sembra davvero verificarsi un’evoluzione. Perché forse c’è già stata, e la protagonista, in balia della propria esistenza, non l’aveva vista: bisognava solo accorgersene, solo raccontarlo. Disilluse dall’amore, sempre in viaggio (Islanda, Norvegia, ma anche Venezia o la provinciale Wurzburg) non tanto per cercare qualcosa quanto per nascondersi da sé, le giovani donne della Hermann si lasciano vivere, vanno incontro alle situazioni come non potessero sottrarsene, hanno ricordio come presentimenti: oggetti rimastio in fondo a una scatola piena, tiri fuori tutto, a non li trovi più. Molto bello Ruth, il primo racconto. Gli altri, letti di seguito, hanno un gusto un po’ seriale, talvolta prevedibilmente “femminile”.
Rossella Pastorino