Il Tempo – 18 aprile 2009

Il passato chiede il conto a chi lo trascura per il potere

Apartheid, riscatto e criminali nell'esordio rivelazione di Lakhan

È la storia di uno che ce la fa. Colto nell'attimo in cui gli si illumina la coscienza e sta per chiedersi a che prezzo... Il finale, è buona educazione, non si svela. In compenso si può chiacchierare di Renesh Lakhan che in Sudafrica è diventato famoso con il suo libro d'esordio, I burattinai, e che ha smesso di. fare il mananger delle risorse umane preferendo essere (o fare lo) scrittore a tempo pieno. Lakhan narra di un mezzo sangue, figlio di un falegname boero e di una casalinga zulu, che cresce in un piccolo paese rurale. Anni Quaranta, Sudafrica, inizio dell'apartheid. Sunny è ambizioso, ama leggere, ma non può andare a scuola. In attesa dei missionari che insegnano ai bambini neri, riesce, con l'aiuto del padre, a sedere fra i banchi coi bianchi. Durerà poco. Presto sarà cacciato. Da qui comincia l'avventura nella grande città, Johannesburg, disegnata da e con la doppia ingombrante presenza femminile di una compagna di scuola, Jennie, bianca solo d'aspetto, e di una insegnante, la professoressa Lindsay, il primo burattinaio. Nella provincia del Sudafrica, nella quale l'autore vive, il romanzo è stato accolto con estremo favore. Il ritratto dell'apartheid non è più soltanto la maledizione del nulla, c'è l'ispirazione alla storia vera di un criminale, Dawid Rykmann, il primo a parlare di una potente organizzazione nera finalizzata allo sfruttamento della prostituzione nonostante l'emarginazione. La lotta per vivere e sopravvivere diventa fantasticamente reale. Un film nel quale il gioco di una pelle ibrida e la collaborazione di due donne spregiudicate può riportare l'umanità ferita e indecente al centro dell'esistenza. Nella negazione di ogni valore, finalmente a prescindere dalla razza di provenienza. Sta qui il calore di un'opera che usa la delinquenza e la sete di potere per dimostrare l'evanescenza delle barriere ideologiche. Questo libro non è una favola e, narrando anche di fatti accaduti, ingloba pagine di storia che piacciono a chi ama l'Africa e a chi non ha paura di misurarsi con le miserie dell'esistenza. L'abilità dell'autore si giova di un'ottima traduzione in italiano che nutre un racconto nato per esplorare, cresciuto per rispondere alle domande di un sudafricano, compiuto dinanzi al coraggio di stare di qua e di là dall'etica. Fino a quando il mistero e la confusione tornano improvvisi per parlare un'altra lingua. Il grande protagonista de I burattinai è il passato. Abile a svanire quando il bisogno dell'illusione è troppo forte. Come un amante sfinito dalla passione, detesta essere messo da parte. Spinge. Saltella tra flashback e insight. Per andarci d'accordo basta tenerlo presente. Dimenticarlo, che sia memoria personale o collettiva, equivale a spianare la strada alla vendetta. Austero e solitario, il tempo alle spalle null'altro chiede se non di essere utile. Non urla. Ma non può fare a meno di risorgere. Sfrutta i sogni per farsi ricordare. E se continua a essere ignorato, esplode quando meno te lo aspetti. Va proprio così in questa storia di potere e di emarginazione nella quale vittime e carnefici giocano ai quattro cantoni chiedendo aiuto alla magia del teatro, padre e imbonitore in un sapiente gioco di trama. Il sipario si apre e si chiude, la recita si confonde con l'esercizio della vita. In un'unica cornice: non c'è burattinaio senza burattino. Con i fili a tirare vite, ragioni, sentimenti, emozioni. Le più dure a spezzarsi. La più bella resistenza.

Anna Fiorino