MR NICE UN UOMO IN FUGA DALLA NARCOTICI
Howard Marks era il Marco Polo della droga ora ha
scelto uno dei suoi 43 nomi falsi per raccontarsi
di Paolo Biamonte
Per raccontare la straordinaria storia di Howard
Marks, il più celebre, divertente ed egocentrico
pusher di hashish e marijuana mai apparso in Europa,
vale la pena citare il Robert De Niro di Re per una
notte: «Ognuno di noi può avere quello
che vuole: purché sia disposto a pagarne il
prezzo». Oppure ricorrere a William Burroughs,
la massima autorità letteraria in fatto di
droghe. «Nella tradizione picaresca ci sono
uno o più personaggi che si spostano in continuazione
in un viaggio reale o immaginario durante il quale
incorrono in un certo numero di avventure e disavventure...
secondo questo tipo di costruzione ogni capitolo deve
mettervi in una situazione di suspense... chiaramente
non è così che le cose accadono nella
realtà». Certo, si potrebbe aggiungere,
a patto che non si parli di Mr Nice, titolo tutt'altro
che casuale dell'autobiografia di Howard Marks (Edizioni
Socrates, pp. 540, €19), visto che fa parte della
lista dei 43 nomi falsi utilizzati quando, folgorato
sulla via del rock'n'roll, dopo essere passato dalle
aule delle più prestigiose scuole d'Inghilterra
e del mondo e dalla cattedra di professore di Oxford,
ha deciso di intraprendere la professione di pusher
internazionale.
Il suo curriculum comprende, oltre alla lista dei
nomi falsi sostenuti da altrettanti passaporti, 89
linee telefoniche e 25 società di copertura,
il reclutamento nei servizi segreti britannici mentre
teneva contatti e faceva "affari" con l'Ira,
la Cia e buona parte delle Mafie del mondo, triadi
asiatiche comprese, migliaia di miglia percorse in
un delirio di voli aerei e incredibili carichi spediti
secondo sistemi a dir poco immaginifici («sono
tante le rockstar che mi hanno aiutato inconsapevolmente,
perché spesso la droga veniva trasportata dai
Tir delle loro tournée, compresa una di Frank
Zappa in Italia di molti anni fa»), una fuga
continua dai segugi implacabili della Dea, la "narcotici"
americana che, per catturare Mr Nice, hanno dato vita
a una caccia all'uomo durata anni in 14 paesi e come
epilogo una condanna a sette anni scontata in una
delle più dure prigioni d'America.
Il fatto che sia possibile sintetizzare, con le parole
di De Niro e Burroughs, la vicenda del "Marco
Polo della droga" dimostra come il punto di vista
sia tutt'altra faccenda dalle astrazioni letterarie.
Non dovrebbe dunque essere difficile immaginare quanto
sorprendente, divertente, coinvolgente, sia "il
mondo" raccontato dagli occhi di un pusher. Un
po' più complicato è, invece, capire
come nonostante milioni di dollari guadagnati, sperperati,
recuperati, nascosti e persino dimenticati nei bilanci
di "copertura" di un salone di massaggi
di Hong Kong o di una società navale per il
rifornimento di acqua potabile, abbia continuato a
guardare alla sua vorticosa avventura nel business
e ai suoi rapporti con i "piani più alti"
della società come se si trattasse di una farsa
dei Monty Python.
Per far questo bisogna ricordare che la sua carriera
straordinaria è cominciata nell'epoca in cui,
tra Londra e l'America, si formava una generazione
che ha cambiato per sempre il modo e il significato
di essere giovane, tornare dunque alle "good
vibrations" e al sorriso fisso stampato sulle
facce di mezzo mondo, o di chi, tra gli anni Sessanta
e Settanta era più interessato ai manuali di
Stampa Alternativa che al Corriere della Sera. «Quello
che ho fatto è tutt'altro che difficile»
racconta Marks nel suo marcato inglese del Galles,
terra natale del nostro eroe che oggi è un
autore famoso (in Inghilterra Mr Nice ha venduto 600
mila copie) nonché membro effettivo e permanente
del movimento antiproibizionista, ruolo che lo ha
condotto anche a Montecitorio. Dunque messaggio ai
trafficanti: neanche Howard Marks può illustrare
il decalogo del pusher perfetto. «La regola
fondamentale è una sola: tenersi alla lontana
dalla gente che parla. Anzi no, ce n'è un'altra:
evitare il carcere. Lì è sempre buio».
Howard il gallese amico di star e di uomini potenti
di mezzo mondo, non formula il decalogo ma insegna
che "in quella terra di nessuno tra il Pakistan
e l'Afghanistan che in realtà è la patria
degli Afridi, dove non sono ammessi stranieri, si
produce l'hashish migliore del mondo, attraverso processi
successivi simili al metodo delle spremiture.