Leggere:tutti - Dicembre 2009

Quando il sogno americano diventa incubo
Intervista a Iain Levison

Tradotto in Italia Ammazzarsi per sopravvivere, un provocatorio libro-denuncia che pur nella serietà del tema riesce ad avere un tono leggero e ironico.

“È domenica mattina e sto spulciando gli annunci di lavoro. Ce ne sono di due tipi: lavori per cui non sono qualificato e lavori che non mi va di fare. Prendo in considerazione entrambi. Ci sono pagine e pagine del primo tipo, i lavori che non otterrò mai. Devi sapere questo, oppure quest'altro. Devi avere maturato almeno sei anni d'esperienza in questo e quest'altro, parlare un cinese fluente, essere in grado di pilotare un jet attraverso il fuoco della contraerea e avere sei anni di esperienza nella chirurgia a cuore aperto. Salario di partenza 32.000 dollari. Inviare il curriculum a Beverly. Chi è Beverly, mi chiedo, e cosa sa lei più di me? Tanto per cominciare, sa che riceverà lo stipendio. Non sa fare nessuna delle cose richieste per quel lavoro, questo è poco ma sicuro, altrimenti le starebbe già facendo, invece di rispondere al telefono. Se conoscessi Beverly personalmente, potrei ottenere un lavoro qualsiasi nella sua società?...Proseguo scorrendo gli annunci, e imparo sempre di più su competenze che non ho, tirocini a cui non accederò mai e lavori richiesti in campi che nemmeno sapevo esistessero.”

Il suo è un provocatorio libro-denuncia (“le infinite fatiche di un precario americano” recita il sottotitolo) che pur nella serietà del tema riesce ad avere un tono leggero e ironico, basti leggere l'incipit che abbiamo riportato qui sopra. Come le è venuta l'idea? E' autobiografico?
Certo, è sicuramente autobiografico. Io stesso infatti, sebbene laureato in lettere, ho fatto la vita dell'eterno precario e nessun altro all'infuori dei sociologi sembrava accorgersi dell'esistenza di gente come me. Passavo tutto il giorno a svolgere un qualche schifo di lavoro, poi mi ritrovavo la sera a guardare la partita in tv e mi rendevo conto che le pubblicità della birra erano le uniche che potessero essere indirizzate anche a me. “Ehi tu, tizio che guadagni 7 dollari e 25 l'ora, ti piacerebbe comprare una BMW nuova fiammante? Ti piacerebbe investire con la Charles Schwab (società di brokeraggio, ndr)?” I media hanno davvero perso ogni contatto con la realtà. I ragazzi di Friends vivevano in un appartamento a Manhattan. Anche io vivevo in un appartamento a Manhattan, e pagavo mille dollari al mese per dormire sul pavimento di un monolocale. Il punto non è la povertà, anche se da quella realtà non si può prescindere. Il punto è il divario, la differenza tra come l'America viene dipinta e com'è realmente per la maggior parte di noi.

Il libro è del 2001, ma la crisi è scoppiata in America nel 2008. Questo vuol dire che c'era già qualcosa nell'aria, allora perché, secondo lei, sembra essere stata colta di sorpresa?
Gli americani vivono in un mondo fantastico creato dalla televisione e consolidato dalla pubblicità e dalla stampa. L'economia va a gonfie vele! Ogni giorno i delinquenti finiscono in prigione grazie a onorevoli avvocati! Lottiamo per la libertà! Tutto ciò è esilarante. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Eppure abbiamo sviluppato questa strana tendenza a ignorare quello che abbiamo di fronte per vedere invece solo quello che ci viene detto di vedere, quello che ci viene suggerito. Oggi in prigione ci sono tre milioni di persone: è circa l'1% della popolazione, una percentuale di gran lunga superiore a quella di ogni altra nazione, comprese quelle in cui vige la dittatura. Un Paese che sbatte l'1% dei propri abitanti dietro le sbarre non può reggere molto a lungo. E' segno che c'è qualcosa di profondamente sbagliato. Di cose sbagliate ce ne sarebbero a dozzine, ovviamente, questa è solo la prima che mi è venuta in mente. L'America, con tutto ciò che di grande aveva, è stata distrutta da fanatici accecati dall'avidità.

