Autobiografia scanzonata di uno spacciatore anomalo
La vita di Howard Marks, condannato per traffico di
hashish, poi graziato
di Alessio Schreiner
Lo stesso giorno in cui viene rilasciato Mike Tyson,
il venticinque marzo del 1995, anche Howard Marks
esce di prigione dopo aver scontato oltre sei anni,
gran parte dei quali in regime di massima sicurezza.
La differenza, come fa notare lo stesso Marks, è
che il pugile era stato condannato a tre anni per
stupro mentre lui, nato nel Galles, figlio di un ufficiale
di marina e di una maestra elementare, si era limitato
solamente a trasportare "erbe benefiche"
da un capo all'altro del globo per oltre trent'anni.
Fino al giorno in cui la Dea lo aveva arrestato e
presentato al mondo come uno dei più pericolosi
narcotrafficanti in circolazione, un uomo in contatto
con le più note organizzazioni criminali e
terroristiche internazionali: finalmente avevano fregato
il Marco Polo della droga.
Parte dalla fine l'autobiografia di Howard Marks (Mr
Nice, Edizioni Socrates, Roma, pp. 537, euro 19),
dal momento in cui, dopo estenuanti battaglie legali
e pressioni da parte di media e semplici cittadini,
gli Stati Uniti gli concedono l'estradizione. Passata
un'infanzia comune a quella di molti altri ragazzini
del Galles (compresa, probabilmente, la capacità
di far alzare la temperatura del termometro per prendersi
qualche giorno di vacanza), il giovane Howard, brillante
e dotato di un'intelligenza non comune, grazie ai
suoi professori viene ammesso a Oxford. Ed è
proprio qui, dove frequenta il prestigioso Balliol
per prendere la laurea in fisica, che fa il suo incontro
con l'erba. Partecipa al vortice culturale degli anni
Sessanta inglesi, frequentando i giovani, destinati
in seguito a entrare nell'intellighenzia politica
e culturale britannica, che lo iniziano al consumo
di marijuana e altre sostanze psicotrope.
È una sorta di illuminazione per Howard, profonda
e squassante. La vita gli appare improvvisamente sconfinata.
E divertente. Sì, perché leggendo tutta
la storia dei traffici di Mr Nice (uno dei quarantatre
nomi fasulli usati per eludere i controlli della polizia
e delle dogane internazionali), si ha l'impressione
che davvero se la sia spassata un mondo. All'inizio
è un beatnik, come se ne potevano incontrare
tanti, che spaccia hashish ed erba per arrotondare
e fumare gratis. Ma piano piano Marks ci prende davvero
gusto. Dopo aver abbandonato l'idea di una «carriera
accademica meravigliosamente fumata», organizza
traffici sempre più ampi e ingegnosi. Traffici
che lo porteranno a prendere contatti con i terroristi
dell'Ira (e per questo ad essere arruolato per un
certo periodo dai servizi segreti inglesi); a formare
un complesso musicale di quattro musicisti inglesi
disoccupati e fargli fare una lunga tournée
negli Stati Uniti (dopo avergli imbottito gli altoparlanti
di hashish); a mettere su famiglia e a far entrare
negli Usa, tra il 1975 e il 1978, quasi trentamila
chili tra marijuana e fumo; a essere beccato, accusato
di essere coinvolto in un giro di droga da 20 milioni
di sterline dell'epoca ed essere poi rilasciato. Sembra
che a Marks tutto vada per il verso giusto: maneggia
una quantità di denaro impressionante, depositato
in una moltitudine di banche che lui stesso stenta
a ricordare tutte, viaggia con la sua famiglia per
mezzo mondo (e durante un viaggio a Palermo osserva
i bambini che giocano al gioco della campana, utilizzando
le sagome dei morti ammazzati tracciate per terra
con il gesso), compra un albergo a Hong Kong, con
annessi locali di massaggiatrici, per riciclare il
denaro sporco e fa la bella vita a Palma de Maiorca.
Ma in lontananza, la Dea, che gliel'ha giurata dal
tempo della finta tournée musicale negli Usa,
lo sta aspettando al varco. Il racconto di Marks si
fa più sincopato, i traffici che vanno storti
gli appaiono come cattivi presagi, alle dogane cominciano
a fermarlo sempre più spesso. A «scorticarlo».
E nel 1988, abituato ad aprire il cancello della sua
villa senza chiedere chi è al citofono, Howard
"Narco Polo" Marks viene arrestato dagli
uomini della Dea nella sua villa spagnola. Condannato
a venticinque anni, e nonostante il continuo ostruzionismo
e gli abusi legali messi in atto dal dipartimento
di giustizia americano, quando tutto sembra scritto
in modo indelebile, un giudice illuminato e scrupoloso
gli consentirà, dopo aver scontato meno di
un quarto della pena, di evitare di invecchiare in
galera e di ricongiungersi con sua moglie Judy e i
suoi figli.
Davvero non male per uno del Galles.