Leggere Tutti - maggio 2009

Judith Hermann è autrice di due raccolte di racconti che le hanno assicurato in Germania un grande successo di pubblico ed un numero impressionante di premi. Il suo secondo libro, "Nient'altro che fantasmi", diventato anche un film, è pubblicato in Italia dalle Edizioni Socrates.

Sette racconti al femminile, sette piccole grandi storie che raccontano amori veri e presunti, amicizie incerte, malesseri familiari ed innamoramenti impossibili, segreti nascosti in una foto, separazioni improvvise e improvvisi ritorni. Legami sospesi... quegli stessi che Carver nelle sue storie distrugge riducendoli ad abitudine, e che una volta recisi sono impossibili da rimettere in piedi. Sette storie semplici e profonde, a volte ruvide e a volte tenere e struggenti, sempre poetiche nei contenuti e spesso anche nella forma, di quella poesia tipica di chi della quotidianità ha saputo fare l'essenza della propria narrativa.

Che tipo fantasmi popolano le sue storie?
Una domanda difficile, i fantasmi non sono facili da identificare né da afferrare. Si dissolvono nell'aria, se si cerca di dare loro un nome. Fantasmi di ricordi, forse. Fantasmi di sentimenti che si sono provati in passato, di desideri, o di sogni. Possibilità mancate, lasciate sfuggire. Tutto quello che c'era un tempo e poi è sparito...

"Wouldn't be nice if we could live here make this the kind of place where we belong", un verso di una canzone dei Beach Boys in apertura di libro. A cosa è dovuta questa scelta? È forse una sorta di manifesto?
Sì è vero, quella canzone può essere intesa come una sorta di manifesto. Un motto, un talismano, una sorta di difesa... anche per le storie e per i loro protagonisti. Esprime un desiderio: non sarebbe bello se potessimo restare qui, se potessimo vivere in questo luogo? Ma mentre stanno ancora pensando a questo, i personaggi si sono già voltati e sono andati oltre, altrove. Per dirla in modo un po' kitsch, un manifesto della nostalgia per la nostalgia. Suona così anche la musica, lo si avverte chiaramente se si leggono alcuni versi di Brian Wilson: è euforica, raggiante. L'ho trovata un buon inizio, per un libro forse un po' meno euforico.

Le sue protagoniste sono in continuo movimento, treni, aerei, vaporetti, Praga, Parigi, Venezia, Berlino, Islanda, Nevada... A volte manifestano anche una sorta di timore, nel racconto "Acqua Alta" ad esempio la protagonista dice "Prima di un viaggio ho paura, mi sembra tutto insensato...". Sono viaggi da intendere come metafora, come costruzione dell'identità? E lei, è una viaggiatrice?
Purtroppo non sono una gran viaggiatrice, ma naturalmente mi piacerebbe molto esserlo. Scrivere significa spesso, per me, inventare personaggi che sono come io vorrei essere, che fanno quello che io vorrei fare e non faccio. Così, lascio che i personaggi delle mie storie si muovano per me, che viaggino al mio posto. E sono viaggi sicuramente da intendere come ricerca, come superamento delle paure, delle prove della vita, come metafora del movimento e della nostalgia.

Nella storia breve lei ha trovato l'espressione letteraria perfetta. Perché le è particolarmente congeniale questa forma? Ha voglia di cimentarsi anche in un romanzo? Lo farà in futuro?
In realtà no, penso, temo, che non scriverò mai un romanzo. O forse, chissà, potrò scrivere magari un romanzo breve. Io leggo molto volentieri racconti, ma credo che il fatto che poi anche io scriva racconti dipenda non tanto da me e dalle mie preferenze personali quanto piuttosto dai personaggi, dai temi che affronto, dai punti cruciali: brevi momenti, poca luce... troppo poca per un testo lungo.

L'amore è elemento fondante delle sue storie, che hanno per protagoniste sempre donne. Spesso è un amore impossibile, sbagliato, perduto...
È così. Del resto, sull'amore appagato e felice, il grande, vero amore, ci sarebbe sicuramente meno da scrivere... È banale dirlo, ma è provato, le storie migliori vengono sempre dagli amori infelici, tormentati e irrisolti.

