IN QUALCHE LUOGO, FRA I CANGURI E IL NULLA
di Franco Cordelli
Per noi europei, da un punto di vista letterario,
l'Australia resta quella delle origini, descritta
in Kangaroo da uno scrittore inglese, David Herbert
Lawrence. È un continente che somiglia, fisicamente
e strutturalmente, a quel grandioso e fallito romanzo:
un che di così vasto da essere spampanato,
privo di forma, incomunicabile. Per i lettori di Canguro
l'Australia non ha confini: lo stesso mare non ne
è che un aspetto, ovvero un aspetto del suo
sterminato deserto.
In questo deserto, di notizie e di immagini, come
formichine con il tempo abbiamo accumulato qualche
elemento di sopravvivenza: Peter Weir e i suoi primi
film, Patrick White e i suoi romanzi, Christine Stead
e la sua prosa sontuosa, fino ai più giovani,
Thomas Keneally (La lista di Schindler), David Maalouf,
Peter Carey… Proprio nulla, invece, per quanto
riguarda il teatro. A dircene due parole non c'è
che Claudio Gorlier, che fa i nomi di Alexander Buzo,
Jack Hibberd e David Williamson: tranne quest'ultimo,
nomi diversi da quelli proposti da Jean-Pierre Richard
nella sua prefazione a I danzatori della pioggia di
Karin Mainwaring, una giovane drammaturga di Adelaide
(vi è nata nel 1959). I danzatori della pioggia
è nel cartellone della Comédie Française.
È la prima volta, osserva Richard, (che non
si sa se sia il grande Richard, autore de La creazione
della forma, uno dei testi capitali della "nouvelle
critique"), è la prima volta che un dramma
australiano riceve il crisma dell'ufficialità
europea. Non a torto, si direbbe, a leggerlo nella
magistrale traduzione di Guido Bulla.
Che cos'è I danzatori della pioggia? A dispetto
del titolo, nel dramma della Mainwaring non vi sono
elementi magico-rituali e neppure elementi simbolici.
Vi è solo un marito che prevede la pioggia
e vi è una moglie che non la prevede. Queste
due opposte posizioni vanno prese alla lettera. Solo
così si giustifica la violenza e la crudezza
del testo. Per capire le origini si potrebbe citare
Chi ha paura di Virginia Woolf? Di Edward Albee o,
dello stesso Albee, Un delicato equilibrio. Ma qui
di delicato non vi è proprio niente; e che
possa somigliare all'equilibrio non vi è che
il paesaggio: monotono più che equilibrato,
desolato più che argomentato, e insomma, ancora
una volta, come ai tempi di Lawrence, un paesaggio
aperto, sconfinato, informe. Tre donne, di tre diverse
generazioni (una nonna nostalgica, sboccata ed esibizionista;
una madre feroce; e una figlia vergine per la semplice
ragione che non c'è un uomo nel raggio di duecentocinquanta
chilometri), queste tre donne si ritrovano di fronte,
venticinque anni dopo la sua scomparsa, il figlio,
marito e padre. Costui riassume il senso della solitudine
australiana contemporanea: egli non si riconosce più
in nessun luogo, né nel deserto in cui è
tornato, né nella città da cui è
fuggito; ed è ormai privo dell'unica virtù
tradizionale, la mateship, il cameratismo. Il mondo
è ormai delle donne. Ma, rovesciandolo, il
conto non torna. Le donne, senza uomini, o con uomini
come Dan, che cosa sono se non relitti umani? La violenza
delle donne di Mainwaring non esibisce la brutalità
linguistica e gestuale delle donne che popolano la
contemporanea scena inglese (da Edward Bond a Sarah
Kane), ma proprio per questo sembra tanto più
terrificante e duratura.