Arenas, notte cubana
Suicida a New York nel 1990, lo scrittore militante omosessuale (classe ’43) aveva lottato sino alla fine contro la dittatura «casta» di Fidel: che nella sua narrativa è la scena di una fiammeggiante promiscuità erotica

«Amici cari, a causa dello stato precario della mia salute e della terribile depressione sentimentale che provo a non poter più scrivere e lottare per la libertà di Cuba, metto fine alla mia vita»: ecco l’incipit della breve lettera d’addio con cui Reinaldo Arenas, classe 1943, salutava per sempre ciò che era rimasto in piedi di una vasta comunità degli affetti e, al tempo stesso, non dimenticava né smetteva di incitare alla lotta fino alla vittoria finale contro Fidel Castro, il suo personale nemico, che egli additava al mondo come il responsabile primo di quella morte sia pure per mano suicida e nella stretta insopportabile della sofferenza fisica a causa dell’Aids. «Cuba sarà libera. Io lo sono già», concludeva quel biglietto. Era il 7 dicembre del 1990, un venerdì a New York, e lo scrittore, esule da dieci anni, aveva appena apposto il sigillo finale alla sua autobiografia. Prima che sia notte, uscita in Italia da Guanda nel 1993 nella traduzione di Elena Dallorso e in seguito trasposta in pellicola dal regista Julian Schnabel, è un’opera fiammeggiante di amori, avventure, clandestinità, diatribe, sarcasmi, battaglie senza quartiere, dure resistenze. Libro nato dalle ceneri ancora calde di una generazione perduta, come sottolinea spesso l’autore: «La nostra è una storia di tradimenti, ribellioni, diserzioni, cospirazioni, sommosse, colpi di stato; il tutto dominato dall’ambizione insaziabile, dall’abuso, dalla disperazione, dalla superbia e dall’invidia». Un’autobiografia, di solito, nasconde quanto sa e disvela quel che può. In Prima che sia notte – che resta un libro-cult del Novecento – una serie infinita di agguati mette con le spalle al muro quel sentimento del pudore che pure riconosciamo come proprio al soggetto narrante, così trasformandolo nel suo contrario, ossia in aperta spudoratezza. La strafottenza, la vanteria, persino la dissacrazione non fanno parte della natura dell’autore, ma egli non fa che tirarle per i capelli, al pari di un bambino che chiede per sé tutta l’attenzione stupita e ammirata degli adulti.
Ma tutta l’opera di Arenas – o, almeno, quella che a oggi conosciamo – nasce come sfida e arma contundente. Egli era un combattente nato, un oppositore irriducibile. La militanza omosessuale e la pratica del dissenso politico gli costarono persecuzioni, carcere, condanne ai lavori forzati. Conobbe l’inferno della fortezza del Morro e dei campi di rieducazione. Ma si tratta di ferite che tuttavia non tolsero slancio e candore e febbre vitale alla sua giovinezza, al cui culto non a caso si sentì sempre votato e addirittura (qui sì) imprigionato come a una celeste stagione fatta, così diceva, «di creatività, erotismo, lucidità, bellezza». Sono segni incisi a fuoco e ardori, disincanti e sconfitte che si ritrovano intatti negli otto racconti, tradotti da Claudia Teson e pubblicati dalle Edizioni Socrates col titolo di Adiós a mamá (dall’Avana a New York), tutti composti tra il 1963 e il 1987, cioè quasi l’arco di un’intera esistenza vissuta sotto il fuoco nemico. [...] Nella prefazione (un lungo articolo scritto però dopo la lettura e a commento dell’autobiografia) Mario Vargas Llosa mette l’accento sulle ragioni di un dissenso e di una rivolta che forse, a conti fatti, finirebbero per imbarazzare persino molti altri oppositori del regime cubano, vale a dire la necessità di battersi in nome e per conto del desiderio.
Anzi di più: del proprio desiderio. È precisamente questo reclamare il diritto al piacere che costituisce, si può dire, l’unicità del «promiscuo ed esibizionista» Arenas, creatura libera (è sempre Vargas Llosa a parlare) «fino all’incandescenza» che ad esempio, nel primo dei racconti («Traditore», ovvero un orgoglioso e felice elogio di tale figura), definisce il proprio alter ego «una vittima doppia», anzi «tripla» o, per dir meglio, «una vittima vittima delle vittime», senza però, in un’altra narrazione («La torre di cristallo»), rinunciare al sarcasmo verso se stesso ormai esule a Miami, libero di usare l’enorme libertà che il mondo occidentale gli consente, laddove al medesimo tempo non riesce più a scrivere un solo rigo, impegnato com’è ad accogliere ogni sorta di invito a feste, ricevimenti e manifestazioni organizzati dai suoi amici profughi. I personaggi dei suoi libri, lasciati soli e in sospeso, lo reclamano, e lui non risponde o finge di non sentire. Si rende ben conto, giunto nel 1980 negli Stati Uniti, che il sistema capitalistico è «sordido».
Il concreto fantasma di Castro, com’è ovvio, attraversa tutta la sua opera. La attraversa sotto forma di «mostro» dalla cui gola fuoriescono indicibili atrocità che le folle devotamente applaudono, e Cuba appare nelle sembianze di una madre defunta e decomposta (in «Adiós a mamá», racconto macabro e grottesco), luogo e oggetto non più di nostalgia bensì di risentimento. Scrive Arenas nell’ultimo bellissimo racconto, «Fine di una storia», rivolto a un amico esitante: «Ascolta bene: sono io quello che ha trionfato, perché sono sopravvissuto e sopravvivrò. Perché il mio odio è più grande della mia nostalgia. Molto più grande, molto più grande». Ma, appunto, non è tutto così chiaro. Se Arenas scrive che «tutte le dittature sono caste e antivitali», qualche pagina dopo è costretto ad ammettere come «a Cuba non si sia mai scopato tanto come negli anni sessanta, cioè nei dieci anni in cui furono promulgate tutte le leggi contro gli omosessuali».
Un giorno, nel 1968, lo scrittore si impegna in una complicatissima serie di calcoli statistici per, infine, stabilire di aver scopato con più di cinquemila uomini, militanti e militari rivoluzionari e comunisti inclusi. Giunto in America e finita quell’epoca «clandestina e precaria», egli di colpo si rende conto che gli incontri sessuali possono essere noiosi e insoddisfacenti. Non è azzardato credere che Arenas cominci a morire dentro una simile consapevolezza. Sente la propria vita sfarinarsi. Il suo mondo, e la giovinezza, andare in pezzi. Un giorno entra in un cesso pubblico, luogo di piaceri e di delizie, e si accorge che nessuno «se lo fila». Annota: «Quelli che si trovavano lì continuarono i loro giochetti erotici. Già non esistevo più. Non ero giovane. In quello stesso istante pensai che la cosa migliore fosse la morte».
Lontanissimo dall’acceso formalismo degli altri grandi scrittori cubani – dal detestato Alejo Carpentier all’amatissimo José Lezama Lima, capace «di dare senso alla vita degli altri», da Guillermo Cabrera Infante a Severo Sarduy – Reinaldo Arenas costringe il lettore a interrogarsi ancora una volta circa l’impossibilità di ripensare con profitto e con compassione critica il secolo scorso fuori da tutte le dissidenze praticate e patite in molte parti del pianeta, specie in quelle che ancora ci sono care e amiamo.
Enzo Di Mauro