Il Gazzettino - 23 dicembre 1999


I GIOVANI MIGRATORI ALLA RICERCA DELLA BUONA LUCE
"Gut Licht" (buona luce), si salutano fra loro ancor oggi i vecchi compagni della scuola d'arte di Zurigo, frequentata negli anni '60 da Oliviero Toscani. "Era il saluto dei Vandervögel, il movimento giovanile tedesco dei primi anni del '900", scrive il fotografo della provocazione nella sua prefazione al libro dello storico e ricercatore tedesco Winfried Mogge edito dalla Socrates.
Perché "buona luce"? "Per fare delle belle foto occorre una buona luce", risponde Toscani, ricordando proprio come attraverso l'uso della loro "cassettina della luce", la macchina fotografica, gli esponenti del movimento riuscirono a far conoscere e imporre un loro stile di vita.
Emarginati perché ingiustamente assimilati ai movimenti della gioventù nazista, i Wandervögel vengono oggi riscoperti nella loro maniera di porsi, ripresa poi dalla Bauhaus, nella loro ansia di libertà e di anticonformismo che in modi diversi influenza ancor oggi il costume. Movimento naturalista, nato a cavallo fra il XIX e XX secolo, si ispirò fin dal nome alla migrazione degli uccelli, per sottolineare l'amore dei fondatori per lo spostamento, il moto, il viaggio, la cultura del corpo "libero" (testimoniata nel libro da numerose foto di nudo), il turismo di gruppo (furono fra i primi a organizzare ostelli e campeggi), ma anche i raduni musicali, la danza spontanea o ispirata alle tradizioni popolari, i bivacchi nei boschi e il rifiuto della civiltà industriale.
A corredo del testo di Mogge, che ne ricostruisce l'origine e le vicende, 89 splendide immagini di Julius Gross illustrano volti, iniziative, attività dei Wandervögel esemplificando l'uso originale e innovativo della fotografia.
Uno stile espressivo a cui, come ricorda Toscani, si richiamò Leni Riefensthal nel suo Trionfo della volontà del 1935, ma anche in tempi recenti, il film di Alexander Sokurov Moloch, vincitore al Festival di Cannes 1999 di un premio per la migliore sceneggiatura. "Capirono per primi la teatralità dei gesti e la forza di comunicazione attraverso la fotografia. Senza macchina fotografica non c'era storia, senza un documento visivo le azioni si perdevano e diventavano astratte".
Una capacità di sorprendere, di provocare, di trasformare in mito la quotidianità a cui lo stesso Toscani è debitore.