Corriere della Sera - 4 ottobre 2000


IN QUALCHE LUOGO, FRA I CANGURI E IL NULLA
di Franco Cordelli

Per noi europei, da un punto di vista letterario, l'Australia resta quella delle origini, descritta in Kangaroo da uno scrittore inglese, David Herbert Lawrence. È un continente che somiglia, fisicamente e strutturalmente, a quel grandioso e fallito romanzo: un che di così vasto da essere spampanato, privo di forma, incomunicabile. Per i lettori di Canguro l'Australia non ha confini: lo stesso mare non ne è che un aspetto, ovvero un aspetto del suo sterminato deserto.
In questo deserto, di notizie e di immagini, come formichine con il tempo abbiamo accumulato qualche elemento di sopravvivenza: Peter Weir e i suoi primi film, Patrick White e i suoi romanzi, Christine Stead e la sua prosa sontuosa, fino ai più giovani, Thomas Keneally (La lista di Schindler), David Maalouf, Peter Carey… Proprio nulla, invece, per quanto riguarda il teatro. A dircene due parole non c'è che Claudio Gorlier, che fa i nomi di Alexander Buzo, Jack Hibberd e David Williamson: tranne quest'ultimo, nomi diversi da quelli proposti da Jean-Pierre Richard nella sua prefazione a I danzatori della pioggia di Karin Mainwaring, una giovane drammaturga di Adelaide (vi è nata nel 1959). I danzatori della pioggia è nel cartellone della Comédie Française. È la prima volta, osserva Richard, (che non si sa se sia il grande Richard, autore de La creazione della forma, uno dei testi capitali della "nouvelle critique"), è la prima volta che un dramma australiano riceve il crisma dell'ufficialità europea. Non a torto, si direbbe, a leggerlo nella magistrale traduzione di Guido Bulla.
Che cos'è I danzatori della pioggia? A dispetto del titolo, nel dramma della Mainwaring non vi sono elementi magico-rituali e neppure elementi simbolici. Vi è solo un marito che prevede la pioggia e vi è una moglie che non la prevede. Queste due opposte posizioni vanno prese alla lettera. Solo così si giustifica la violenza e la crudezza del testo. Per capire le origini si potrebbe citare Chi ha paura di Virginia Woolf? Di Edward Albee o, dello stesso Albee, Un delicato equilibrio. Ma qui di delicato non vi è proprio niente; e che possa somigliare all'equilibrio non vi è che il paesaggio: monotono più che equilibrato, desolato più che argomentato, e insomma, ancora una volta, come ai tempi di Lawrence, un paesaggio aperto, sconfinato, informe. Tre donne, di tre diverse generazioni (una nonna nostalgica, sboccata ed esibizionista; una madre feroce; e una figlia vergine per la semplice ragione che non c'è un uomo nel raggio di duecentocinquanta chilometri), queste tre donne si ritrovano di fronte, venticinque anni dopo la sua scomparsa, il figlio, marito e padre. Costui riassume il senso della solitudine australiana contemporanea: egli non si riconosce più in nessun luogo, né nel deserto in cui è tornato, né nella città da cui è fuggito; ed è ormai privo dell'unica virtù tradizionale, la mateship, il cameratismo. Il mondo è ormai delle donne. Ma, rovesciandolo, il conto non torna. Le donne, senza uomini, o con uomini come Dan, che cosa sono se non relitti umani? La violenza delle donne di Mainwaring non esibisce la brutalità linguistica e gestuale delle donne che popolano la contemporanea scena inglese (da Edward Bond a Sarah Kane), ma proprio per questo sembra tanto più terrificante e duratura.