La falsa quiete di Dukana e la maledizione del petrolio: finalmente tradotto il nigeriano Ken Saro-Wiwa
di Daniele Barbieri
Il balbuziente Idigima. Nedam, un comodo capro espiatorio.
Il capo Birabee. L'ufficiale giudiziario Nna. Un ricco
pescatore (Dabo) che d'improvviso si mette a cantare.
L'autista senza nome del camion “Progres”.
Il vecchio Terr Kole. Deebari che parla con il potente
spirito Oyeoku. Lo storpio Duzia che ama ascoltare
le storie. Sono alcuni fra i maschi di Dukana: “tre
o quattromila anime”, è un villaggio
nigeriano sospeso fra tradizioni e modernità
dove sono ambientati gli 8 racconti della prima parte
di Foresta di fiori dello scrittore nigeriano Ken
Saro-Wiwa.
Per incontrare Dukana dobbiamo inoltrarci su una “lunga
strada sporca, che si estende davanti a noi come la
lingua impastata di un uomo malato”. Guida il
camion un “figlio della terra, sarebbe a dire
che il suo cordone ombelicale è sotterrato
a Dukana”. Il primo episodio ( Casa, dolce casa
è il titolo di questa sezione) nel villaggio
ha per protagonista - e per io narrante – una
ragazza che, conclusi gli studi, torna “per
insegnare nell'unica scuola”. L'idea è
“restituire qualcosa alla mia terra”.
Non sappiamo come andrà a finire. Di sicuro
le donne qui hanno vita dura, quasi sempre risultano
“colpevoli” dei più improbabili
delitti: come Sira scacciata per aver generato due
gemelli o Lebia ripudiata perché non resta
incinta.
A dominare sono dunque i maschi. Eppure la loro situazione
non è così invidiabile. Gode di potere
Daniel Dekor che dà la caccia agli scarafaggi
con “la sua compagna di sempre, la Bibbia”
e non sa se fondare una nuova religione? E basta diventare
attendente di un caporale per trasformare il perdigiorno
Bom (al quale “il buon Dio ha donato piedi veloci”
e poche capacità matematiche) in un cittadino
autorevole?
Se questa Dukana – “antica quanto il tempo
che si poteva ricordare” – ci affascina
è perché a condurci è Ken Saro-Wiwa:
con mano sicura, con stile piacevole, con vicende
e personaggi solo apparentemente semplici, eccoci
in luoghi abbastanza alieni per lettori occidentali:
“nell'abisso tra ciò che è e ciò
che potrebbe essere”; in mezzo a nove chiese
che contano però meno dei “preti juju”
(i quali comunicano con gli spiriti); laddove “i
beni, non trovandosi a proprio agio, svaniscono”
e ci si fida poco di medici e di ispettori del governo.
Anche qui “una bella storia vale quanto una
bella moglie, una bella casa e una bella bicicletta”
però i cantastorie campano solo se c'è
molto pubblico e a Dukana non abbonda.
Allora, se là non apprezzano abbastanza le
storie, anche noi lasceremo Dukana… Ken Saro-Wiwa
sembra suggerirci, con la sua dolce ironia, che porta
altrove la sua capacità di narrare; o forse
semplicemente, dopo averci svelato una faccia della
vecchia Nigeria, adesso ci mostra la “nuova”,
quella che non vive più nei villaggi.
Con l'ironico titolo La bella vita , la seconda parte
di questa antologia propone 11 racconti ambientati
ad Aba, Lagos, in città senza nome o durante
viaggi.
L'agente Okeke, protagonista di Caso n. 100 , cerca
di consolarsi ripetendo fra sé: “Non
sono l'unico corrotto di questo Paese, guarda i ministri
del governo e i sacerdoti, i capi e tutti quanti”.
Lo stile acido, rabbioso che prevale in questo racconto
annuncia che il mondo fuori Dukana – la “modernità”
– offrirà molti fiori tossici. Come in
Motel Acapulco : ritratto penoso di un affarista mancato
che è a un tempo manager incapace e disposto
persino a sfruttare i ghanesi (lui li chiama “ghananiani”;
buoni lavoratori al contrario dei “nigeriani
tutti ladri”…) eppur schiavo degli amuleti.
