(7 gennaio, 2007) Corriere della Sera
RACCONTI Una raccolta dello scrittore morto suicida in esilio nel 1990
Arenas, l' anticastrista più amato dai cubani
Il fantasma di Fidel attraversa le storie come un «mostro»
«Amici cari, a causa dello stato precario della mia salute e della terribile
depressione sentimentale che provo al non poter più scrivere e lottare
per la libertà di Cuba, metto fine alla mia vita»: con queste parole
Reinaldo Arenas, classe 1943, salutava la comunità degli affetti e, al
tempo stesso, incitava a lottare fino alla vittoria finale contro Fidel Castro,
il suo personale nemico, ossia colui il quale egli additava, nella lettera d'
addio, come il responsabile di quella morte per mano suicida. Era il 1990, e lo
scrittore, esule da dieci anni e ammalato di Aids, aveva appena apposto la parola
fine alla sua autobiografia. Prima che sia notte, uscito da Guanda nel 1993 e
poi trasposto in pellicola dal regista Julian Schnabel, è un' opera fiammeggiante
di amori, avventure, clandestinità, diatribe, sarcasmi, battaglie senza
quartiere, dure resistenze. Arenas era un combattente nato, un oppositore irriducibile.
L' omosessualità e la pratica del dissenso politico gli costarono persecuzioni,
carcere, condanne ai lavori forzati. Si tratta di ferite che tuttavia non tolsero
slancio e candore e febbre vitale alla sua giovinezza, alla quale non a caso si
sentiva votato e addirittura imprigionato come a una, sia pure precaria, celeste
stagione fatta, così diceva, «di creatività, erotismo, lucidità,
bellezza». Sono segni, ardori e disincanti che si ritrovano intatti negli
otto racconti, tradotti da Claudia Teson, pubblicati dalle Edizioni Socrates col
titolo di Adiós a mamá e composti tra il 1963 e il 1987, cioè
quasi l' arco di un' intera esistenza vissuta sotto il fuoco nemico. Nella prefazione,
scritta dopo la lettura dell' autobiografia, Mario Vargas Llosa mette l' accento
sulle ragioni di un dissenso e di una ribellione che forse finirebbero per imbarazzare
persino molti altri oppositori del regime cubano, vale a dire l' unicità
di battersi in nome e per conto del desiderio, anzi del proprio desiderio. È
precisamente questo reclamare il diritto al piacere che costituisce l' unicità
di Arenas, creatura libera (è sempre Vargas Llosa a parlare) «fino
all' incandescenza» che, nel primo dei racconti del libro (Traditore, benché
felice di esserlo), definisce il proprio alter ego «una vittima doppia»,
anzi «tripla» o, per dir meglio, «una vittima vittima delle
vittime», senza però, in un' altra narrazione (La torre di cristallo),
rinunciare al sarcasmo verso se stesso ormai esule a Miami, libero di usare l'
enorme libertà che il mondo occidentale gli consente, laddove al medesimo
tempo non riesce più a scrivere un solo rigo, impegnato com' è ad
accettare ogni sorta di invito e feste, ricevimenti e manifestazioni organizzati
dai suoi amici profughi. I suoi personaggi, lasciati soli e in sospeso, lo reclamano,
e lui non risponde. Il fantasma di Castro attraversa molti dei racconti sotto
forma di «mostro» dalla cui gola fuoriescono indicibili atrocità
che le folle devotamente applaudono, e Cuba nelle sembianze di una madre defunta
e decomposta (in Adiós a mamá, storia macabra e grottesca), luogo
oggetto non più di nostalgia bensì di odio. Scrive Arenas nell'
ultimo bellissimo racconto, Fine di una storia, rivolto a un amico esitante: «Ascolta
bene: sono io quello che ha trionfato, perché sono sopravvissuto e sopravvivrò.
Perché il mio odio è più grande della mia nostalgia. Molto
più grande, molto più grande». Lontanissimo dall' acceso formalismo
di altri grandi scrittori cubani - da Carpentier a Lezama Lima, da Cabrera Infante
a Sarduy - Reinaldo Arenas costringe il lettore a interrogarsi ancora una volta
circa l' impossibilità di ripensare il Novecento fuori dalle dissidenze
praticate e patite in ogni parte del pianeta. Con, in più, una domanda
cruciale: è lecito, come pure avviene, stare con Castro e con Arenas, ovvero
col carnefice e con la vittima?
Di Mauro Enzo