Tuttolibri «La Stampa» 31/12/2005

Le giapponesi così femministe


Irene Starace

CORO di funghi» di Hiromi Goto, scrittrice giapponese che vive in Canada dall'età di tre anni, è la storia di tre generazioni di donne, nonna, figlia e nipote emigrate dal Giappone in Canada. Ognuna di loro sceglie un modo di vivere in una terra che non è la propria e le considera «diverse»: Naoe, la nonna, rifiuta di parlare inglese e passa le sue giornate a parlare in giapponese, come sfida al vento che soffia continuo nella prateria e sembra simboleggiare una natura ostile ed estranea, finché non lascia la casa per vivere le esperienze che non ha mai avuto; Keiko, la figlia, che ha cambiato il suo nome in Kay, si adatta al Paese in cui è andata a vivere fino a perdere la propria identità; la nipote fa la scelta più difficile, ma più feconda: cresciuta sentendosi diversa, si appoggia alla nonna, che rappresenta le sue radici, ritrova la propria cultura e va avanti, creandosi una storia sua di cui nel romanzo ci viene narrato soltanto l'inizio. Il suo doppio nome è il simbolo di questo percorso: per tutti è Muriel, per la nonna Murasaki, il nome con cui è conosciuta l'autrice del capolavoro della letteratura giapponese, il Genji monogatari (Storia di Genji), dell' XI secolo, e che alla fine assume al posto del suo nome canadese. Non è questo l'unico omaggio alla cultura giapponese presente nel romanzo: Naoe narra, a modo suo, diverse storie che sono reinterpretazioni in chiave femminista (ma come sembra pesante quest'espressione rispetto alla leggerezza dello stile!) delle leggende giapponesi; il romanzo è ricco di paradossi che fanno pensare a Tanizaki o a Enchi Fumiko, grandi costruttori di trame a più livelli e verità contraddittorie, anche se il punto di partenza di Hiromi Goto è un altro: l'idea che le storie, come le lingue e le culture, sono «organismi viventi» che si trasformano ai tocchi di bacchetta magica delle parole, di una fantasia improvvisa, dell'emergere di un ricordo inaspettato, e che la verità
si può «inventare man mano». In quest'invenzione della verità, come nella costruzione di un'identità propria, che sia individuale ma abbia anche radici in una collettività, il linguaggio ha un ruolo fondamentale: i genitori di Murasaki, che non hanno più parlato giapponese da quando si sono stabiliti in Canada, non riescono a dire nulla di significativo, nulla che rimanga nella mente e nel cuore di Murasaki, a differenza delle parole della nonna. Le parole che Murasaki sente intorno a sé ricevono un significato dal modo in cui sono pronunciate, dalle intenzioni di chi le pronuncia, dal loro suono. Imparare la lingua d'origine diventa per Murasaki un modo per essere consapevole dei pregi e dei limiti delle sue due culture. Raccontare, portare avanti una tradizione innovandola, creare: tutto questo è da sempre privilegio delle donne, come sa Naoe. Anche Murasaki si metterà in cammino per creare una sua vita e narrare le sue storie. Gli uomini hanno un ruolo completamente secondario in questo romanzo: l'ex marito di Naoe è ricordato da lei, senza rimpianti, come un debole; Shinji, il marito di Keiko, è una presenza muta e insignificante, sopraffatta dalla forza di volontà della moglie; l'amante di Murasaki è abbandonato da lei che preferisce seguire la sua strada, un viaggio che non è più sradicamento, ma scelta. «Le donne camminano verso una stessa meta» dice Murasaki. Forse verso la consapevolezza dell'appartenenza ad un'unica specie, quella umana?