La voce di Milano
Gennaio 2006
Un coro di funghi
Per una volta, un narratore non cerca di imprigionare il suo lettore in un viluppo d’azione fin dalle prime righe, non lo stordisce di nomi, fatti e gesti, ma si concede il tempo di aspettare che il racconto nasca quasi da sé, da un discorso privato che l’io narrante intreccia con presenze familiari, in un’atmosfera sospesa in cui le storie vengono evocate senza fretta.
È un’autrice a compiere questo piccolo miracolo nella narrativa contemporanea, Hiromi Goto, che conserva i geni delle grandi raccontatrici giapponesi, signore di una letteratura che può vantare delle donne ai vertici della maestria, non semplici quote rosa ma autentiche inventrici, nella loro terra, della forma romanzesca, e grandi incantatrici: Sei Shonagon, che scrisse i Racconti del cuscino a cui si è ispirato Peter Greenaway per il suo film, e soprattutto Murasaki Shikibu, a cui si deve il Genji Monogatari, la storia del Principe Splendente. Sono loro le indiscusse artefici dei capolavori nipponici dell’epoca d’oro, e proprio a loro fa lontanamente pensare il Coro di funghi scritto da Hiromi Goto.
La protagonista del romanzo, Naoe Kiyokawa, si rivolge alla nipote Muriel chiamandola proprio Murasaki. E il capolavoro di Murasaki è citato in coda al libro fra “i testi che ne hanno influenzato la stesura”; molto significativamente, è citato nella traduzione inglese, perché Hiromi è un’emigrante: nata nel 1966 a Chiba-Ken, in Giappone, all’età di tre anni è stata portata dalla sua famiglia in Canada, a Calgary, dove ha studiato letteratura inglese e ha frequentato la scuola di scrittura di Aritha Van Herk. Coro di funghi è il suo primo romanzo, che ha vinto vari premi: il Commonwealth Prize for Best First Book e il Canada-Japan Book Award nel 1995, il Grant MacEwan College Book 2000-2001
“I Greci! Lascia stare i Greci! E non citarmi versetti della Bibbia, ragazzina. C’erano leggende ben prima che Eva assaggiasse il frutto creato per le donne.” Così dice Naoe alla nipote, rivendicando l’antichità e la preminenza del retaggio folclorico e mitologico nazionale, a cui il romanzo si ispira ampiamente. Frammenti di questa eredità vengono scomposti e ricomposti in quel caleidoscopio narrativo che è il “letto di storie” della nonna. “Bambina mia, questa non è la storia che ho imparato, ma quella che racconto. È nella natura delle parole modificarsi man mano che si racconta. Cambiano nella tua mente persino mentre parlo.”
Storie vere (il primo dirigibile visto all’asilo, il lavoro presso l’allevamento di bachi da seta e la fungaia); episodi quotidiani, come l’invasione serale delle falene e il perturbante risveglio dei sensi nell’età senile; o miti dell’origine, come la leggenda di Izanami e Izanagi a passeggio sul ponte dell’arcobaleno: dai giochi degli Dei fratelli nasce il mondo. I racconti vanno e vengono, nella mente divagante dell’anziana donna, si intrecciano alle percezioni esterne, cozzano contro la musica moderna dei Talking Heads e di Misora Hibari. Nella loro tenue consistenza di stoffe delicate, nella soave disinvoltura con cui si presentano senza inizio né fine e si accumulano in apparenza senza scopo, riescono a gettare un ponte fra la cultura del presente e il passato arcaico, impedendo che la tradizione nativa possa perdersi nella vita degli emigrati.
La testimonianza letteraria di Hiromi Goto è una prova della vitalità di tale tradizione, come del persistere della memoria, per quanto ibernata nel gelo costante del paese straniero, e perdutamente lontano.
Massimo Scotti