Il Manifesto - 14 agosto 2009

Discesa senza ritorno negli inferi del lavoro precario

Un lavoro duro, pericoloso, quello che il giovane laureato in lettere Iain Levison accetta in cambio del miraggio di un salario stratosferico. Per sei mesi dovrà imbarcarsi su una nave specializzata nella pesca di granchi giganti e dentici nel mare dell'Alaska. Le «spedizioni» durano 12 giorni, durante i quali i turni di lavoro vanno dalle sedici alle diciotto ore a seconda delle condizioni del mare. I pescatori rischiano la pelle ogni volta che calano o ritirano le gabbie; oppure quando uno di loro di turno, in una stanza che si riempie fino al soffitto a intervalli di un'ora, alla «spalatura» dei granchi verso la piccola catena di montaggio che lavora i crostacei prima di surgelarli. Sono in pochi quelli che riescono a «onorare» il contratto. Mai Iain Levison avrebbe pensato che quel lavoro sarebbe diventato uno dei reality show, «Deadliest Catch», più seguiti negli Stati Uniti.
L'orrore neoliberista
Quando il giovane racconta la sua esperienza, la «pesca estrema» riguarda solo universitari che vogliono racimolare soldi per continuare gli studi, malavitosi da quattro soldi che hanno dovuto cambiare aria e uomini che sono stati cacciati dal loro posto di lavoro a tempo indeterminato. Iain Levison appartiene però a un'altra categoria, rimossa o guardata con sospetto, composta da uomini e donne che il lavoro lo hanno conosciuto solo a tempo determinato. Questo «diario di sopravvivenza» nasce dalla scoperta che la «precarietà» non è però un elemento marginale, insignificante del mercato del lavoro made in Usa, ma che precari sono in gran parte la grandissima maggioranza dei laureati tra la metà e la fine degli anni Novanta del Novecento. L'autore ha fatto di tutto, dal muratore al facchino, dall cameriere nei fast-food all'operaio in fabbrica, e ogni volta il tempo del contratto si accorciava di più. Dagli iniziali sei mesi è arrivato ai due, tre giorni; e ogni volta il salario orario diminuiva.
Esprime giudizi acidi sulla «rivoluzione neoliberista» che ha distrutto in pochi anni ciò che il movimento operaio americano aveva costruito, in termini di salario e sicurezza sociale, in un secolo. Commenta amaramente la fine del socialismo reale, non perché lo amasse come prospettiva, ma solo perché l'esistenza della cortina di ferro era un deterrente per i padroni a fare il loro comodo. Il sarcasmo è invece riservato a Bill Clinton, il presidente venuto dall'Arkansas che prometteva di ripristinare i diritti cancellati dai repubblicani, ma che poi ha continuato a fare le loro stesse cose. Concede, nell'introduzione, qualche chances in più a Barack Obama, non perché sia un progressista ma perché chi lo votato vuole davvero cambiare l'America.
Il libro è uno spaccato di quella generazione «precaria» americana di cui si sa poco o nulla, ma che non è molto diversa da quella europea o italiana. Fatta di laureati che speravano di trovare un buon lavoro, ma che alla fine guadagnano un salario che consente solo una melanconica sopravvivenza; o di diplomati im qualche disciplina tecnica, ma che finiscono a fare tutt'altro. Il futuro riserva a tutti loro una frustrante ripetizione del presente.
Iain Levison annota inoltre che per un precario il matrimonio o la convivenza sono vocaboli cancellati dal suo dizionario; e la paternità (o maternità) è semplicemente una favola che viene letta quando si è bambini. L'essere single è più una scelta di necessità che non una scelta nata da un desiderio di autonomia. L'autore spera per tutto il libro di poter almeno immaginare una via d'uscita, ma l'unica cosa che riuscirà a fare è di mettere nero su bianco la sua esperienza. Iain Levison ha una forte passione per la scrittura che lo porta anche a sognare di scrivere il «grande» romanzo che cambierà la letteratura statunitense. Ma alla fine si accontenta di scrivere, oltre a questo testo, due pregevoli noir che hanno come protagonisti sempre precari - Fatti fuori (Instar) e Una canaglia e mezzo (Feltrinelli) - e che gli hanno dato una manciata di dollari, più o meno come quelli che guadagna quando fa il traslocatore.
La presa di parola
Pochi sono gli accenni alla politica. Chi lo ha scritto non riesce infatti a immaginare altro che raccontare la sua esperienza. Ma la sua è una presa di parola che ha il potere di porre una serie di nodi difficili da sciogliere: come agire politicamente in una situazione dove non ci sono luoghi dove altri simili sono costretti a vivere una parte della loro giornata? I precari sono nomadi come ormai è nomade il lavoro. L'incontro con altri precari è sporadico, episodico. Anche quando sono in trenta, quaranta su peschereccio, sanno che le loro vite si intrecciano per un tempo delimitato, circoscritto, terminato il quale ognuno seguirà strade solitarie. Il diario di Levison ha molti antenati illustri nella storia statunitense. Ricorda molto Questa terra è la mia terra di Wooddy Ghutrie o Hobo di Nels Anderson. Ma lo stile di scrittura, asciutto, ironico, a tratti parossistico lo pone sulla stessa falsariga dello splendido Lotta di classe di Ascanio Celestini, dove la condizione «precaria» deve fare i conti con il fatto che la presa di parola è solo il primo di molti passa da fare affinché la «generazione precaria» possa dare vita a quella lotta di classe auspicata dall'artista italiano.

Benedetto Vecchi