Il regista Michael Moore si è congratulato con Barak Obama, fresco vincitore del Nobel per la Pace “ Presidente, complimenti per il premio: ora, per favore, se lo guadagni!”. Lei cosa pensa del Nobel assegnatogli, per così dire “sulla fiducia”?
Credo che la Commissione di Oslo volesse alzare il dito medio contro George W. Bush, e Obama ha avuto fortuna.

Pensa che Obama possa cambiare sul serio le cose?
No. Obama è una brava persona, è bello avere di nuovo un presidente in gamba, ma penso di no. E del resto non sono neanche sicuro che lui voglia davvero che le cose cambino. Obama è un corporativista di destra, che prende i finanziamenti nello stesso posto in cui li prendeva Bush. Quando Franklin Delano Roosevelt salì in carica nel 1932 attaccò briga, raccontò un mucchio di bugie, fece promesse che non poteva mantenere. Rimase molto sorpreso quando fu rieletto nel 1936 perché era convinto che lo odiassero tutti; si scoprì poi che lo odiavano solo a Washington. Obama, al contrario, non tollera che qualcuno lo odi. Sembra avere la fissazione di dover piacere per forza a tutti, anche a quelli che non lo amano, invece di cercare di rimboccarsi le maniche per quelli che lo hanno votato. E' il suo difetto fatale, e secondo me si rivelerà un presidente debole per questo. Il fatto che considero più grave è che ha già fatto dietrofront su tante delle sue questioni di punta (l'Employee Free Choice Act, l'opzione pubblica della riforma sanitaria, i diritti dei gay, la chiusura di Guantanamo) e che ora sembra solo portare avanti la stessa linea corporativistica che ci ha ridotti così. Non cambierà un bel niente. Gli interessi del governo, dei media e delle multinazionali sono fusi in un'unica grande entità di cui Obama è parte integrante, non avversario. Però fa un sacco di scena. Ed è un oratore molto ispirato.

Che stile di scrittura usa?
Nel caso di “Ammazzarsi per sopravvivere” ho puntato molto sul realismo, descrivendo il comportamento naturale di chi vede le proprie prospettive di lavoro ridursi a zero, mentre il costo della revisione dei veicoli lievita e le tasse di circolazione vengono raddoppiate e triplicate. Il governo si è trasformato in un vorace parassita che vuole sempre di più, e questa è la mia storia, simile a quella di tanti giovani che si trovano a dover fare i conti con questa realtà.

Ha veramente fatto quaranta lavori? Se sì, quando ha trovato il tempo per scrivere?
In realtà ne ho fatti molti di più. Credo di essere arrivato a cinquanta o sessanta. Ho cercato di non lavorare mai per più di quarantacinque ore a settimana, ad eccezione di quando in Alaska mi occupavo della pesca e del confezionamento industriale di gamberi, e non ho figli. Quindi mi resta sempre un po'di tempo libero per scrivere.

In America è appena uscito il suo ultimo libro "Come rubare una macchina blindata". Ci può anticipare qualcosa?
E' la storia di tre ragazzi che vivono in una città in cui l'industria èmorta e non restano che le rovine arrugginite di una vibrante economia. Come quasi dappertutto in America. Un po' per noia un po' per frustrazione, decidono di rubare un televisore da un magazzino all'ingrosso. Scoprono così che il crimine è l'unica cosa che non li fa sentire usati e violentati, e iniziano una progressiva escalation di reati fino ad arrivare al furto di una macchina blindata.

Qualche rimpianto?
No, non sono tipo da rimpianti. Non sono molto incline a rimuginare, a perdermi in nostalgie o a pensare come sarebbe potuta andare se… Forse ho preso delle pessime decisioni, e allora? Chi non l'ha fatto? Andrà meglio la prossima volta. Anche non puntare troppo in alto, aiuta.

Dopo essere stato tradotto in Francia e Germania, il suo libro è finalmente arrivato in Italia grazie alla casa editrice Socrates. Lei sa di avere già anche da noi, grazie all'attualità del tema trattato e alla sua accattivante scrittura, un sacco di lettori ? E tutti considerano il suo libro un dono utile e prezioso…
Credo davvero che quello del precariato sia un problema così universale, oggi, da coinvolgere e interessare tutti…E avere molti lettori anche nel vostro Paese non può che farmi piacere!

Paola Maraone