Gazzetta del Sud – 23 aprile 2009

Renesh Lakhan racconta le vite di indigeni e colonizzatori

L’Africa depredata e offesa in mano a malvagi “burattinai”

Per fortuna sono sempre più numerose, oggi, le voci di coloro che chiamano in causa l'altra Africa, quella abbandonata al suo destino dalle scriteriate “leggi” occidentali, l'Africa violata, depredata dalla “razionalità” dei predatori europei, ma proprio per questo, dopo secoli di sfruttamento delle risorse umane e ambientali, capace di cavarsela da sola, se solo restituita a se stessa, alla sua enorme ricchezza, alle sue culture e alle grandissime potenzialità di sviluppo che possiede. Proprio dall'altra Africa ci viene l'esortazione, ancora inascoltata, a “crescere” un po' di meno, a rinunciare a parte del nostro tronfio e folle benessere. E l'altra Africa raccontano i tanti scrittori, uomini e donne che hanno costituito un'ideale repubblica delle lettere di questo stupendo continente. Abbiamo imparato ad apprezzare e amare Nadine Gordimer, Doris Lessing, J. M. Coetzee, per tacere di tanti altri dell'area maghrebina o egiziana (tra tutti Tahar Ben Jelloun e Nagib Mahfuz) che hanno ascoltato il respiro dell'Africa tutta come quello di una bella donna offesa e violentata, restituendo con passione narrativa le ferite, le contraddizioni, le inquietudini, le istanze di questo antico e giovane continente. Anche la bella storia narrata da Renesh Lakhan, nato nel 1970 e Newcastle nel KwaZulu-Natal da genitori di origine indiana, un impegno sociale come manager delle risorse umane, ripropone ancora le vite sfortunate di tanti indigeni e anche di tanti colonizzatori che nel suolo africano si trovarono a recitare una parte di attori infelici. “I burattinai” (Edizioni Socrates, pp. 358, euro 16) racconta di un Sudafrica degli anni Trenta-Quaranta dolorosamente diviso e in cui si ponevano le terribili premesse dell'apartheid. Una realtà di perdite sia da parte degli afrikaneer, nazionalisti contro gli invadenti inglesi, sia dei meticci, figli di matrimoni misti di bianchi e di neri senza più un'identità, sia dei “kaffir”, i neri ormai completamente defraudati del loro diritto a vivere liberi nella propria terra. Sunny, voce narrante del romanzo è un meticcio figlio di un bianco e di una donna nera di antica tribù tsonga, la cui gente aveva combattuto insieme ai boeri nella guerra boera di liberazione. Il ragazzo proprio in virtù di questo comincia a frequentare con una speciale dispensa le scuole dei bianchi, sempre più attratto dallo splendore del potere, a cominciare da quello dell'istruzione, la cosa che può salvarlo da una vita difficile nel platteland rurale. Ma l'illusione non dura a lungo perché le nuove leggi impongono a Sunny di stare lontano dai bianchi. Tuttavia l'incontro con l'enigmatica signorina Lindsay, un'insegnante di teatro che si batte per l'integrazione interrazziale e con Jennie, una bellissima ragazza meticcia che nutre le stesse aspirazioni di Sunny, conduce il giovane a tentare la fortuna in città a Johannesburg. E lì i due cominciano a recitare quella vita da burattini, da oggetti senza coscienza e senza anima così come vogliono i loro burattinai. Fino a diventare essi stessi burattinai, in un mondo dove i veleni della cupidigia hanno cancellato ogni umanità.

Patrizia Danzè