L'acidità lascia il posto a un'avvolgente tristezza
in E giù le stelle : il tormento di Ezi, funzionario
in un ministero, è nei “furti, incompetenze,
bugie, condotta disonesta” che lo circondano
e ancor più nei suoi sogni frustrati, nel desiderio
di migliorare il suo Paese che può solo scivolare
in un sogno a occhi aperti. La giungla qui è
di automobili “grandi e lussuose” quanto
di “vecchi autobus… mendicanti, venditori
ambulanti”.
Piccoli dolori privati sono al centro del breve Robert
e il cane mentre le grandi tragedie collettive fanno
da sfondo al successivo dove incontriamo il Ken Saro-Wiwa
più politico, quello che ha pagato con la vita
il suo impegno. Forse “troppo idealista in una
nazione in cui non c'era alcuno spazio per l'idealismo”
come il protagonista di Viaggio notturno . Che è,
di nuovo, un uomo senza nome: di fronte alla guerra,
all'ingiustizia, al colera, ai guai che porta il petrolio
(“maledisse gli dèi che non prosciugavano
i pozzi”), vorrebbe far qualcosa; anzi la donna
che gli è accanto nell'auto ironizza: “non
avrai intenzione di portare il mondo sulle spalle,
non sei Atlante”. Il protagonista diffida di
legislatori e avvocati come degli aiuti internazionali
(“temo i Greci e i loro doni”) ma non
vorrebbe soffocare i pensieri positivi che pure fanno
capolino. La realtà però è testarda
e spietata: alla fine sembra affacciarsi un po' d'amore
e invece… non esiste forse un essere umano che
possa insegnare a un altro “a vivere con la
morte”.
Sommessamente politico è anche Garga : storia
di un muro “eretto nel cuore degli uomini”
e di amicizie, di violenze insensate che esplodono
all'improvviso sotto il pretesto religioso.
In due racconti torna poi un io narrante femminile.
Un sorrisetto perfido trionfa nel finale di Canto
d'amore di una casalinga mentre la tristezza (tutto
si compra, anche il dolore) domina in Un uomo premuroso
: donne che, anche fuori da Dukana, ci comunicano
che non hanno poteri o dignità.
Anche nei racconti più lievi – come Una
leggenda nella nostra strada – dobbiamo ricordarci
che stiamo transitando su un altro pianeta, un Paese
dove di chi ha superato i 45 si dice “sta facendo
gli straordinari”. Così riflettere sull'ottantenne
Papa serve a Ken Saro-Wiwa per riepilogarci la storia
nigeriana: colonialismo, indipendenza… “e
ora Papa era tutto impegnato a vedere come buttavamo
all'aria l'indipendenza e tornavamo verso il colonialismo”.
Il 10 novembre di 9 anni fa, un tribunale speciale
nigeriano – nonostante la mobilitazione internazionale
– fece impiccare Ken Saro-Wiwa. Le accuse false
nascondevano i due veri, indicibili “crimini”:
aver difeso l'etnia Ogoni (che vive sul delta del
Niger) dalla repressione dei militari e soprattutto
aver continuato a condannare – lui, uno scrittore
famoso e dunque ascoltato anche in Occidente –
le catastrofi ambientali e sociali provocate dai pozzi
della Shell ma anche, in misura minore, di altre compagnie
fra cui l'italiana Agip. È bene ricordare che
esistono nel nostro Paese alcune associazioni multi-etniche
o ecologiste intitolate a Ken Saro-Wiwa (una di esse,
a Bari, l'anno scorso ha anche vinto un premio della
Fivol, la Federazione italiana del volontariato “per
l'innovatività progettuale della sua azione”).
Dunque l'impegno politico non è stato dimenticato.
Finalmente possiamo conoscere anche lo scrittore,
sinora inedito da noi: per questo Foresta di fiori
di Ken Saro-Wiwa dobbiamo ringraziare la Socrates
(065895895, www.edizionisocrates.com ) cioè
una piccola casa editrice. Restano altri 25 libri,
commedie e radio-drammi: sarebbero letture importanti
per gli italiani che vogliono conoscere il mondo al
di là degli stereotipi e delle censure (oltre
che, è ovvio, per i nigeriani emigrati) e dunque
speriamo che quest'antologia della Socrates spiani
la strada ad altre traduzioni.