I GIOVANI MIGRATORI ALLA RICERCA DELLA BUONA LUCE
"Gut Licht" (buona luce), si salutano fra
loro ancor oggi i vecchi compagni della scuola d'arte
di Zurigo, frequentata negli anni '60 da Oliviero
Toscani. "Era il saluto dei Vandervögel,
il movimento giovanile tedesco dei primi anni del
'900", scrive il fotografo della provocazione
nella sua prefazione al libro dello storico e ricercatore
tedesco Winfried Mogge edito dalla Socrates.
Perché "buona luce"? "Per fare
delle belle foto occorre una buona luce", risponde
Toscani, ricordando proprio come attraverso l'uso
della loro "cassettina della luce", la macchina
fotografica, gli esponenti del movimento riuscirono
a far conoscere e imporre un loro stile di vita.
Emarginati perché ingiustamente assimilati
ai movimenti della gioventù nazista, i Wandervögel
vengono oggi riscoperti nella loro maniera di porsi,
ripresa poi dalla Bauhaus, nella loro ansia di libertà
e di anticonformismo che in modi diversi influenza
ancor oggi il costume. Movimento naturalista, nato
a cavallo fra il XIX e XX secolo, si ispirò
fin dal nome alla migrazione degli uccelli, per sottolineare
l'amore dei fondatori per lo spostamento, il moto,
il viaggio, la cultura del corpo "libero"
(testimoniata nel libro da numerose foto di nudo),
il turismo di gruppo (furono fra i primi a organizzare
ostelli e campeggi), ma anche i raduni musicali, la
danza spontanea o ispirata alle tradizioni popolari,
i bivacchi nei boschi e il rifiuto della civiltà
industriale.
A corredo del testo di Mogge, che ne ricostruisce
l'origine e le vicende, 89 splendide immagini di Julius
Gross illustrano volti, iniziative, attività
dei Wandervögel esemplificando l'uso originale
e innovativo della fotografia.
Uno stile espressivo a cui, come ricorda Toscani,
si richiamò Leni Riefensthal nel suo Trionfo
della volontà del 1935, ma anche in tempi recenti,
il film di Alexander Sokurov Moloch, vincitore al
Festival di Cannes 1999 di un premio per la migliore
sceneggiatura. "Capirono per primi la teatralità
dei gesti e la forza di comunicazione attraverso la
fotografia. Senza macchina fotografica non c'era storia,
senza un documento visivo le azioni si perdevano e
diventavano astratte".
Una capacità di sorprendere, di provocare,
di trasformare in mito la quotidianità a cui
lo stesso Toscani è debitore.