Come sono i suoi personaggi, come li definirebbe?
Sono personaggi che desiderano intensamente qualcosa, e che spesso alla fine ottengono qualcosa di completamente diverso da ciò che volevano, come succede alla protagonista del racconto "L'amore per Ari Oskarsson", che vuole una storia e si vede invece regalare un'aurora boreale. Forse ciò avviene perché io, come voce narrante, mi sento un po' senza radici e questo, qua e là, si va a riflettere nei miei personaggi. Ma sicuramente non sono pessimisti. Magari un po' stressati, sovreccitati, con i nervi poco saldi, questo magari sì. Caratteri romantici? Sì. Ma cresceranno. E impareranno. Presto le cose andranno certamente meglio per loro, in modo diverso e migliore. I loro sentimenti sono difficili da capire, difficile riuscire a dar loro un nome, come sempre. Tutti conosciamo la condizione dell'essere innamorati alla follia, e di trovare poi la cosa assolutamente inconcepibile già solo un anno dopo. Un'esperienza forte, senza dubbio. Potrebbe essere tranquillizzante pensare che tutto passa e nulla dura per sempre. Ma, cosa comica, questo non tranquillizza affatto. È terribile. Dovrei imparare a rassegnarmi a questo, no?!

"Judith Hermann, la scrittura come silenzio" è il titolo di un saggio su di lei, certo un bell’omaggio ed un importante riconoscimento per un autrice così giovane! Si è ritrovata in questo titolo ed in questa analisi? E che tipo di silenzio crede essere il suo?
Mi piace davvero molto questo titolo. Lo sento mio, vicino alla mia rappresentazione ideale dello scrivere, e forse dovrei dire anche vicino alla mia rappresentazione ideale dello stare insieme: parlare insieme senza parlare, parlare stando in silenzio, tacendo. lo sto molto volentieri in silenzio, sono una silenziosa per natura, oltre che per scelta. Ed amo molto l'espressione "parlare tacendo". È un bel saggio, questo cui si riferisce, credo mi interpreti bene e sono molto grata a chi lo ha scritto.

Nascere e vivere a Berlino, città culturalmente così vivace, ricca e complessa, avrà certamente influenzato ta sua scrittura. Fino a che punto? Si sente di far parte in qualche modo dell'interessante filone della nuova letteratura tedesca, vedi Inka Parei e Julia Franck?
Non ho mai pensato a cosa può avere influenzato il mio modo di essere, né il mio modo di scrivere, non sono brava a definirlo, a fissarlo. Credo davvero che, per quanto mi riguarda, sia meglio lasciare lo scrivere il più possibile intuitivo, senza dubbi, senza domande, senza interrogarmi su questo o quello. Ad occhi chiusi, se così si può dire. Non so, non voglio sapere cosa ha determinato la mia scrittura: la caduta del Muro? La morte di mia nonna? La mia bella infanzia in una Berlino-Neukolln distrutta? Il primo, di certo infelice, grande amore? Tutto questo, sicuramente. Ma non voglio definirlo. Sono tutti fantasmi, fugaci... E non credo di poter venire inserita in un filone particolare, come quello rappresentato dalle scrittrici che lei cita, né di potermi sentire costretta in un genere o in un altro, di far parte di una certa generazione. Quale generazione poi, quella dei trentenni? lo trovo già così difficile in sé il concetto di generazione...

Nel 2006 "Nient’altro che fantasmi" è stato scelto come soggetto per un film di Martin Gypkens, uscito poi nelle sale tedesche l’anno successivo. Ha partecipato alta sceneggiatura? Le è piaciuto?
Non ho collaborato alla sceneggiatura del film, ma naturalmente mi è stata sottoposta nelle varie stesure che si sono susseguite e ogni volta ne sono stata molto soddisfatta, perché ho trovato la lettura di Martin Gypkens assai vicina al mio modo di sentire, di vedere i personaggi e le situazioni. Il film mi è piaciuto molto, ho trovato bravi gli interpreti e so che è stato anche molto apprezzato dal pubblico e dalla critica. È stato soprattutto un grande regalo per me vedere sul grande schermo come un'altra persona - un estraneo - abbia saputo leggere e interpretare le mie storie. Davvero una gran bella sensazione e una eccezionale esperienza che spero si possa ripetere ancora in futuro.

Patrizia Tagliamonte