Venerdì di Repubblica 08/09/2006

Arenas, il Pasolini dei tropici che gridò il Re è nudo.

Ribelle, omosessuale, visionario morto di Aids. Lo scrittore scomodo che scelse l’esilio in America torna con otto racconti tradotti in italiano. Profetici: già nel 1974 immaginava una società libera. Ma non felice.

di Alice Andreoli

Reinaldo Arenas il dopo-Castro lo aveva già vissuto. Nel 1974. Con l’immaginazione. Nella Cuba sognata da «il Pasolini dei Tropici» come lo presenta l’editore italiano, il regime è caduto. Non ci sono più le spie, né il tormento degli slogan rivoluzionari ovunque, le merci sono abbondanti e c’è libertà di parola. Eppure non si è felici, si respira un rancore misto a vergogna, per chi fu costretto a sorridere piegando la schiena: «adesso che tutto ispira fiducia è il momento di diffidare». Un destino tragico, proprio come quello che il poeta e scrittore cubano vivrà nell’esilio.
La Cuba senza líder maxímo è il tema del primo degli otto racconti postumi di Adiós a mamá (dall’Avana a New York), che ora esce in Italia per le Edizioni Socrates con la traduzione di Claudia Teson. Ad Arenas, e al suo personale dopo-Castro, da esule, è invece dedicata l’appassionata prefazione di Mario Vargas Llosa. Un ritratto folgorante: «avventuriero di gran fegato, barocco affabulatore, giovane contadino derelitto che né la città né i supplizi ideologici né la cittadella del capitalismo riuscirono ad addomesticare. Uccello tropicale fuori dallo stormo e dalla confusione, selvaggio e innocente in mezzo all’inferno che lo circondava e a quello che si portava dentro, libero fino all’incandescenza».
Nato poverissimo a Holquín nel 1943, educato alla Revolución, nel 1980, per fuggire da Cuba, si farà includere nella lista infame dei marielitos, i 135 mila assassini, malati di mente e rifiuti della società dei quali il regime aveva deciso di disfarsi. Dal porto di Mariel arriva a Miami: la democrazia, ma vissuta da vittima, vittima delle vittime. «La differenza tra prendere un calcio in culo a Cuba e prenderlo in America è che a Cuba ti devi inginocchiare e applaudire mentre in America puoi urlare» arguisce.
In questi racconti chi ha visto Prima che sia notte, film di Julian Schabel tratto dall’autobiografia di Arenas scoprirà la ricchezza del suo rifugio: la scrittura. Il posto, nota Vargas Llosa, «in cui poter finalmente vivere fino al midollo la pienezza e l’esuberanza che la sua fantasia e il suo corpo reclamano. Un mondo parallelo in cui si può, anche se in modo illusorio, sentirsi gratificati dagli eccessi».
Arenas, provocatore oltre ogni limite, «checca da collare montata da maschi di tutte le età» così si autodefiniva, in Adios a mamá trasforma i suoi eccessi in incubi relazionali, con i personaggi delle storie che prima reclamano la sua attenzione e poi lo ignorano. Si inseguono visioni mostruose e opprimenti, allegorie allucinate, un Castro re nudo e nessuno che gridi «il re è nudo», e un Cristo capellone che si ribella a Dio.
Ma, nel racconto Fine di una storia, c’è anche la nostalgia struggente della patria amata e odiata. È ambientato a Key West, il punto più a sud degli Stati Uniti da cui Arenas «sputa nelle acque» che marcano l’inizio dell’inferno. Sembra Cuba, il paesaggio è quasi lo stesso, c’è anche «un piccolo Malecón», il lungomare dell’Avana. Una Cuba «senza nessuna delle sue disgrazie». Ma non è Cuba. E lontano dall’isola«non si può continuare a vivere». Arenas morì suicida nel 1990, straziato dall’Aids e senza nessuna assicurazione sanitaria.