Il Venerdì di Repubblica - 28 gennaio 2000

LA NEW AGE PRIMA DI HITLER
di Emanuela Audisio

Suonavano la chitarra, cantavano, facevano picnic lunghissimi, giravano nudi, erano vegetariani, si accampavano nel bosco di notte. Ballavano e giocavano. Credevano nel viaggio, nella natura, nel turismo di gruppo, negli ostelli, nei campeggi, nei raduni musicali. Fecero la loro Woodstock, molto prima di Woodstock. Senza fumo, senza trip chimici, senza l'acustica elettronica. Scelsero di buttarsi on the road molto prima di Kerouac e di Ginsberg. Con i calzoni alla zuava al posto di quelli a zampa d'elefante. Si definivano "studenti nomadi", "baccanti", scelsero romanticamente come loro simbolo e nome quello di un uccello migratore: Wandervögel. Giravano sempre con la macchinetta fotografica e salutavano con la frase "Gut Licht". Buona luce. Si buttarono sull'ecologia e sull'agricoltura alternativa molto prima dei Verdi. Ogni secolo ha le sue generazioni perdute. I Wandervögel lo furono nella Germania prenazista: un movimento giovanile innocente e un po' ingenuo che si rivoltò contro la rigidità guglielmina, "contro il pantano borghese dell'associazionismo", contro i sistemi pedagogici del mondo dei vecchi. Il fenomeno Wandervögel nacque nell'ultimo decennio del XIX secolo, al liceo di Steglitz nei pressi di Berlino, dove gruppi di studenti che seguivano corsi integrativi di stenografia cominciarono a fare delle escursioni. Lo scopo era entrare in contatto con la natura, scoprire la comunità, distaccarsi almeno un po' dalla famiglia, dalla scuola, dagli istituti ufficiali della socializzazione, riflettere su altre e migliori possibilità di essere uomini. Il concetto del loro '68 era: i giovani devono assumersi la responsabilità della propria educazione. Il movimento si concentrò anche sulla fotografia, sulla famosa "cassettina della luce". Ritrattista ufficiale del gruppo divenne Julius Gross, nato a Berlino nel 1892 e morto nel 1986, specialista della Leica, il quale salendo sulle scale, sulle seggiole, sui muri, sugli alberi, scattò le sue istantanee. Molte di vita alternativa: corpi nudi, liberi nella natura, scuole di ginnastica, aziende agricole, studenti itineranti in marcia per strade e per boschi, intenti a cucinare all'aperto, a dormire nei fienili, nelle tende, a danzare in cerchio, a gareggiare in competizioni canore e gare sportive. E tra loro distinti professori e artisti in loden, riformatori con lunga barba e ogni genere di profeti in costumi pittoreschi. Nel 1913 il movimento fu criticato da Gustav Wyneken, pedagogo riformatore e scrittore, che sottolineò quel loro "troppo comodo, troppo a buon mercato, troppo semplice godimento del proprio stato d'animo". Come a dire che mentre il mondo stava pericolosamente cambiando, il movimento fuggiva da un presente non amato in una realtà ideale e fiabesca, quella dei boschi appunto. Lo stile Wandervögel, cioè un certo modo di vestirsi e di comportarsi, si mantenne anche nella Repubblica di Weimar, accanto alle nuove forme emergenti di militarismo. Ma tutto cambiò: il libero girovagare divenne marcia ordinata, la canzone popolare si travestì da canzone di lotta, il rifugio notturno nei fienili si tramutò in campeggi di tende perfettamente organizzati. E nel giugno del '33 con "il campo di Munster" della lega pantedesca tutto finì. Julius Gross continuò a fotografare per mestiere, ma non aveva il pathos eroico necessario per fare carriera nel Terzo Reich. Oliviero Toscani nella pefazione al libro di Winfried Mogge "I Wandervögel: una generazione perduta" (Edizioni Socrates) parla di una coerenza espressiva e di un'estetica, a cui molti si sono ispirati. Da Leni Riefensthal con il suo Trionfo della volontà, alle riviste e ai fotografi della moda attuali. E invita a guardare le immagini senza sovrastrutture ideologiche, senza collegare automaticamente i Wandervögel all'esaltazione del superuomo nazista: "Si può avere la sfortuna di essere creativi in un momento storico disgraziato". Sono stati i nostri antenati hippies, i bisnonni dei grandi concerti rock, i nostri avi dell'ecologia. E anche senza Internet capirono che comunicare, via foto, era tutto. Buona luce.