Internazionale - 23-29 ottobre 2009

“Negli ultimi dieci anni ho avuto 42 lavori in sei stati diversi”, racconta Iain Levison. Ora può aggiungere anche “scrittore” a un curriculum che comprende camionista, traslocatore, cuoco, tuttofare su un set cinematografico, tagliatore di pesce e altre 36 qualifiche. Chi trova queste cifre sconvolgenti probabilmente non conosce le analisi di Barbara Ehrenreich né li altri libri che raccontano la vicenda dei tanti costretti a zigzagare tra i livelli più bassi del mercato del lavoro statunitense. Come osserva Levison, un milione di atre persone avrebbero potuto scrivere lo stesso libro. Cosa che vale la pena invidiargli solo su un piano letterario. “ Sono diventato senza accorgermene, un lavoratore itinerante, un protagonista di Furore dei tempi moderni” spiega l'autore tra pungenti resoconti delle sue disavventure. La rivelazione arriva come una sorpresa per Levison, il quale, appena sbucato fuori dal college e da servizio militare e pieno di buone intenzioni si aspettava qualcosa di diverso. Levison è più un combattente che un corrispondente, e quando scrive che “le cose non sarebbero dovute andare così” è senza dubbio un ingenuo. Ma la sua è un'ingenuità diffusa, il cui altro nome è “sogno americano”.

Jonathan Miles, «The New York Times»