Musica! di Repubblica - 14 febbraio 2002

MR NICE UN UOMO IN FUGA DALLA NARCOTICI
Howard Marks era il Marco Polo della droga ora ha scelto uno dei suoi 43 nomi falsi per raccontarsi
di Paolo Biamonte

Per raccontare la straordinaria storia di Howard Marks, il più celebre, divertente ed egocentrico pusher di hashish e marijuana mai apparso in Europa, vale la pena citare il Robert De Niro di Re per una notte: «Ognuno di noi può avere quello che vuole: purché sia disposto a pagarne il prezzo». Oppure ricorrere a William Burroughs, la massima autorità letteraria in fatto di droghe. «Nella tradizione picaresca ci sono uno o più personaggi che si spostano in continuazione in un viaggio reale o immaginario durante il quale incorrono in un certo numero di avventure e disavventure... secondo questo tipo di costruzione ogni capitolo deve mettervi in una situazione di suspense... chiaramente non è così che le cose accadono nella realtà». Certo, si potrebbe aggiungere, a patto che non si parli di Mr Nice, titolo tutt'altro che casuale dell'autobiografia di Howard Marks (Edizioni Socrates, pp. 540, €19), visto che fa parte della lista dei 43 nomi falsi utilizzati quando, folgorato sulla via del rock'n'roll, dopo essere passato dalle aule delle più prestigiose scuole d'Inghilterra e del mondo e dalla cattedra di professore di Oxford, ha deciso di intraprendere la professione di pusher internazionale.
Il suo curriculum comprende, oltre alla lista dei nomi falsi sostenuti da altrettanti passaporti, 89 linee telefoniche e 25 società di copertura, il reclutamento nei servizi segreti britannici mentre teneva contatti e faceva "affari" con l'Ira, la Cia e buona parte delle Mafie del mondo, triadi asiatiche comprese, migliaia di miglia percorse in un delirio di voli aerei e incredibili carichi spediti secondo sistemi a dir poco immaginifici («sono tante le rockstar che mi hanno aiutato inconsapevolmente, perché spesso la droga veniva trasportata dai Tir delle loro tournée, compresa una di Frank Zappa in Italia di molti anni fa»), una fuga continua dai segugi implacabili della Dea, la "narcotici" americana che, per catturare Mr Nice, hanno dato vita a una caccia all'uomo durata anni in 14 paesi e come epilogo una condanna a sette anni scontata in una delle più dure prigioni d'America.
Il fatto che sia possibile sintetizzare, con le parole di De Niro e Burroughs, la vicenda del "Marco Polo della droga" dimostra come il punto di vista sia tutt'altra faccenda dalle astrazioni letterarie. Non dovrebbe dunque essere difficile immaginare quanto sorprendente, divertente, coinvolgente, sia "il mondo" raccontato dagli occhi di un pusher. Un po' più complicato è, invece, capire come nonostante milioni di dollari guadagnati, sperperati, recuperati, nascosti e persino dimenticati nei bilanci di "copertura" di un salone di massaggi di Hong Kong o di una società navale per il rifornimento di acqua potabile, abbia continuato a guardare alla sua vorticosa avventura nel business e ai suoi rapporti con i "piani più alti" della società come se si trattasse di una farsa dei Monty Python.
Per far questo bisogna ricordare che la sua carriera straordinaria è cominciata nell'epoca in cui, tra Londra e l'America, si formava una generazione che ha cambiato per sempre il modo e il significato di essere giovane, tornare dunque alle "good vibrations" e al sorriso fisso stampato sulle facce di mezzo mondo, o di chi, tra gli anni Sessanta e Settanta era più interessato ai manuali di Stampa Alternativa che al Corriere della Sera. «Quello che ho fatto è tutt'altro che difficile» racconta Marks nel suo marcato inglese del Galles, terra natale del nostro eroe che oggi è un autore famoso (in Inghilterra Mr Nice ha venduto 600 mila copie) nonché membro effettivo e permanente del movimento antiproibizionista, ruolo che lo ha condotto anche a Montecitorio. Dunque messaggio ai trafficanti: neanche Howard Marks può illustrare il decalogo del pusher perfetto. «La regola fondamentale è una sola: tenersi alla lontana dalla gente che parla. Anzi no, ce n'è un'altra: evitare il carcere. Lì è sempre buio». Howard il gallese amico di star e di uomini potenti di mezzo mondo, non formula il decalogo ma insegna che "in quella terra di nessuno tra il Pakistan e l'Afghanistan che in realtà è la patria degli Afridi, dove non sono ammessi stranieri, si produce l'hashish migliore del mondo, attraverso processi successivi simili al metodo delle spremiture.